Corrispondenza romana n. 195120 maggio 2026
Omar Ebrhaime
Duecento anni fa, nell’aprile 1806, uscivano i Fragmente aus der neusten Geschichte des politischen Gleichwichts (“Frammenti sullo stato presente dell’equilibrio politico europeo”) ad opera di un autore poliglotta ex allievo del filosofo Immanuel Kant a Königsberg, il prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832).
Questo libro, una raccolta di pensieri che mette a tema la conservazione dell’equilibrio politico continentale contro le Rivoluzioni vecchie e nuove e le loro guide, a cominciare da Napoleone Bonaparte, sarebbe servito in futuro da elaborazione per la Restaurazione del concerto politico europeo all’insegna di un attento bilanciamento degli interessi contrapposti e del primato della Prudenza quale fondamentale virtù nella disamina degli affari internazionali.
Di notevole influenza nell’area linguistica tedesca – da Berlino a Vienna, fino a Praga – dove il suo nome eserciterà un richiamo duraturo su molti maître à penser anche ben oltre la sua morte, von Gentz non riuscirà invece a influenzare gli studi europei che contano, nemmeno, paradossalmente, di quelli che saranno più palesemente debitori della sua pregevole impostazione teorico-filosofica.
Dapprima traduttore in tedesco delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia (1790) del filosofo e statista angloirlandese Edmund Burke (1729-1797), come noto l’opera di riferimento imprescindibile per tutti i primi studi critici sulla Rivoluzione d’Oltralpe e l’affermazione delle ideologie giacobine, l’iniziale fama di von Gentz in realtà si deve perlopiù al suo articolato saggio comparativo tra la Rivoluzione americana (1775-1783) e quella francese (1789-1799) pubblicato a Berlino nel 1800 sull’Historisches Journal da lui diretto (L’origine e i principi della Rivoluzione americana a confronto con l’origine e i principi della Rivoluzione francese). Si tratta di uno scritto letteralmente “profetico” in più punti e talmente argomentato nell’analisi da finire sulla scrivania di John Quincy Adams (1767-1848), sesto Presidente degli Stati Uniti, che lo fece tradurre a sua volta in inglese arrivando a dichiarare che quel brillante studioso prussiano – futuro diplomatico – aveva dimostrato di conoscere lo spirito profondo degli insorti nordamericani ben più e meglio di quanto questi ultimi conoscessero sé stessi.
Teorico della filosofia realista applicata alla politica (la cosiddetta Realpolitik, intesa qui nel suo significato originario di opposizione ragionata alle visioni di matrice utopistica della società) e del conservatorismo classico, von Gentz non fu solo uno studioso straordinariamente colto dell’“epoca delle Rivoluzioni” e un pensatore versatile ma fu anche un instancabile uomo d’azione. Dapprima assistente del Cancelliere austriaco principe di Metternich (1773-1859), come Consigliere e studioso di scienza amministrativa, divenne infine Responsabile del protocollo e quindi Segretario generale dei Congressi di Vienna (1814-1815) e Verona (1822), arrivando ad essere de facto uno degli architetti della ricostruzione dell’Europa post-napoleonica. Rileggerne oggi le pagine appare quantomai rilevante per – almeno – tre ordini di ragioni.
La prima è la convinzione – suffragata già illo tempore da oggettivi dati storico-culturali – che la civiltà occidentale non sia un’astrazione fantasiosa ma esista in concreto e si estenda dall’Europa continentale al “Nuovo Mondo” dell’America. Un’estensione praticamente senza soluzione di continuità che si richiama tra l’altro alle comuni radici culturali e spirituali, come dimostra la fondazione stessa degli Stati Uniti da parte di cristiani europei praticanti (i famosi Pilgrim Fathers) compresi diversi cattolici (da cui nacque anzi ad esempio l’attuale Maryland), ancorché questi ultimi non costituissero numericamente la maggioranza nei primi insediamenti del New England a inizio XVII secolo.
La seconda ragione è la ri-scoperta della migliore e più profonda identità europea quale culla natìa del Diritto naturale, dell’esercizio pre-politico delle libertà concrete (riconosciute almeno dal Medioevo), del rispetto della dignità della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio secondo la Teologia della Creazione definita biblicamente dalla Genesi e delle tradizioni consuetudinarie che precedono cronologicamente l’affermazione del diritto positivo moderno.
La terza motivazione per la rivisitazione dell’opera di von Gentz è che la sua testimonianza aiuta, nonostante certa comunicazione mainstream tenda a sostenere il contrario, a distinguere l’Europa come corpus di una civiltà spirituale organica – radicata da oltre due millenni sui fondamenti appena richiamati – dall’Europa come istituzione, o complesso di Istituzioni giuridico-politiche, a partire dall’odierna Unione Europea. Per dirla con una battuta: la Gran Bretagna e la Svizzera non faranno certamente parte della Ue ma restano ancora oggi parte della comune koinè culturale (due Paesi, tra l’altro, che conservano ancora oggi la Croce al centro dei rispettivi vessilli nazionali, nel primo caso anzi con una professione di fede ripetuta tre volte dal momento che la celebre Union Jack non è altro che la sovrapposizione della Croce di San Giorgio su quella di Sant’Andrea su quella di San Patrizio).
Il ruolo di Gran Bretagna e Svizzera, insomma, tanto a livello socioculturale quanto geopolitico – comunque la si pensi – risulta essere certamente più importante di quello giocato magari da Lussemburgo, Cipro o Malta messe insieme che invece sono parte dell’Unione da anni.
Da ultimo, in tempi di povertà diffusa delle idee, lamentata anche da parte – talora – dei migliori ceti intellettuali di riferimento, la parabola bio-bibliografica di Friedrich von Gentz permette di riscoprire due secoli della migliore scuola lato sensu conservatrice della vicina area germanofona, in un ideale fil rouge che va dall’epoca asburgica al secondo Novecento comprendendo il filosofo politico berlinese, poi convertito, Adam Heinrich Müller (1779-1829) – di cui lo stesso studioso prussiano fu a lungo amico e collaboratore – il sacerdote redentorista viennese, poi canonizzato, San Clemens Maria Hofbauer (1750-1820) fino al pensatore svizzero controrivoluzionario Karl Ludwig von Haller (1768-1854) per arrivare ad Autori a noi più vicini e quasi contemporanei come il giurista renano Heinrich Rommen (1897-1967) e il filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977), il cui pluridecennale, monumentale lavoro di studio e ricerca a livello accademico – anche se relativamente poco noto al grande pubblico – è stato elogiato più volte da diversi Papi contemporanei (da Cardinale, Joseph Ratzinger curò l’introduzione ad alcuni suoi saggi mentre Pio XII arrivò addirittura a definirlo “Dottore della Chiesa del XX secolo”).
In tempi di crisi culturale, tutto questo, sicuramente non è poco.






