Libertà e Persona 16 Settembre 2026
Gli Stati uniti si sono impelagati in un’altra apparentemente fallimentare guerra che non riescono a vincere. In ogni caso però un effetto per loro positivo lo hanno egualmente ottenuto: asservire ancora di più l’Europa. Intervista ad Amedeo Maddaluno, laureato in economia alla Bocconi ed esperto del Medio Oriente
intervista di Pietro Licciardi
Gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran dal 28 Febbraio scorso e ancora non c’è una soluzione definitiva della crisi. Anzi sembra proprio che Washington abbia compiuto l’ennesimo passo falso. Se sperava infatti di abbattere il regime di Teheran con qualche bomba e missile, da una parte, e dall’altra sostenere ancora una volta l’alleato Israele è sotto gli occhi di tutti che non solo il regime di Teheran resiste ma addirittura contrattacca, mettendo in grande difficoltà gli Usa. Gli europei cercano di defilarsi dall’aiutare l’alleato nordamericano per non subire contraccolpi energetici ancora più pesanti mentre gli emirati arabi amici hanno subito attacchi missilistici a basi Usa e a infrastrutture energetiche sul loro territorio e forse si stanno ora chiedendo se vale la pena stare ancora sotto l’ombrello statunitense.
Israele da parte sua sembra stia usando l’alleato a stelle e strisce per un obiettivo ancora più drastico del rovesciare gli ayatollah: disgregare lo stato iraniano e affermarsi come unica potenza militare del Medioriente realizzando magari anche quel Grande Israele che dopo aver annesso Libano del Sud, Gaza, parte della Siria si estende anche verso l’antica Mesopotamia. Ma la cosa forse più preoccupante è che questa guerra sta avendo grossi contraccolpi sull’economia di noi europei, per non parlare del rischio di una crisi economica globale. Di tutto questo parliamo con Amedeo Maddaluno, laureato in economia presso l’Università Bocconi di Milano e che segue da circa quindici anni le questioni strategico-militari ed economico-geopolitiche del Medio Oriente.
Dottor Maddaluno, vuole aggiungere qualcosa a questa nostra introduzione?
«Condivido tutto, semmai aggiungo che la questione non è se gli alleati dell’America vogliono restare o meno sotto l’ombrello ma che gli Usa questo ombrello vogliono tenerlo sempre meno aperto; non per rinunciare a una loro egemonia economica, militare e tecnologica nel mondo, ma per esercitarla in modo ancora più assertivo. L’America non è affatto isolazionista e ha smesso di ragionare in termini di impero globale ma ha deciso di essere lei la potenza numero uno nel mondo»
Questo nonostante in questo mondo non più bipolare vi siano ormai diverse potenze, grandi e un po’ meno grandi?
«Gli Stati Uniti vogliono essere la più grande e non hanno più alcun interesse a farsi gratuitamente carico della difesa dei loro satelliti. Satelliti e non alleati, perché una grande potenza difficilmente ha alleati alla pari. Questo è un cambiamento iniziato già nell’era Obama»
Nel caso Usa, Israele e Iran giungano ad una pace, che non potrà a questo punto che essere di compromesso, come potrebbero cambiare gli equilibri politici dell’area?
«Non amo fare previsioni anche perché al momento i presupposti per una pace non ci sono. Gli Stati Uniti si sono infilati in un cul de sac da cui non sanno uscire e non solo per Trump ma anche per un suo successore sarà difficile dire: “signori abbiamo scherzato” e ritirarsi da un Medio Oriente ormai post-americano, in cui le carte sono tutte in mano a Turchia, Israele e Iran, ovvero il vecchio impero ottomano che prova a riproporsi, l’eterno impero persiano e il grande Israele biblico»
Quindi sono loro adesso a guidare i giochi?
«E’ Israele che ha tirato per i capelli Washington in queste iniziative militari anche se gli americani sono stati ben contenti di prestarsi al gioco nella speranza di conservare la loro vecchia posizione egemonica nell’area. Del resto i cinesi sono ben contenti di vedere gli Usa impegnati in un teatro che non è quello dell’indopacifico; lo stesso per i russi. Quanto a Turchia, Iran e lo stesso Israele è per loro il momento di mettere tutte le carte sul tavolo per costruire i nuovi confini geopolitici e strategici del futuro Medio Oriente»
In uno scenario in cui tutti gli attori ritengono di poter guadagnare dal conflitto che prospettive ci sono per la pace?
