Riconoscimento facciale, una minaccia alla nostra privacy

Abstract: riconoscimento facciale, una minaccia alla nostra privacy Clearwiew Ai scansiona i volti e raccoglie online ogni dato personale. Una nuova tecnologia dai risvolti inquietanti. Parla Kashmir Hill, giornalista del New York Times autrice di un’inchiesta sull’argomento che rivela come questa tecnologia sia già in uso non solo presso agenzie governative e forze di polizia ma aziende imitatrici offrono tecnologie simili anche ai privati. Perfino le Big Tech  hanno ritenuto questa tecnologia troppo radicale per essere diffusa

Il Timone n. 235 Gennaio 2024

«Attenti alle minacce del riconoscimento facciale»

Clearwiew Ai scansiona i volti e raccoglie online ogni dato personale. Una nuova tecnologia dai risvolti inquietanti. Parla Kashmir Hill, giornalista del New York Times autrice di un’inchiesta sull’argomento.

di Roberto Vivarelli

Immaginate una società distropica  nella quale una misteriosa società sostiene di identificare  chiunque, con un’accuratezza del 99%, sula base di una sola istantanea del vostro volto. Ebbene, non siamo in un romanzo di distropico di Philip K. Dick o di Aldous Huxley, ma nella realtà. Quella che raccontiamo per la prima volta in Italia è l’inchiesta della giornalista del New York Times, Kashmir Hill, e di Clearview Ai, un’applicazione in grado di scansionare un volto e, in pochi secondo, di far emergere ogni dettaglio della vita online di una persona: il nome, i profili sui social media, gli amici e i familiari, l’indirizzo di casa e foto dimenticate, di cui forse non conoscevate nemmeno l’esistenza. Un possibile strumento di sorveglianza di massa da far impallidire tutto ciò che si era visto in passato per controllare la vita delle persone. Inserito nella lista dei libri dell’anno del Financial Times, Your face belongs to us – A secretive startup’s quest to end privacy as we know it – in uscita anche in Italia per Orville Press – della giornalista Kasmir Hill è la storia di come una piccola startup sia riuscita a fornire un’avanzata tecnologia di riconoscimento facciale alle forze dell’ordine, ai miliardari e alle grandi aziende, minacciando di porre fine alla privacy come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

40 miliardi di immagini

«Clearview Ai», racconta in esclusiva la giornalista del New York Times, «dispone di 40 miliardi di immagini raccolte da internet. Tramite l’applicazione è possibile fotografare una persona e vedere tutti i luoghi sul web in cui compare il suo volto, rivelando potenzialmente il suo nome, i suoi profili sui social media, i suoi interessi e perfino le foto su internet di cui potrebbe non essere a conoscenza». In buona sostanza, addio anonimato. «Con un semplice scatto», spiega Hill, «si collegano le persone ai loro dossier online, ponendo potenzialmente fine all’anonimato come lo conosciamo, a seconda di chi vi ha accesso». Basti pensare che si tratta di una tecnologia talmente pericolosa che persino le grandi aziende Big Tech, in passato, vi hanno dovuto rinunciare. «Le Big Tech decisero che era una tecnologia troppo radicale per essere diffusa», osserva. «Eric Schmidt, all’epoca presidente di Google, fece notare come avrebbe potuta essere usata da un dittatore malvagio. Ricordiamo inoltre che queste aziende in passato hanno dovuto affrontare molte critiche per l’uso dei dati e sospetto che si siano preoccupate delle ripercussioni legali e normative». Il grosso problema, infatti, è che la tecnologia di riconoscimento facciale descritta nel libro, nelle mani sbagliate, può causare danni inimmaginabili. Per le sorti non solo della nostra privacy, ma anche per la tenuta della democrazia.

Errori di identificazione

«Clearview afferma di limitare la sua applicazione alle forze dell’ordine e alle agenzie governative. Tuttavia, altre aziende imitatrici offrono servizi simili (con database più piccoli) al grande pubblico. Be sono un esempio Pim Eyes e FaceCheck.ID», afferma la giornalista e autrice del saggio. Un risvolto piuttosto inquietante riguarda l’uso del riconoscimento facciale in ambito militare. «Non c’è bisogno di immaginarlo. L’Ucraina», afferma, «ha utilizzato l’intelligenza artificiale di Cleraview nella guerra con la Russia per identificare le persone ai posti di blocco, identificare i soldati russi morti e trovare i loro profili sui social media per inviare le foto dei loro corpi ai propri cari nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica russa», sottolinea. «Clearview ha lavorato su occhiali a realtà aumentata in grado di effettuare il riconoscimento facciale in tempo reale con il finanziamento dell’aeronautica militare statunitense, che ha espresso interesse a utilizzarli nelle basi militari». Come scrive Kashmir Hill, questa tecnologia è già utilizzata da molte forze dell’ordine e da alcune agenzie governative. Ma ha già commesso alcuni errori molto gravi e di mezzo ci sono finite persone innocenti. «Sono noti sei casi di persone arrestate ingiustamente sulla base di una corrispondenza errata del riconoscimento facciale. Si vedano gli articoli che io e altri abbiamo scritto su Robert Williams, Michael Oliver, Nijeer Parks, Randal Quran Reid, Alonzo Sawyer e Porcha Woodruff. In tutti i casi di cui siamo a conoscenza, le persone arrestate ingiustamente erano di colore»

«Servono regolamenti»

Il tema non riguarda peraltro solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa. Precisamente l’Italia, come sottolinea la stessa Hill citando un articolo del New York Times. «La tecnologia di riconoscimento facciale viene utilizzata dalla polizia nel Regno Unito e in Europa. Le autorità italiane hanno utilizzato un servizio simile a Clearview per trovare un mafioso ricercato». Trattasi nello specifico di Edgardo Greco, 63 anni, arrestato mentre stava per iniziare il turno di notte in un ristorante in Francia: gli investigatori lo hanno identificato attraverso delle fotografie online. Questo, chiaramente, è uno degli esempi di come questa tecnologia possa essere utilizzata a fin di bene, per una giusta causa.  «La tecnologia di riconoscimento facciale presenta chiari vantaggi», ammette Kashmir Hill, «ma anche lati negativi. Penso che sia chiaro che abbiano bisogno di regolamenti e di limiti per sfruttare i vantaggi e proibire gli usi che violano la nostra privacy e le nostre libertà civili». Glenn Greenwald, il celebre avvocato e giornalista statunitense, che nel corso del 2013 ha pubblicato una serie di articoli su alcuni documenti ottenuti dal “whistleblower” Edward Snowden, rivelando così le operazioni di sorveglianza di massa da parte della National Security Agency (Nsa) statunitense e di altre agenzie di intelligence, ha definito il contenuto del libro di Hill «allarmante», mentre lo scrittore John Carreyrou ha osservato, a proposito delle rivelazioni di Hill, che il «futuro distropico ritratto in alcuni film di fantascienza è già qui fra noi». E forse conviene interessarsene prima che sia troppo tardi.

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