Lisander 10 Settembre 2026
di Fabio De Felice
(Università degli Studi di Napoli Parthenope)
C’è stato un tempo in cui, per comunicare a distanza, bisognava comprare un gettone telefonico. Quel piccolo oggetto di metallo consentiva l’accesso a una rete pubblica e il suo valore seguiva le decisioni sulla tariffa telefonica. Oggi, per accedere alla più importante infrastruttura cognitiva che stiamo costruendo, utilizziamo ancora gettoni, solo che li chiamiamo “token”.
I token sono le unità attraverso cui viene misurato l’utilizzo dei grandi modelli di intelligenza artificiale. Li consumiamo quando chiediamo a una macchina di riassumere un documento, scrivere un programma, analizzare un’immagine o elaborare milioni di dati. La differenza rispetto al vecchio gettone è sostanziale. Il suo valore si formava all’interno di un’infrastruttura sottoposta alla sovranità pubblica, mentre il prezzo dei token viene stabilito dalle imprese private che controllano i modelli e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento.
Il passaggio dal gettone al token racconta così qualcosa di più profondo dell’evoluzione tecnologica, racconta uno spostamento del potere. In questo passaggio, la controversa figura di Peter Thiel diventa particolarmente interessante, non tanto per l’eccentricità delle sue letture filosofiche o per le provocazioni sulla democrazia, quanto perché rappresenta meglio di molti altri l’incontro fra capitale, tecnologia e politica che caratterizza la Silicon Valley contemporanea.
Nel 2009 Thiel scrisse di non credere più che libertà e democrazia fossero compatibili. Sarebbe facile liquidare questa affermazione come l’iperbole di un miliardario libertario, ma oggi merita di essere riletta alla luce dell’intelligenza artificiale. Il problema non è immaginare macchine che un giorno diventeranno abbastanza intelligenti da governarci, ma comprendere quanto potere stia già passando nelle mani di chi possiede le macchine e le infrastrutture che le rendono possibili.
L’intelligenza artificiale, infatti, non consente semplicemente di fare più velocemente ciò che facevamo prima. Permette di individuare correlazioni invisibili all’uomo, anticipare comportamenti, selezionare alternative e orientare le decisioni. Chi dispone di questa capacità non possiede soltanto una tecnologia, ma una nuova forma di potere.
Paolo Benanti, ne La nuova logica del dominio, la definisce «potere computazionale». Dati, algoritmi e capacità di calcolo non si limitano più ad assistere il potere politico, ma contribuiscono a costruire l’ambiente nel quale le decisioni vengono prese.
Possiamo avere un’intelligenza artificiale che assiste il decisore democratico, ma possiamo anche avere sistemi che determinano quali informazioni vede, quali rischi considera prioritari, quali scenari gli vengono presentati e quali alternative appaiono razionali. Formalmente la decisione rimane all’uomo, mentre sostanzialmente il perimetro entro cui decidere è stato già in larga parte definito dalla macchina.
Thiel ci aiuta così a mettere a fuoco un problema che le democrazie rischiano di affrontare troppo tardi. L’intelligenza artificiale sta modificando la distribuzione del potere prima ancora che le nostre istituzioni abbiano stabilito come governarla.
Il rischio non è tanto la fantascientifica “dittatura dell’algoritmo”, quanto la formazione di un’aristocrazia computazionale. Un numero molto ristretto di soggetti concentra i capitali, i dati, i modelli, i talenti e soprattutto la capacità di calcolo indispensabile per costruire le intelligenze artificiali più potenti. Non occorre alcun colpo di Stato quando la capacità di conoscere, interpretare e prevedere la realtà diventa progressivamente più concentrata della capacità politica di decidere.
L’alternativa, naturalmente, non può essere la nostalgia del gettone telefonico né l’illusione che lo Stato debba costruire ogni tecnologia. Il mercato e l’impresa privata hanno prodotto una straordinaria accelerazione dell’innovazione e Thiel coglie un punto essenziale quando sostiene, implicitamente o esplicitamente, che una società paralizzata dalla paura del rischio finisce per consegnare ad altri la propria sovranità tecnologica.
Proprio qui, però, emerge la contraddizione. Se la tecnologia diventa una delle condizioni della sovranità, il controllo delle infrastrutture dell’intelligenza non può essere considerato una questione esclusivamente industriale, ma diventa una questione politica.
Il vecchio gettone aveva un valore stabilito dallo Stato e apriva per pochi minuti una linea telefonica. I nuovi token hanno un prezzo stabilito da poche imprese e aprono l’accesso a qualcosa di immensamente più potente, una capacità crescente di conoscere il mondo, interpretarlo e anticiparne le possibilità.
Forse il vero potere del nostro tempo si sta spostando proprio qui, quasi senza che ce ne accorgiamo. Non più soltanto nel decidere che cosa fare, ma nel determinare ciò che può essere conosciuto prima di decidere. Per secoli abbiamo costruito la democrazia intorno a chi aveva il diritto di prendere le decisioni. L’intelligenza artificiale ci costringe ora a guardare un passo più indietro, verso chi possiede gli strumenti che costruiscono la realtà sulla quale quelle decisioni verranno prese.
Ed è forse su questo confine, ancora quasi invisibile, che si giocherà una parte decisiva della nostra libertà, perché il potere più grande potrebbe non appartenere a chi prenderà le decisioni al nostro posto, ma a chi avrà acquisito la capacità di disegnare il mondo dentro il quale saremo convinti di averle prese liberamente.