«Me lo chiedo anch’io e non so dare una risposta»
Invece per quanto riguarda qualcosa che ci riguarda più da vicino: gli approvvigionamenti energetici verso l’Europa; quali contraccolpi riverserà sulle nostre teste questa guerra? Potremo tornare alla normalità post-conflitto o nulla sarà come prima?
«Ribadisco che non amo avventurarmi in previsioni tuttavia qui mi trovo abbastanza al sicuro nel dire che nulla sarà come prima. C’era il mondo della globalizzazione, che il professor Aldo Giannulli ha definito il mondo della seconda bella epoque: niente confini, materie prime a basso costo, economia in trasformazione e un mondo che non fa altro che chiedere prodotti europei. Ecco, quel mondo è finito completamente e si stanno definendo nuovi equilibri. Gli idrocarburi mediorientali difficilmente potranno prendere la via dell’Europa con la precedente fluidità. E si dovrà pagare dazio all’Iran e ai suoi alleati; alla Turchia, che aspira a diventare un hub per i gasdotti verso l’Europa, e a Israele, che guarda ai giacimenti mediterranei».
E un ritorno alla Russia sarebbe possibile?
«Immaginiamo la guerra in Ucraina finisca domani e che tutte le sanzioni alla Russia vengano tolte. Siamo sicuri che il regime putiniano vincente sugli scudi si precipiti a fare affari con noi europei? Specialmente dopo che il petrolio russo ha preso la via della Cina, dell’India e della Turchia. Certo, l’Europa lo potrebbe acquistare a prezzo maggiore, ma faremmo un buon affare?».
A proposito di Russia, e chiedo scusa se ancora una volta la costringo a interpretare i tarocchi, un certo personaggio diceva che a pensar male… Ci sono forti sospetti che gli Stati Uniti abbiano colto l’occasione della guerra russo-ucraina per tagliare il cordone ombelicale che univa la Germania e tutta l’Europa alla Russia. Il sabotaggio del North Stream potrebbe essere una conferma. Adesso tocca all’area del Golfo in cui è diventato assai incerto il passaggio da quel collo di bottiglia che è Hormuz. Non siamo per caso davanti ad un’altra mossa per togliere importanza strategica all’Europa riducendo di parecchio il traffico di materie prime ed energetiche dal Mediterraneo? Ci pare infatti che una volta resa meno sicura ed economica la rotta che da Hormuz porta a Suez e poi nel Mediterraneo per noi le alternative si restringono parecchio costringendoci a guardare ancora di più oltre Atlantico. Lei che ne pensa?
«Non c’è bisogno di pensar male; basta leggere quello che gli strateghi americani scrivono sui loro libri. Nei disegni statunitensi l’Europa va a tutti i costi separata dal blocco euroasiatico e già l’amministrazione Bush junior ha lavorato in questa direzione. L’invasione dell’Iraq è da leggere in questa chiave e non c’entra affatto il petrolio iracheno perché l’America galleggia sul petrolio e non va a fare la guerra per qualcosa che ha già in abbondanza. L’invasione dell’Iraq servì ad impedire che il controllo del Medio Oriente andasse ai cinesi in ascesa e soprattutto per tutelare il petrodollaro, impedendo la nascita di un petrol-euro. E’ già da allora, ma forse da molto prima, che gli Stati Uniti lavorano contro l’Europa, che cercava di avere buon rapporti con Russia, Cina e altri paesi fuori la sfera di controllo americana»
Questa progressiva marginalizzazione dell’Europa dal punto di vista politico ed economico è un qualcosa di inevitabile, considerata la potenza dell’alleato che ci siamo ritrovati o è anche un problema di classe politica europea, incapace di destreggiarsi nell’attuale panorama geopolitico?
«La marginalizzazione dell’Europa è cominciata nel 1945, quando è diventata preda bellica dopo essersi autodistrutta nella sua seconda guerra dei trent’anni: dal 1915 al ’45. Stati Uniti e Unione Sovietica ad esempio si sono trovate d’amore e d’accordo nel neutralizzare nel 1956 le mire francesi e britanniche su Suez. Il punto è che proprio questa marginalità dell’Europa ha prodotto classi dirigenti che si preoccupano di scrivere bellissime carte dei valori ma che non sanno fare politica e sanno solo essere buoni amministratori di condominio. Questo declino è reversibile? Per motivi demografici credo proprio di no».
