Korazim 30 Giugno 2026
di Giuseppe Brienza
«Sposarsi e decidere di unire i propri destini è la sfida più grande e avventurosa che un uomo e una donna possano fare insieme».
Lo ha ricordato e spiegato bene la scrittrice e blogger Anna Porchetti nel suo primo libro Amatevi finché morte non vi separi. Il matrimonio: scelta per uomini coraggiosi e donne veramente libere [Effatà Editrice, Cantalupa -Torino 2022, pp. 144, euro 14], dedicato al rapporto di coppia per sempre e tradotto in spagnolo (per Loyola Press) e in polacco (Edizioni San Paolo).
Ora l’autrice, moglie e madre di tre figlie con tante collaborazioni giornalistiche e radiofoniche e un master in Scienza e fede conseguito all’ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, esce con un nuovo libro, Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare. Divagazioni bibliche nel secolo XXI [Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, pp. 256, euro 18]. L’abbiamo intervistata mentre ne sta organizzando una presentazione a Roma, della quale vi informeremo tempestivamente sulla nostra testata.
Per tornare un momento al tuo lavoro di debutto, Amatevi finché morte non vi separi, se le statistiche ci dicono che i matrimoni sono sempre più in crisi e aumentano le coppie di fatto, come fai a sostenere che ha ancora senso sposarsi?
Dopo aver pubblicato il libro, sono stata invitata a una serie di corsi per fidanzati. Una delle cose più sorprendenti che ho scoperto è che più della metà delle coppie di questi corsi è costituita da coppie di fatto, conviventi da anni e spesso anche con figli. Sono persone che, in apparenza, hanno già realizzato la loro storia d’amore ma, nella realtà, sentono che manca qualcosa. Il matrimonio sacramentale non è solo una cerimonia più solenne e commovente delle altre, non è solo una tradizione o l’occasione per sfoggiare abiti principeschi ma è il veicolo di una profonda trasformazione.
Con esso i due sposi si appartengono completamente, in modo indissolubile ed eterno. Non si tratta di un incantesimo o di un rito magico, ma della grazia del Sacramento, che Dio ci infonde attraverso lo Spirito Santo. Eternità e indissolubilità sono parole che spaventano solo gli amori piccoli e immaturi. Gli amori grandi sognano di essere davvero indissolubili ed eterni. È per questo che, se ci si ama davvero, prima o poi si comprende che un matrimonio sacramentale non è assolutamente la stessa cosa di una convivenza.
Ed a coloro che sostengono che, comunque, un matrimonio religioso nell’ambito di in una società agnostica e individualista non potrà mai ritornare “di moda” cosa rispondi?
Rispondo che sposarsi non perderà mai di senso e non seguirà mai le mode, perché il Signore ha voluto costruire il matrimonio dotandolo di quello di cui aveva bisogno, ovvero il Sacramento necessario a cementare un amore davvero profondo. Si tratta di un dono immenso e goderne è un privilegio.
Il cristiano è un “lavoro duro”, scrivi, ma che qualcuno deve pur fare. Già, ma come farlo in un Paese nel quale l’appartenenza alla Chiesa è vista come una scelta privatistica che non deve incidere nella società?
Credo che la trappola più insidiosa della modernità stia in questo invito al disimpegno spirituale. La religione viene indicata quasi come fosse un vizio privato, da tenere nascosto, da praticare fra le mura domestiche, nella privacy della propria abitazione. Quasi fosse una droga, una pratica estrema, o un qualcosa a cui non si riesce a rinunciare, ma di cui, sotto sotto, ci si vergogna un po’. E poi, diciamolo, il cristianesimo è davvero una religione controcorrente. Non è una novità, lo diceva già San Paolo, quando scriveva che la croce è scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani. Amare il prossimo tuo, dove si è mai sentito? Fare il bene anche di chi ti vuole male, chi altri lo propone? Un cristiano è un personaggio ingombrante e bislacco.
