La guerra in Yemen, ultimi focolai di crisi in Medio oriente

Inside Over  – DOSSIER – Agosto 2023

Il nuovo Medio Oriente

Il Medio Oriente sta cambiando pelle. Dal lungo addio degli Stati Uniti, passando per il nuovo ruolo delle potenze regionali: Arabia Saudita e Iran in testa, tutta l’area è in fermento. Gli accordi di Abramo restano in bilico, e intanto alcuni focolai di tensione non accennano a diminuire. E sullo sfondo compare la Cina e il nuovo ruolo che è pronta a ricoprire

______________________________________

Inside Over  – dossier – 16 Agosto 2023

La guerra in Yemen, il terrorismo: gli ultimi focolai di crisi in Medio oriente

Valerio Chiapparino

Sono passati più di 20 anni da quando il gruppo intellettuale e politico dei cosiddetti neo-con controllava la Casa Bianca sussurrando come il cappello parlante di Harry Potter all’allora presidente repubblicano George W. Bush i piani per plasmare il mondo a suon di attacchi preventivi e di regime change. L’11 settembre aveva infatti aperto le porte a quella che sarebbe passata alla storia come la dottrina Bush enunciata anche in un celebre discorso al Congresso sullo Stato dell’Unione nel quale Iraq, Iran e Corea del Nord venivano bollati come Stati canaglia.

Non è un caso che due delle tre nazioni citate appartenessero ad un’area geografica culla di civiltà e destinata, almeno nelle intenzioni, a divenire il fulcro di un’inarrestabile evoluzione democratica. In quegli anni il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice aveva definito i bombardamenti israeliani sul Libano in mano al movimento terrorista sciita degli Hezbollah come le “doglie del parto di un nuovo Medio Oriente”, una dichiarazione dietro la quale si celava l’idea di una più ampia “distruzione creatrice” messa in pratica con la guerra in Iraq e la deposizione di Saddam Hussein. La primavera araba, presto trasformatasi in un lungo inverno, e il tentativo dell’amministrazione Obama di improntare una politica estera all’insegna del pivot to Asia avrebbero poi spazzato via l’idea americana di “caos costruttivo” nel mondo arabo e un ridimensionamento di fatto dell’influenza di Washington nella regione.

Anche se però le attenzioni dell’attuale inquilino al 1600 Pennsylvania Avenue e delle diplomazie occidentali sono tutte rivolte alla Cina e alla Russia, il Medio Oriente si presenta ancora oggi ricco di sfide, alcune storiche altre del tutto nuove. L’annosa questione israelo-palestinese continua a trascinarsi senza soluzioni. Il ministro degli esteri palestinese Riyad Malki ha di recente dichiarato che il suo paese “oggi è una terra dimenticata” denunciando il disinteresse del mondo per il processo di pace. L’ultimo tentativo di portare al tavolo dei negoziati entrambe le parti risale al 2014 con il fallimento della mediazione di John Kerry, inviato speciale nella regione. Durante la presidenza Trump si sono registrate importanti evoluzioni, per la verità più sbilanciate verso Israele che la Palestina. Il presidente miliardario ha infatti riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele, con conseguente trasferimento dell’ambasciata, e ha siglato gli accordi di Abramo che sanciscono la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan. Il tentativo di raggiungere un accordo definitivo tra i due stati in lotta da decenni ha portato alla pubblicazione di un documento noto come Vision for Peace che però non riesce a convincere il presidente palestinese Abu Mazen.

La firma degli accordi di Abramo, a cui presto potrebbe aggiungersi l’Arabia Saudita, dimostra come il mondo arabo sia pronto ad andare oltre la questione palestinese, considerata in passato una conditio sine qua non per intavolare qualsiasi dialogo con Tel Aviv. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu intanto continua ad approvare la costruzione di nuovi insediamenti e concentra i suoi sforzi su una contestata riforma della giustizia che da settimane porta in strada milioni di manifestanti e mette a rischio la tenuta sociale del paese. In realtà, però, negli scorsi mesi lo stillicidio di attacchi terroristici in Cisgiordania ed Israele hanno ricordato a Netanyahu e ad Abu Mazen che non può esserci pace possibile sinché un dialogo diretto non verrà ristabilito. A luglio l’esercito di Tsahal ha eseguito un raid contro i principali movimenti armati presenti in Palestina, una delle operazioni più massicce dalla fine della Seconda Intifada. Nei territori palestinesi inoltre cresce il malcontento non solo nei confronti dell’Anp – non si sono ancora svolte le elezioni legislative rimandate dal 2021 – ma anche contro Hamas che amministra la striscia di Gaza dove mancano acqua e luce per quasi tutto il giorno e la disoccupazione è al 70%.

Come effetto combinato del vuoto geopolitico seguito all’attacco all’Iraq e al collasso di quello Stato unitamente alla guerra civile in Siria, il terrorismo internazionale ha trovato terreno fertile in Medio Oriente, usando la lotta contro gli infedeli occidentali come ragion d’essere. La decisione dell’amministrazione Obama di non punire l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, nonostante la linea rossa stabilita dal presidente Usa, e il supporto non troppo convinto all’opposizione democratica ha permesso alla Russia di Putin a partire dal 2015 di prendere l’iniziativa e di salvare un alleato dalla minaccia dell’avanzata dei ribelli e dei terroristi dell’ISIS. Per diversi analisti i successi militari di Mosca in Siria insieme al ridimensionamento americano nella regione avrebbero indotto Putin ad intervenire poi in Ucraina.

Se la Siria, dove Assad ha domato la rivolta ed è stato nuovamente accolto dai “fratelli” della Lega Araba, ha cessato di rappresentare un focolaio attivo di crisi, è nello Yemen che si è manifestata una delle guerre di potere più spietate tra l’Arabia Saudita, potenza regionale sunnita, e l’Iran, rivale storico sciita. Nel 2014 il movimento ribelle degli Houthi, sostenuto da Teheran, ha preso il controllo delle province settentrionali del paese per poi occupare la capitale Sanaa e mettere in fuga il presidente Hadi. Con l’ascesa del giovane principe ereditario Mohammad Bin Salman, la politica estera di Riad si è fatta più assertiva portando all’intervento militare, assieme ad una coalizione internazionale, contro gli Houthi. Le speranze per la fine di questo sanguinoso conflitto si sono riaccese a seguito della firma, mediata dalla Cina, che ha sancito la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita ed Iran. Al momento però i frutti di questa intesa non sono ancora stati raccolti. L’Iran stesso rimane un altro fronte caldo impossibile da ignorare. La minaccia di un attacco preventivo da parte di Israele agli impianti legati al programma atomico di Teheran è più viva che mai in un momento in cui il paese sembra aver superato una fase di intense proteste sociali ed è alla ricerca di un rilancio politico.

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’est Europa e su Taiwan, gli eventi che si succedono senza un’apparente connessione tra loro e di cui spesso leggiamo sui giornali in brevi trafiletti ci ricordano che il Medio Oriente è come una scatola di fiammiferi pronta a prendere fuoco in qualsiasi momento. I piromani in questa regione sono tanti, i pompieri non abbastanza. 

________________________________

Indice del DOSSIER

1. La guerra in Yemen, il terrorismo: gli ultimi focolai di crisi in Medio Oriente

2. Da Saddam all’ascesa della Cina: com’è cambiata la politica Usa in Medio Oriente

3. Il nuovo Medio Oriente e il futuro degli Accordi di Abramo

4. Il disgelo siriano: così si è riaperto il dialogo con Damasco

5. La mossa a sorpresa di Xi: perché la Cina punta sul Medio Oriente