Morire era un privilegio. I campi di concentramento degli jugoslavi in Bosnia e Serbia erano fabbriche di orrori. Migliaia di italiani, militari e civili, uccisi a guerra finita. Non c’è aggettivo per definire le atrocità. Bastano le testimonianze dei militari, di cui il Giornale è venuto in possesso, per farsi un’idea.
Il sottocapo meccanico della Marina Federico Vincenti, già internato nell’isola di Lissa, scrive: «Dal 10 al 20 dicembre ’43 si calcola siano stati fucilati circa 1800 militari i cui cadaveri sono stati buttati in mare. Le esecuzioni in massa avvengono a Bisevo. Soldati, che quasi completamente nudi mostrano stanchezza vengono fatti oggetto di rappresaglie da parte delle sentinelle che sparano loro addosso colpendoli alle gambe».













