L’occidentalismo apocalittico di Peter Thiel

Lisander 30 Luglio 2026

di Massimo De Angelis

Quello di Peter Thiel è un pensiero difficile. Difficile perché Thiel non è filosofo di professione. Afferra i pensieri che attraversa per dominare il mondo di oggi. Difficile anche, soprattutto per noi europei, perché il suo pensiero politico è anche teologia politica. E noi europei abbiamo trascurato e anzi anatemizzato la teologia (e la filosofia) politica chiudendoci nelle anguste stanze della politologia, della filosofia del diritto, della geopolitica.

Come si potrebbe definire Thiel? Pensatore occidentale e cristiano, a suo modo, e conoscitore di prima mano della tecnologia come destino. Cristiano in primo luogo perché parte e pone al centro il Male nella storia. Male non come assenza di bene talché basta resistere a esso, ma come realtà che richiede lotta. È questa una scelta concettuale decisiva. Qualcosa che il progressismo cattolico, oggi dominante almeno in Europa, fa fatica a seguire.

C’è un punto da cui occorre prendere le mosse per comprendere il pensiero di Thiel, perché è il suo inizio. L’inizio è l’11 settembre 2001: uno spartiacque. L’approdo potrebbe essere il 7 ottobre 2023. Anche qui. Il peso e il senso di quegli eventi sono drammaticamente diversi, in Usa e in Israele, rispetto all’Europa.

Per l’Europa si è trattato di attacchi brutali ma infine di una parentesi. Per alcuni persino in parte giustificata. Per Usa e Israele si tratta del manifestarsi di una volontà di annientamento della violenza islamista. Cambio d’epoca. Punto e a capo. Se non si parte di qui non si capisce Thiel e non si comprendono tante altre cose che avvengono in America e in Israele.

Qui compare in Thiel un primo riferimento di pensiero: John Locke. Questi ha spinto l’Occidente, in nome di pace, sicurezza e prosperità, e sotto la parola d’ordine della laicità, a mettere tra parentesi in politica le cose che più contano per l’uomo: il senso dell’esistenza, la virtù, la natura stessa dell’essere umano. Perciò egli può essere considerato, secondo Thiel, padre spirituale degli Stati Uniti (e dell’Occidente). Ebbene, il 2001 demolisce i presupposti di Locke e di tutto l’illuminismo europeo. O meglio, come vedremo, non di tutto ma di quello umanistico-progressivo.

Seguendo John Locke, l’Occidente ha messo al centro l’homo oeconomicus (e technologicus) favorendo traffici e benessere economico ma producendo anche germi sempre più evidenti di decadenza: quella parabola di disinteresse e distruzione della morale mirabilmente descritta da Alasdair MacIntyre nel suo Dopo la virtù. Con lui si afferma una laicità radicale che pone come fine assoluto dell’uomo la libertà e non la virtù. Altra scelta fatale. Una parabola per cui siamo liberi senza più sapere perché siamo liberi, rischiando la ri-animalizzazione di cui parla Thiel, ricavandola da Alexandre Kojeve, ma che rimanda innanzitutto a Friedrich Nietzsche e al suo L’ultimo uomo.

Sullo sfondo di tutte queste tendenze decadenti vi è il miraggio della fine della storia. Ma è proprio qui, sul modo di intendere la laicità e sull’illusione della fine della storia, che le due sponde dell’Atlantico si stanno allontanando sempre di più. E la diversa interpretazione dell’11 settembre e poi del 7 ottobre apre una voragine dentro l’Occidente. Perciò sono eventi epocali.

La jihad islamica, fenomeno storico imponente secondo Thiel – altro che rivolta degli ultimi – colpisce un Occidente moralmente e intellettualmente debole e panciuto. Nel mezzo vi è il grande fenomeno dell’immigrazione che l’Europa e la Chiesa cattolica, col loro umanitarismo terminale, non comprendono nella sua portata storica per la minaccia che rappresenta. Eppure dovrebbe esser chiaro che quando Londra e Parigi hanno una popolazione per metà autoctona e per metà immigrata da una o due generazioni perlopiù islamica non si tratta più di ospitalità ma di tutt’altra cosa. Rispetto alla sfida islamica Thiel sembra affidarsi a Carl Schmitt e al suo “amico-nemico”.

Questa contrapposizione – e la lotta che ne discende – è una regolarità dell’uomo storico che ha al suo fondo la presenza, nella storia, del conflitto tra Bene e Male. Può essere contenuta, non eliminata. Perciò è «l’alternativa estrema a Locke e a tutto l’illuminismo». Seguendo Schmitt e riaffermando perciò il primato del “politico” si può contrastare “una sconfitta imminente”. Qui sembrerebbe che Thiel veda nella guerra l’unica e definitiva soluzione. Ma non è così. Il suo pensiero è più complesso e oscillante. E infatti: «se si condividono le ipotesi di partenza di Schmitt – dice Thiel – allora l’Occidente deve perdere la guerra o la propria identità». Un dilemma tragico. Che fare dunque? Per comprendere come Thiel veda la cosa, due sono i tornanti da percorrere. Il primo è il punto di partenza: la presenza decisiva del Male nella storia. Qui incontriamo René Girard, il maestro di pensiero di Thiel.