Tornando al Medio Oriente; forse anche Israele ha fatto un passo più lungo della sua gamba. Si è infatti impegnata in una guerra che anche Tel Aviv a quanto pare non può vincere, soprattutto se punta ad una disgregazione dell’entità statale iraniana. Non si abbatte uno stato solo con gli aerei e i missili. Occorrono truppe sul campo e Israele è troppo distante per poterlo fare. Inoltre il paese è piccolo e gli analisti dicono che non può restare in guerra troppo a lungo avendo un esercito di riservisti. Detto questo quali contraccolpi ci potranno essere per Israele e per la sua influenza nell’area?
«Qui devo un po’ dissentire. Sento spesso dire che Israele è piccolo e ha sempre cercato di combattere guerre molto brevi, pensiamo alla Guerra dei sei giorni e a quella del Kippur. A questo girò però le cose stanno diversamente. Israele sta giocando tutte le sue fiches per il ridisegno del Medio Oriente cogliendo la palla al balzo per passare dal piccolo Israele, quello laico, dei padri fondatori laburisti al Grande Israele biblico, che sostanzialmente è uno stato-caserma religioso. Mantenere uno stato di conflitto permanente e la militarizzazione di tutta la società è proprio il desiderio delle destre bibliche e millenariste. Un conflitto permanente e senza fine è nell’interesse ideologico di quelle correnti e dello stesso Netanyau»
Ma un conto sono i desideri e un altro i fatti. Israele conta circa 9 milioni di abitanti e il suo esercito è composto da riservisti che se combattono non possono lavorare e mandare avanti l’economia…
«L’economia israeliana non è messa così male. La borsa va benissimo, anche se la finanza non sempre è in relazione con l’economia reale, le aziende tecnologiche vanno bene, i prodotti israeliani, soprattutto quelli legati alla difesa e alla cybersicurezza, stanno facendo una grande operazione di marketing. Noi europei ci raccontiamo che trasformare le economie in economie di guerra è una cosa brutta, brutta… Però funziona. In Russia sta funzionando. Poi vediamo quanto il sistema regge però al momento Russia e Israele stanno reggendo bene, anche perché in Israele in carburante ideologico è estremamente forte. Comunque saranno le prossime elezioni a dire l’ultima parola; vedremo se Netanyau prenderà una botta pazzesca e andranno al potere persone che vogliono la pace e trasformare il Paese in un Paese normale che vuole rapporti normali coi propri vicini»
Sembrerebbe infatti che ci sia una certa opposizione, sia a destra che al centro dello schieramento politico di Netanyau…
«Noi europei che amiamo la pace dobbiamo purtroppo accettare il fatto che ci sono pezzi di mondo in cui la guerra è la nuova normalità e non è detto che alle rispettive opinioni pubbliche questo dispiaccia. Ecco, è questo che dovrebbe far gelare il sangue nelle vene»
Una ultima domanda, anche questa da un milione di dollari. Questa ulteriore crisi rappresenta un pericolo reale per la pace globale o è l’ennesima guerra destinata a rimanere contenuta in ambito locale?
«I contraccolpi, come abbiamo detto, sono già globali e fanno parte di una guerra altrettanto globale che si sta evidenziando in Ucraina, che è il punto di contatto e rottura tra la sfera di influenza americano-occidentale e russa. Già nel 2000 un libro preannunciava che nei successivi 25 anni sarebbero scoppiate crisi in Ucraina ed Egitto. E infatti pensiamo alle primavere arabe, anche se sono cominciate in Tunisia, e all’Ucraina di oggi. Quello che sta succedendo in Medio Oriente diventerà globale, anche se magari non manderemo soldati italiani a sparare agli Houti, perché anche finisse l’ultima goccia di petrolio è comunque la regione in cui si incontrano tre continenti e tutti gli oceani. Il mondo passa da li e quella regione produrrà sempre più storia di quella che è in grado di digerire».
Churchill lo diceva della Yugoslavia: produce più storia di quella che può assorbire e quindi la esporta.
«Il Medio Oriente è su scala globale quello che la Yugoslavia è su scala europea, perché sono punti di passaggio. Le potenze locali e le potenze globali non possono rinunciare ad essere li»