Sì, in effetti, pochi sono disposti a negare che la dimensione spirituale sia parte integrante di ciascuno di noi, della nostra personalità, del nostro modo di intendere la vita…
Vero, e tenere nascosta la nostra fede o vergognarcene sarebbe un modo di nascondere noi stessi, di essere inautentici. Nel mio ultimo libro parlo di Daniele, un personaggio biblico che rappresenta il primo caso documentato di obiezione di coscienza. Lui lavora, si integra in una società aliena e persino ostile all’Ebraismo. Si fa apprezzare ma non nasconde la sua fede, né è disposto a scendere a compromessi col mondo. Nemmeno quando questa fedeltà rischia di costargli cara. Con la cresima diventiamo soldati di Cristo, ma questo non significa prendere in mano armi o nutrire propositi bellicosi, bensì ricordare che la nostra fede prevede anche una chiamata alla militanza, alla lealtà, alla coerenza, alla difesa dell’essenza del nostro credo e alle connesse convinzioni religiose e spirituali.
Con stile ironico ma allo stesso tempo profondo ci riproponi nel tuo ultimo libro gli insegnamenti della Bibbia a partire dal ricchissimo catalogo di storie nelle quali Dio si è messo in dialogo con uomini e donne, nella quotidianità delle loro vite. Leggere quelle storie così lontane culturalmente e nel tempo può davvero ispirarci anche oggi?
Noi moderni nutriamo verso il passato, la Bibbia in particolare, un pregiudizio ingiustificato. Riteniamo di essere assolutamente diversi da ogni precedente generazione e che quello che capita a noi, non si sia mai verificato nella storia dell’umanità. Il fatto è che le storie e i personaggi della Bibbia non sono affatto lontani da noi! Al contrario, sono vicinissimi, perché la natura umana non è mai cambiata. Al massimo sono cambiati gli outfit e le abitudini. Ma gli uomini e le donne sono rimasti tali e quali, con le loro miserie, le loro paure, la difficoltà a fidarsi di Dio.
Anche ai tempi dell’Antico Testamento esistevano uomini con poca autostima, come Gedeone, mogli rompiscatole, come Rachele, gente brontolona e incontentabile, come il popolo dell’Esodo. E che dire di Raab? Una straniera che riesce a realizzare una perfetta e invidiabile integrazione in una cultura diversa dalla sua. E vogliamo parlare della parabola dei talenti, il primo talent show che la storia ricordi? E il vasaio del libro di Geremia non è un produttore di tupperware ante litteram? Rileggere la Bibbia senza preconcetti, ci aiuta a vederne la straordinaria attualità e a riflettere sulla nostra natura.
Puoi sintetizzare per i nostri lettori la storia biblica che hai ironicamente intitolato Eva e il complottismo?
Certamente. Eva non è forse la prima complottista dell’umanità? Lei pensava che Dio volesse negarle il frutto dell’albero al centro dell’Eden, perché aveva qualcosa di losco da nasconderle. Istigata dal serpente, deve aver pensato: “Dio vuole fregarmi! Meno male che io sono una furba, una che si informa, che cerca fonti indipendenti, non allineate con la vulgata mainstream! Invece, io penso con la mia testa, e me ne frego dei divieti!”. Lei è così convinta che ci sia qualcosa sotto, e che Dio la voglia privare di chissà quale privilegio a cui ha diritto, che fa la cosa più sbagliata che potesse fare. Decide di non fidarsi di Dio, che ha a cuore il suo vero bene, e di dar retta al diavolo, che, come suggerisce il suo nome, è maestro nel dividere, nell’allontanare l’uomo (e la donna) da Dio.
In conclusione, come sostieni nel libro, «fare parte della comunità dei cristiani è immensamente vantaggioso, oggi, come nel passato». Puoi darci degli argomenti comunicativamente efficaci per convincere di ciò le tante persone che considerano i cristiani (per dire il meno) dei frustrati se non dei “deprivati”?
Beh, il vantaggio mi sembra piuttosto evidente. Con la fede, non serve costruire imperi sulla terra, c’è un intero Regno dei Cieli, già fatto e finito. Se ti guadagni un posto lì, non dico una nuvola vista mare, ma anche solo uno sgabello, uno scrannetto, uno strapuntino, hai fatto tombola. Hai un posto fisso in un luogo in cui non si litiga nemmeno alle riunioni di condominio. In paradiso, per chi avrà la fortuna di abitarci, si sta benissimo. Il Padrone di casa è un gran Signore, tratta tutti come figli. Non si paga l’affitto, non c’è il rischio di essere sfrattati. E poi, non fa caldo come all’inferno che, per di più, è un posto davvero mal frequentato. Peggio che certi quartieri degradati di Milano, ma non ditelo al sindaco, lui è convinto che il Signore abbia aperto un franchising del suo Regno qui in città…




