«Colti, consapevoli, motivati»: sono i nuovi preti. Parola del “Venerdì” di Repubblica

Il Timone 4 Luglio 2026

Un’inchiesta giornalistica (insospettabile di simpatie clericali) sfata diversi miti

di Giuliano Guzzo

Un’inchiesta giornalistica indubbiamente seria, ben fatta, curata e senza pregiudizi; anzi, capace di guardare in profondità. A dispetto di dov’è stato pubblicato – su Il Venerdì di Repubblica, il magazine del quotidiano italiano laicista per antonomasia -, l’approfondimento giornalistico realizzato da Andrea Gualtieri offre una fotografia molto interessante della metamorfosi del clero italiano e, a sorpresa, sfata diversi miti contro il clero stesso. Rinviando alla lettura integrale del pezzo di Gualtieri, ne riassumiamo qui i contenuti principali perché oggettivamente utili per chiunque voglia approfondire l’argomento.

Colti e laureati

Il primo dato che mette in evidenza l’inchiesta è il cambiamento anagrafico ma anche biografico, a ben vedere, dei nuovi candidati al sacerdozio. Che «non si scoprono tra i banchi delle medie ma nei laboratori accademici, nelle corsie d’ospedale, dietro i tavoli da architetto. Sempre più spesso sono giovani che hanno esplorato il mondo, infranto qualche cuore o preso botte dalla vita. Per poi scoprire che cercavano altro».

Già questa sottolineatura è molto interessante perché fa capire come chi prende la vita del seminario, oggi, non lo fa perché “vive su Marte” ma, al contrario, perché – pur conoscendo bene il mondo – ha sentito una vocazione. Che spesso, fa rima con laurea, buona posizione lavorativa, cultura. Non esattamente lo stereotipo anacronistico che molti hanno di certo in mente, quando pensano a un giovane sacerdote.

Studi laici e scientifici

L’inchiesta de Il Venerdì di Repubblica ricorda poi il cambiamento anche anagrafico dei seminaristi: «Negli ultimi cinquant’anni la popolazione maschile tra i 18 e i 40 anni è calata del 18 per cento, quella dei seminaristi è crollata del 67 per cento: erano 6.337 nel 1970, se ne contavano appena 1.804 all’inizio di questo decennio».

Questo scenario indubbiamente di crisi, osserva Gualtieri, «ha generato un nuovo profilo di preti. Niente scuole religiose alle spalle, l’87 per cento ha studiato negli istituti pubblici. Uno su due ha una laurea, per lo più di area scientifica o ingegneristica a dispetto di ogni immaginazione». In effetti è così, «a dispetto di ogni immaginazione». Il fatto che in media la chiamata arrivi a 28 anni fa poi sì che quattro sui dieci, prima di entrare in seminario, abbiano «già lavorato stabilmente». Il che è abbastanza inevitabile, ma conferma la biografia solida dei nuovi sacerdoti.

Il tema della solitudine

Uno dei passaggi più significativi dell’inchiesta di Gualtieri concerne poi la quotidianità della vita dei sacerdoti. Che è difficile per tanti motivi, a partire dal fatto che – in un’epoca in cui ci sono sempre meno sacerdoti – i nuovi preti hanno moltissimi impegni da fronteggiare. E poi «resta il fatto che quando le luci della chiesa si spengono c’è da fare i conti con la solitudine». Apparentemente poco rilevante, questa è invece una considerazione sulla quale riflettere perché, da un lato, poco considerata da chi guarda dall’esterno – senza comprenderla – la vita sacerdotale e perché, dall’altro lato, confermata anche da numerose indagini internazionali, come anche sulle pagine del nostro mensile (qui per abbonarsi) abbiamo avuto recentemente modo di mettere in evidenza.

Il celibato? Non è il problema

Da questo punto di vista, di indagine cioè della vita dei sacerdoti o aspiranti tali, va evidenziato -contrariamente ad una certa retorica alimentata, dispiace dirlo, anche da ex sacerdoti come Alberto Ravagnani – che il celibato viene vissuto in modo molto meno problematico di quanto si potrebbe pensare. Scrive Gualtieri, dialogando con don Marco Seminara, che a Roma segue i seminaristi: «C’entra il tema del celibato, ma non è sulla sessualità che cade la maggior parte degli aspiranti: “Bisogna accettare una disponibilità piena alle esigenze della gente, all’obbedienza per il vescovo. E molti capiscono che non sono chiamati a una vita così radicale”». Dunque è la radicalità del sacerdozio a spingere molti poi a lasciare.

Un risveglio di fede

In conclusione, come già detto, l’inchiesta de Il Venerdì di Repubblica appare giornalisticamente curata. Ciò che possiamo aggiungere e che forse manca al lavoro di Gualtieri è che quel profilo che la sua indagine delinea – quello dei nuovi sacerdoti come «colti, consapevoli, motivati» – è assai simile a quello dei giovani sacerdoti che si vedono negli Stati Uniti, in Francia e in altri Paesi dell’Occidente. Stiamo cioè assistendo, dopo decenni di secolarismo, a un risveglio della fede che fa sì che le vocazioni fioriscano non solo in giovani che, prima di prendere la via del sacerdozio, hanno già assaporato “il mondo”, ma che vogliono diventare sacerdoti con una motivazione e un’attenzione ai valori che si differenziano molto dal vento progressista che, per decenni, ha soffiato anche in casa cattolica. E che oggi è sempre più acqua passata.