Da dove viene la violenza in Italia?

Alleanza Cattolica 28 Luglio 2026

Per oltre mezzo secolo si è seminato l’odio. La violenza non viene dal nulla, ma dalle ideologie della sinistra rivoluzionaria. Se non capiamo non riusciremo a guarire questa ferita.

di Marco Invernizzi

Senon viene raccontata fin dalle sue origini, questa violenza che periodicamente, ma puntualmente, riesplode e provoca danni a uomini e cose, non verrà mai compresa veramente.

Negli Anni 70 in tutte le scuole superiori italiane veniva insegnato che la Resistenza antifascista era stata tradita perché, invece di favorire e condurre alla Rivoluzione, si era trasformata in una politica governativa fondata sulla rinuncia da parte del Pci di portare a termine la Resistenza, appunto trasformandola in una rivoluzione. L’idea della “Resistenza tradita” era tanto utopistica quanto affascinante per giovani assetati di ideali radicali e dunque predisposti ad accogliere un messaggio veramente contrario alla società borghese.

La violenza veniva praticata quotidianamente nelle scuole e nelle università, ma anche nelle fabbriche, contro i fascisti (che erano tutti quelli che la pensavano diversamente, con diverse sfumature) e contro le istituzioni. Quella violenza sfociò nel terrorismo ma venne sconfitta dalla reazione dello Stato (e anche del Pci) soprattutto perché la Rivoluzione scelse l’altra strada, quella della rivoluzione antropologica attraverso la corruzione del costume e l’allontanamento dai principi morali che erano in qualche modo stati alla base della società fino ad allora.

Rimasero però sacche o “zone” dove questa violenza veniva rivendicata e all’occorrenza riesumata, oltre a un modo di vivere assolutamente contrario a ogni rispetto del Decalogo. Nacquero così i centri sociali, una sorta di “zona liberata” dall’influenza del modo di vivere “normale” (una normalità sempre più lontana dal bene, ma dove il male viene praticato con una certa discrezione), dei quali si è opportunamente occupato l’amico Salvatore Calasso sulla rivista Cristianità (437/2026).

Così i giovani (e meno giovani) frequentanti queste aree di disagio sociale istituzionalizzato riemergono dal nulla periodicamente, secondo le necessità della politica praticata dalle forze progressiste che li “coprono” e li “usano”. Ogni anno viene celebrata per esempio la rivolta di Genova che 25 anni fa mise a soqquadro la città, ferì centinaia di agenti di polizia e carabinieri, provocò distruzioni di negozi, auto e quant’altro, e favorì la morte di un manifestante, Carlo Giuliani, diventato suo malgrado l’eroe che ogni anno permette a migliaia di potenziali assassini di ritrovarsi per esercitare una violenza altrimenti incomprensibile. Gli stessi violenti ogni tanto, secondo scadenze non sempre facili da ricordare, riempiono di violenza i luoghi dove dovrebbe svilupparsi la linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione che avrebbe il compito (ma vedrà mai la luce?) di unire il nord d’Italia alla Francia.

Ma vale la pena di occuparsi di queste poche migliaia di giovani che periodicamente manifestano con estrema violenza il proprio rifiuto del sistema? Credo non vadano sottovalutati, ma presi per quello che sono. Intanto non bisogna pensare che siano soltanto dei “cretini” o dei “violenti”: sono organizzati, disposti anche a essere arrestati (tanto poi verranno velocemente liberati da magistrati compiacenti), sufficientemente protetti dalle diverse sinistre anche quando condannano le loro violenze.

Non soltanto, ma sono un male che si riproduce: dalla violenza durante il G8 di Genova sono trascorsi 25 anni, una generazione, e a manifestare a Genova quest’anno c’erano molti giovanissimi che allora non erano ancora nati, così come anche nelle manifestazioni No Tav dello scorso fine settimana. L’indulgenza della sinistra ricorda quella contro le Brigate rosse all’inizio, quando i brigatisti venivano accusati di essere fascisti e prima ancora “compagni che sbagliano”.

Il giudizio invece deve essere chiaro e puntuale: sono terroristi, il loro metodo è inaccettabile e la loro ideologia è radicalmente sbagliata, ingiusta, contraria al senso comune e alla dignità dell’uomo. Bene ha fatto il card. Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, a dire pubblicamente che “non meritano nessun sforzo di comprensione, sono pura violenza terroristica (…) incompatibile con il Vangelo e con la democrazia” (La Stampa, 27 luglio). È auspicabile che il mondo cattolico faccia seguire azioni concrete contro questa deriva terroristica, con pubbliche iniziative, di preghiera e culturali, perché le persone capiscano che l’ordine e la giustizia vanno difesi pubblicamente.

Soprattutto va fatto comprendere il dovere da parte dello Stato di difendere la popolazione e di auto-difendersi, sia dai nemici interni, come in questo caso, che dai nemici esterni. La difesa è legittima e doverosa sia per i singoli sia soprattutto per gli Stati (cfr. Domenico Airoma su questo sito). Questo è un punto molto doloroso perché troppi cattolici sono dubbiosi. Si tratta invece di un aspetto centrale della dottrina sociale, esposto sia nel Compendio della dottrina sociale (502-507) sia nel Catechismo della Chiesa Cattolica (per esempio 2263-2266). Non si tratta soltanto del diritto di difendere la propria vita, ma anche l’ordine interno della propria patria e il diritto di quest’ultima di esistere e continuare a vivere libera da condizionamenti interni e da aggressioni di eserciti o da influenze stranieri.