All’origine dell’uomo vi è la violenza. Non Rousseau e la natura buona. Semmai la natura decaduta sotto il segno del peccato originale come vuole Sant’Agostino, non quella sostanzialmente buona del gesuitismo e del cattolicesimo progressista contemporaneo. Qui c’è uno scontro nel cattolicesimo sulla lettura della storia che non ha nulla a che vedere con la disputa tra tradizionalisti e innovatori e che deve venire a galla attraverso una seria disputa di teologia politica che da troppo tempo manca. Tutto ha dentro violenza. A cominciare, certo, dalla tecnica e dal potere politico. Non si tratta di realismo come ideologia ma come intelligenza delle cose reali.

A questo punto il pensiero di Thiel si misura con quanto viene dopo la svolta dell’11 settembre. E col futuro. Si potrebbe vedere qualcosa di quasi provvidenziale in quell’evento perché ha reso possibile all’Occidente, a una sua parte, di aprire gli occhi. Qui diviene cruciale la visuale concessa a Thiel dal suo essere maestro di tecnologia. I prossimi decenni saranno davvero cruciali. La tecnologia dell’intelligenza artificiale andrà a mille. Così come le biotecnologie.

Come scrive l’amico e collega di Thiel, Alex Karp, nel Manifesto di Palantir, per decenni la deterrenza è stata legata al nucleare. Presto saremo definitivamente in un’altra fase storica. Quella delle armi legate all’intelligenza artificiale. Tutti i problemi legati alla guerra ma anche al terrorismo e alla sicurezza andranno visti in questa prospettiva. Palantir si può dire nasce per questo.

La tecnologia dell’IA è ambivalente. Può produrre potenza o invece decadenza. Pensiamo a un certo uso degli iPhone o dei videogiochi. Ecco allora il punto. L’Occidente se non vuole perire deve correre più veloce degli altri. Non per distruggerli ma per contenerli, posto che la deterrenza, nel mondo della violenza originaria, è l’unica possibile via della pace.

Qui è ancora da chiarire una cosa. L’accelerazione tecnologica che Thiel ritiene necessaria è prossima ma non coincide con la filosofia dell’accelerazionismo. Quest’ultima nasce dentro il pensiero progressista (Deleuze, Guattari) e pensa al postumano e al transumano, ma anche all’ibridazione oltre che con le macchine con gli animali (le chimere). È un pensiero ostile all’identità e volto al trans e al mescolamento. Sul piano degli individui e come vedremo sul piano generale dell’umanità. Tutto ciò è molto lontano dal pensiero di Thiel o di Karp.

E proprio qui si giunge al punto più delicato che apre alle ultime riflessioni di Thiel sull’Apocalisse. Noi abbiamo visto come l’Occidente ha nemici esterni ma anche un nemico interno che nasce da una decadenza che è frutto del modo in cui esso stesso si è autoconcepito a partire dall’illuminismo. Una decadenza innanzitutto antropologica. Nata dal rifiuto di tutte le domande fondamentali. E d’altra parte abbiamo visto come l’Occidente non possa pensare di combattere sino alla fine il nemico senza sfigurarsi definitivamente e assomigliare al nemico stesso. Passando cioè dalla decadenza a una sorta di autocancellazione.

Quale è il bivio? Si può vedere che la violenza è un dato permanente nella storia dell’uomo, che l’11 settembre è manifestazione di questo, esplosione della violenza islamista, si può quindi comprendere e accettare l’indicazione di Papa Ratzinger che la violenza è intrinseca all’islamismo col quale si deve anche interloquire ma che va contenuto. Oppure si può pensare e aspirare all’uomo post-storico. Che col politically correct e il diritto internazionale cancella il Male dalla faccia della terra.

Sul piano antropologico vi è l’uomo che è un particolare che si apre bensì all’universale, ma che ha identità, storia, cultura, linguaggio e che attraverso essi si apre all’altro. «Una antropologia situata» come pure dice Papa Leone. Oppure vi è l’uomo cosmopolita universalista, pacifista che risolve l’enigma della storia: una idea di uomo che è pure ben presente nella Chiesa cattolica e nel suo universalismo.

Sul piano generale dell’ordine mondiale possiamo allora pensare, secondo Carl Schmitt e Huntington, a nazioni e aree di civiltà che si confrontano e si aprono le une alle altre in una realistica mescolanza di scontro e incontro, comunque sulla base della riaffermazione di una specifica identità di ciascuno. Oppure a un governo mondiale. Quell’Impero di cui anni fa parlavano Toni Negri e Michael Hardt che governa su una moltitudine di uomini “enti generici”. Secondo un’utopia globalista che è – come abbiamo visto – il regno dell’uomo ri-animalizzato come dice Kojeve o dell’ultimo uomo come sostiene Nietzsche.

