Il cattolico John Wayne e il nipote prete

InFormazione cattolica 2 Luglio 2026

Una storia che non si consuma sotto i riflettori di Hollywood 

di Matteo Orlando

Dietro l’icona monumentale di John Wayne, il volto di granito del cinema western che per cinque decenni ha incarnato il mito della frontiera americana, si nasconde una storia intima e sotterranea che ridefinisce completamente la sua eredità umana.

È una storia che non si consuma sotto i riflettori di Hollywood, ma nel segreto delle stanze d’ospedale e nel silenzio di decenni di preghiera fedele.

Al centro di questo legame spirituale c’è una dinastia invisibile legata da una promessa matrimoniale indissolubile, che culmina molti anni dopo nella figura di suo nipote, padre Matthew Muñoz, un sacerdote cattolico che oggi serve la diocesi di Orange, in California.

Per comprendere la parabola spirituale dell’attore, il cui vero nome era Marion Robert Morrison, occorre tornare alle sue radici.

Nato in Iowa nel 1907 all’interno di una famiglia di rigida osservanza presbiteriana, il giovane Marion crebbe con una fede biblica, semplice e schietta, che in età adulta amava talvolta liquidare con ironia definendosi un “Presbygoddamnterian”.

Eppure, nonostante le asprezze del carattere e la progressiva immersione nei ritmi cinici dello star system hollywoodiano, Wayne mantenne sempre un rapporto intimo e quasi fanciullesco con il trascendente.

Chi gli è stato vicino racconta che l’attore era solito scrivere di proprio pugno brevi lettere d’amore a Dio, che altro non erano se non preghiere nude, nate dal bisogno profondo di un uomo perennemente esposto alle tentazioni del successo e del potere.

La svolta cruciale della sua vita avvenne nel 1933, quando sposò Josephine Alicia Saenz, figlia del console dominicano e figura di spicco dell’alta società cattolica di Los Angeles.

Fu Josephine a introdurre il divo in un mondo a lui del tutto alieno, trascinandolo a eventi parrocchiali, raccolte fondi e cene in cui i tavoli erano condivisi con sacerdoti, vescovi e suore.

Da questa unione nacquero quattro figli: Michael, Mary Antonia, Patrick e Melinda. Quest’ultima sarebbe diventata la madre del futuro padre Matthew.

Nonostante l’influenza benefica della moglie e la decisione di educare tutti i figli nella fede cattolica, il matrimonio non resse all’impatto distruttivo della vita hollywoodiana.

Nel 1945, travolti dalle assenze croniche dell’attore e dalle prime crepe di una condotta sentimentale turbolenta, i due giunsero al divorzio civile.

Da quel momento in poi, la biografia pubblica di John Wayne si riempì di passioni tumultuose, altri due matrimoni tormentati, relazioni extraconiugali e una scia di scandali che alimentavano le cronache rosa dell’epoca.

Ma mentre il “Duca” collezionava nuove mogli e amanti, consumando l’esistenza tra set cinematografici e passioni terrene, Josephine scelse una strada diametralmente opposta, radicale e silenziosa.

Sentendosi legata a quel primo “sì” pronunciato davanti all’altare di Dio, rifiutò categoricamente l’idea che un tribunale degli uomini potesse sciogliere ciò che il cielo aveva unito. Josephine non si risposò mai più fino alla morte dell’ex marito.

Con una fedeltà eroica e controcorrente rispetto ai costumi del mondo in cui viveva, trascorse i successivi trentaquattro anni partecipando quotidianamente alla messa e offrendo ogni singola preghiera per un unico, apparentemente impossibile, scopo: la conversione dell’uomo che l’aveva abbandonata.

Questo assedio d’amore e di grazia lavorò invisibilmente nell’animo di Wayne per decenni.

L’attore vedeva la differenza abissale tra la narrazione secolare e anticlericale del cattolicesimo e la testimonianza limpida e incrollabile della sua prima moglie.

A consolidare questa attrazione spirituale si aggiunsero le amicizie profonde con grandi figure cattoliche, come il regista John Ford, del quale Wayne ammirò la serena fortezza durante la dolorosa agonia finale dovuta al cancro, e l’arcivescovo panamense Tomás Clavel, esiliato negli Stati Uniti, con cui amava intrattenersi in lunghe conversazioni teologiche ed umane.

Il momento della resa arrivò nel 1979. Ricoverato al Pacific View Memorial Park, ormai devastato da un tumore allo stomaco, John Wayne si trovò a fare i conti con l’essenziale.

La fretta, la distrazione di una vita formidabile ma caotica e le resistenze dell’orgoglio si sciolsero di fronte all’imminenza della fine.

Espresse il profondo rammarico di non aver compiuto quel passo prima, giustificandosi con il peso di una “vita troppo frenetica”. Desideroso di entrare a far parte della Chiesa cattolica, cercò il suo amico, l’arcivescovo Clavel, ma il presule era troppo malato per viaggiare.

Fu così inviato il suo successore, l’arcivescovo Marcos McGrath. Alla presenza della figlia Melinda e del figlio Michael, il vecchio leone di Hollywood ricevette il battesimo sul letto di morte, morendo appena due giorni dopo, riconciliato con Dio.

Quella conversione in extremis non fu l’atto isolato di un uomo terrorizzato dalla morte, ma il frutto maturo di un seme piantato trentaquattro anni prima dal sacrificio silenzioso di Josephine.

Quella stessa testimonianza di fede vissuta in famiglia ha continuato a produrre frutti generazionali.

Matthew Muñoz, il nipote che allora aveva quattordici anni e che conservava il ricordo felice di un nonno affettuoso che lo faceva giocare sulle sue ginocchia nella casa di Balboa Island, rimase folgorato dalla forza di quel riscatto finale.

La certezza che non sia mai troppo tardi per abbracciare la verità e l’esempio di una nonna capace di un amore indissolubile sono diventati il terreno fertile su cui è fiorita la sua vocazione al sacerdozio.

Ordinato nel 2002, padre Matthew porta oggi con orgoglio la memoria di quella grazia che ha saputo domare persino l’uomo più duro del cinema americano, testimoniando che la più grande vittoria del “Duca” non è stata scritta in una sceneggiatura cinematografica, ma nel registro dei battezzati della Chiesa cattolica.