La maternità come speranza per il futuro

Lisander 21 Maggio 2026

di Monika Grygiel

La Polonia è tra i paesi europei che stanno maggiormente promuovendo una politica di sostegno alla natalità e alla famiglia. Come ha illustrato in modo approfondito Olivier Bault nel suo ultimo intervento, il governo polacco da diversi anni continua a varare misure di sostegno economico e fiscale alle famiglie con figli. Inoltre, la restrizione legislativa sull’interruzione volontaria di gravidanza mira a proteggere la vita del nascituro considerato individuo ma anche cittadino. Ed è certamente controcorrente nel mondo di oggi il riconoscimento della fertilità come questione pubblica e non solo privata. La famiglia è ritenuta fondamento della società e della nazione.

L’attenzione forte a questi temi deriva a mio avviso da una storia e una tradizione, non solo religiosa, che sostengono e testimoniano valori importanti.

In Polonia è sempre stato particolarmente marcato il riconoscimento del popolo come nazione, unita da una comune identità culturale, valoriale e religiosa. Il sentirsi nazione ha permesso di far fronte a una lungo succedersi di invasioni e spartizioni che hanno potuto togliere terre e sovranità ma mai l’identità e il sentimento di appartenenza a un popolo e a una storia comune.

Più si fa debole il riconoscimento e l’appartenenza a un’identità che attraversa la storia, meno ci si sente protagonisti e costruttori di un succedersi valido di generazioni: meno ha senso generare dei figli. Non c’è futuro in cui ci sia spazio per un nuovo inizio senza un riconoscimento del passato come eredità da accogliere e come tale anche da trasformare.

Le relazioni, un’appartenenza e la storia sono elementi fondamentali perché il desiderio di un figlio possa prendere carne. È stato notato come il tasso di natalità sembra essere stato tante volte direttamente proporzionale alle difficoltà della vita. In tempi di guerra, di fatiche estreme, di regime comunista in Polonia, nascevano molti più bambini: segno di speranza, fiducia in una vita buona comunque, desiderio di testimoniare i veri valori e la vita stessa. O succedeva forse perché le difficoltà della vita cristallizzavano nel cuore degli uomini il desiderio più profondo e vero: quello di vivere e dare vita.

I dati statistici dicono che le politiche economiche di sostegno alla famiglia non sono sufficienti ad aumentare le nascite. Il numero dei figli non è direttamente proporzionale al benessere economico, pur rimanendo quest’ultimo importante.

Occorre quindi riconoscere il valore sociale della maternità e della cura genitoriale, sostenendo certamente anche un’organizzazione del lavoro e della società che pensi questi aspetti come fondanti ogni altro agire politico. Solo così possiamo auspicare un cambio culturale che riconosca la maternità non come scelta individuale o al massimo della coppia, ma come compito naturale e altissimo che la società e la storia affidano alla donna e in cui non la lasciano sola. La solitudine è uno dei nemici più grandi della maternità. Generare, dare vita a un desiderio implica una relazione. Occorre sempre un altro perché la potenza di un inizio possa essere accolta e sorretta.

La donna è colei che ha il compito, particolare e nobile, di generare e attraverso la fondazione di una famiglia di generare la società. Rimettere al centro la maternità vuol dire rimettere al centro le relazioni, l’appartenenza e la storia come un succedersi di generazioni. Vuol dire rimettere al centro l’uomo che per generare deve conoscersi mortale e limitato. Il tempo quando è limite, paradossalmente apre ad altro. La sempre maggiore diffusione della filosofia della longevity, se da una parte è un’utile attenzione alla cura di sé, rischia di alimentare l’illusione dell’immortalità e la negazione del tempo. L’onnipotenza, che non riconosce un inizio relazionale (l’essere stati generati) e una fine, anche questa non decisa dall’uomo, rende sterili.

Che tutto questo non sia ideologia o un’opinione discutibile, lo dimostra persino la biologia con il fenomeno sempre più studiato del microchimerismo materno-fetale: cellule fetali passano fin dalle prime settimane della gravidanza nel corpo materno e vi rimangono per tutta la vita, contribuendo anche a fenomeni riparativi. Viceversa anche cellule materne passano nel corpo del nascituro ma ne rimane traccia minore e ad esempio nelle figlie femmine tali cellule vengono definitivamente eliminate quando a loro volta rimangono incinte. Studi più recenti inoltre hanno trovato in secondogeniti cellule fetali del fratello maggiore, evidentemente passate dal corpo materno.

Un fenomeno fisiologico come il microchimerismo svela il corpo della donna come luogo in cui si tessono relazioni che lasciano un segno indelebile nel tempo. Luogo misterioso e amico allo stesso tempo, che richiama ai bisogni e alle domande del cuore umano.

Il corpo, e la mente, della donna proprio nella loro struttura e particolare funzionamento biologico, sono memoria dell’esistenza del tempo e di uno spazio. Tempo che va oltre la propria esistenza e spazio per un altro, per le generazioni future. Memoria di una storia e di un’appartenenza, che solo così lanciano un vero inizio.

Monique Bydlowski, famosa psicoanalista francese, nei suoi studi sulla maternità e il femminile, parla del “debito di vita”: ogni uomo nasce dentro una storia transgenerazionale. Riceve la vita dai propri genitori, e una vita psichica da più generazioni, dono che lo fa sentire in debito. Debito psichico e simbolico che in maniera inconscia porta a “restituirlo” trasmettendo la vita a sua volta. Questo passaggio implica la necessità di riconoscere il dono ricevuto, dargli un valore sufficiente per provare gratitudine e desiderio di continuare ciò per cui si è grati.

La maternità è un modo per restituire il debito di vita, segnato dalla presa di coscienza della propria finitezza. I figli, evidenza di un tempo in cui non ci saremo più, ci salvano dall’abisso mortale del nostro io. Salvano la nostra vita. Sono il punto dove il passato può intrecciarsi con il futuro. Generare una nuova vita è possibile nella misura in cui si riceve il consenso a farlo da chi a sua volta ci ha generati e accetta che ciò che lascia in eredità abbia un nuovo inizio e si trasformi.

Dobbiamo avere chiaro che, finché generare un figlio sarà visto solo in un’ottica individualista, come espressione di un desiderio o meno della donna o al massimo della coppia, non ci sarà una primavera demografica. Finché il futuro non sarà uno spazio di speranza aperto dalla positività del passato, il desiderio di figli sarà congelato.

Quando ci accorgeremo che il non generare implica un lutto, una perdita che andrà elaborata e comunque lascerà un segno? Cosi come le donne vengono profondamente toccate dalla non nascita di un figlio e dal vissuto di non essere generative, anche la società lo è e lo sarà.

L’assenza di figli, se corrisponde a una negazione della generatività, ferisce anche la creatività, che ha senso solo se proiettata nel tempo per le generazioni future. Il non sentirsi generativi toglie significato all’esistenza. Sui popoli o sulle società che non crescono aleggia il vissuto della fine, che rischia di implodere nei cuori dei singoli.

Forse non è un caso che il calo demografico sia in qualche modo proporzionale all’aumento dell’accettazione dell’eutanasia. Ciò che non è dono e non ci rimanda a un altro, facilmente rientra solo nella categoria dell’utilità. La negazione dell’appartenenza a delle origini con i suoi valori e una sua storia non promette alcun bene futuro e alcuna vita.

Dobbiamo far splendere ciò che abbiamo ricevuto perché ci sia un nuovo inizio.