Qui si colloca il tema dell’Apocalisse. Il riferimento di questa riflessione in Thiel è il pensiero di Solovev. Pensatore cristiano russo che dopo aver a lungo perseguito ideali progressisti, illuministi, universalisti, pacifisti giunge alla conclusione che essi conducono alla menzogna. Perché non dicono la verità sull’uomo. Nascondono che esso è segnato sin dall’inizio dalla violenza e che può essere salvato solo da Cristo, dalla resurrezione e dalla conversione al Dio della vita.

Ebbene nel suo racconto dell’Anticristo, Solovev, ripercorrendo i temi dello scritto neotestamentario, narra come l’Anticristo sia appunto il Superuomo che per amore di sé ha tradito Dio per Satana e che riesce a creare un’unione europea come impero mondiale fondato su pace, benessere, pluralismo, uguaglianza. Su un’ideologia conciliatrice che non esclude nessuno ma include. Su un diritto delle genti alla giustizia e alla pace. Ma non sulla Verità. Perciò mentre la maggior parte dell’umanità e dei cristiani sono disposti a pagare il prezzo della rinuncia alla verità in nome del benessere, un pugno di cristiani si oppone. Soprattutto si oppongono gli ebrei che si avvedono che il Superuomo, l’Anticristo, non è il Messia ma la sua copia falsa e alla fine di una dura lotta riescono a sconfiggerlo. Si pensi ai richiami all’Unione europea oggi e a Israele oggi. Dopo il 7 ottobre. Riferimenti che vanno meditati.

Ebbene il richiamo al tema dell’Apocalisse oggi da parte di Thiel significa essenzialmente questo. Che viviamo, come direbbe Heidegger, tempi finali ai quali non possiamo sottrarci, come non possiamo sottrarci alla tecnica e al suo nocciolo di violenza umano, troppo umano. Perché, come dice Rilke, l’uomo è l’ente arrischiato.

Ma non solo questo. E non soprattutto questo. Nell’Apocalisse vi è, come è noto, la figura del katechon che ci viene da Paolo che ne parla nella Lettera ai Tessalonicesi. Il katechon è colui che trattiene il Male, e quindi l’Anticristo, rischiando di accogliere in sé il Male. Vi è in proposito una importante catechesi di Joseph Ratzinger dell’aprile del 2009 in cui egli richiama la tesi di una Chiesa bifronte che include in sé il Bene ma anche il Male. Proprio perché è katechon. È un tema, come si capisce, delicatissimo. Nell’economia del nostro discorso noi possiamo vedere che vi è chi (i falsi profeti di cui ci parla Gesù nei Vangeli) ci parla di un mondo giusto, di pace e benessere universali che è in realtà una menzogna. Perché una menzogna? Perché nasconde anziché eliminare il nucleo più oscuro della storia umana: la violenza. Perché nasconde la necessità della lotta al Male e della conversione al bene. Perché in nome di una laicità ipocrita nasconde la vera essenza dell’uomo che è la libertà nella verità.

E allora. Il presagio di tempi finali (tecnologici ambientali, bellici), la paura che ne deriva, può farci cercare pace e sicurezza nella Cattedrale progressista di cui parla Curtis Yarvin. Quella rete informale di università, media, agenzie governative, organizzazioni internazionali e simposi alla Bilderberg che funzionano oggi come Chiesa secolare e che ci chiedono di sottometterci a loro se vogliamo pace e sicurezza. Di sottometterci a un governo mondiale woke, laico naturalmente, che mette tra parentesi l’identità dell’uomo perché ci chiede di diventare nietzscheanamente ultimi uomini. Una prospettiva fallimentare perché la violenza degli altri non sarà eliminata ma solo nascosta e prima o poi esploderà.

Venendo al nostro mondo, qui si parla del katechon cattivo nel senso che ha già introiettato in sé l’Anticristo. Vi è poi il katechon buono, il quale riconosce e denuncia la violenza e la contiene anche attraverso la forza, che è prossima alla pura violenza ma non si identifica con essa e che dunque va adoperata con misura per non costringersi a diventare come i nostri nemici.

L’ America di questi ultimi tempi – e questo Thiel non se lo nasconde – potrebbe essere protagonista sia del regno dell’Anticristo, e grazie alla sua preponderante potenza tecnologica dar vita all’impero mondiale, oppure potrebbe dar vita, in nome della vera libertà, alla lotta contro di esso. Si potrebbe pensare allo scontro tra l’America di Biden, fautrice dell’unipolarismo americano, del progressismo e della fine della storia, e quella identitaria di Trump. E non si sbaglierebbe. Ma il dilemma americano è più nel profondo. E non riguarda in realtà solo l’America. L’Europa del diritto internazionale e della pace che cosa è se non un cattivo katechon, proprio perché si nasconde e nasconde la realtà dell’uomo e della sua storia? La pace nasce dalla relazione uomo-Dio-uomo oppure è finta pace.

Gesù nei Vangeli dice che ha portato nel mondo la spada perché sa che il Male è principe di questo mondo. Perciò non si chiede: quando ritornerò nel mondo troverò la pace? Ma: quando tornerò troverò la fede? Troverò l’uomo, il vero uomo, potremmo dire. Forse la domanda è una sola.