Le buone maniere nell’età dell’incertezza

Lisander 19 Marzo 2026

Quando Guia Soncini ha aperto questo focus con una domanda tanto semplice quanto disarmante – che fine hanno fatto le buone maniere? – ha dato voce a un’impressione diffusa ma raramente espressa senza un certo imbarazzo: quella di vivere in un mondo in cui i codici elementari della convivenza sembrano essersi dissolti. Non necessariamente perché siamo diventati più maleducati, ma perché oggi è diventato sempre più difficile stabilire che cosa possa dirsi educato e cosa non lo sia.

Gli esempi evocati nel saggio di apertura – il telefono in vivavoce in treno, la musica ad alto volume nei luoghi pubblici, la necessità di chiedere il permesso prima di telefonare, la fine della bugia pietosa come lubrificante sociale – restituiscono tutti la stessa sensazione: i confini tra pubblico e privato, discrezione e trasparenza, cortesia e autenticità si sono fatti improvvisamente incerti.

I contributi raccolti in questi mesi mostrano, tuttavia, che questo disagio può essere interpretato secondo prospettive molto diverse. Un primo gruppo di interventi invita a relativizzare l’idea stessa di una “crisi delle buone maniere”, leggendo la realtà come una trasformazione fisiologica delle norme sociali. Gilberto Corbellini, ad esempio, osserva che ogni epoca ha lamentato il decino dei costumi: dalle invettive dei moralisti antichi alle satire moderne, la convinzione che il presente sia più “rozzo” del passato sembra accompagnare ciclicamente ogni generazione.

Ma le pratiche del vivere insieme non sono mai state immutabili: non costituiscono un patrimonio stabile destinato a deteriorarsi con il tempo, ma un repertorio adattivo che muta insieme alle condizioni sociali e tecnologiche. In modo non dissimile, Francesco Magris interpreta le buone maniere come norme informali che emergono evolutivamente per rendere possibile la convivenza e Francesco Galofaro sottolinea come esse funzionino da complemento dell’ordine giuridico: non puniscono con sanzioni legali, ma con la perdita della reputazione. Insomma, le buone maniere non scompaiono: si adattano.

Una seconda linea interpretativa individua nella trasformazione tecnologica il fattore decisivo della tensione attuale. Luca Diotallevi rileva che la comunicazione digitale ha modificato radicalmente la struttura dell’interazione, introducendo una possibilità inedita: vedere senza essere visti e apparire senza esporsi davvero. In un ambiente in cui la comunicazione si moltiplica ma le interazioni – che implicano la presenza dei corpi – si riducono, i codici tradizionali della cortesia, nati per regolare l’incontro fisico tra le persone, finiscono inevitabilmente per perdere la loro funzione originaria.

Anche Andrea Venanzoni individua nell’ecosistema dei social media una trasformazione profonda: la “gamificazione” delle piattaforme e la ricerca continua di gratificazione e visibilità producono un ambiente in cui indignazione ed esibizione risultano più premianti della cortesia, al punto che le buone maniere tendono a diventare progressivamente irrilevanti.

Un terzo gruppo di contributi invita a leggere la questione in termini di un disallineamento tra norme sociali e nuove condizioni tecniche. Fabrizio Sciacca nota che molti comportamenti oggi percepiti come inaccettabili – dalla condivisione disinvolta dell’intimità al parlare male degli assenti – non sono affatto nuovi; ciò che è enormemente cambiato è il contesto in cui avvengono. In un ambiente caratterizzato dalla dissoluzione del confine tra pubblico e privato e dalla permanenza della tracciabilità, pratiche nate in contesti circoscritti e temporanei cessano di avere efficacia. Analogamente Francesco D’Ignazio interpreta la proliferazione di consigli e codici etico-morali contemporanei come il sintomo di una società che ha smarrito il proprio ordine implicito e tenta di sostituirlo con una sorta di manuale di istruzioni per la vita quotidiana.

Un’altra prospettiva ancora, più storica e culturale, emerge dagli interventi di Giulia Guazzaloca e Ivo Stefano Germano. Guazzaloca ricostruisce la lunga storia del galateo come dispositivo sociale che, dalle corti medievali alla moderna società borghese, ha reso visibili gerarchie e ruoli. Germano, dal canto suo, interpreta il disagio contemporaneo come il risultato di una trasformazione culturale legata all’“economia di sé”: nell’epoca dei social media, segnata dall’esibizione permanente e dalla costruzione della reputazione online, la perdita di quella dose di ipocrisia, che per secoli ha funzionato da fluidificante sociale, lascia spazio a una trasparenza ostentata, rendendo più difficile mantenere le distanze.

Infine, alcuni interventi riportano la riflessione su un piano quasi antropologico. Leonardo Allodi ricorda che le forme della civiltà – tra cui la cortesia quotidiana – sono parte di un patrimonio di “virtù seconde”, come le chiamava Musil: pratiche di autodisciplina che rendono la convivenza non solo possibile ma anche amabile.

David Mazzerelli, invece, invita a considerare un aspetto spesso trascurato: il rapporto tra comunicazione e tempo. Ripercorrendo le prime forme di socialità digitale, dalle chat di ICQ alle e-mail rese celebri da film come C’è posta per te, l’autore scrive che ogni mezzo di comunicazione ha sempre comportato una gestualità e una temporalità specifiche: la compressione di entrambe queste dimensioni nello smartphone ha accelerato il ritmo delle interazioni, con conseguenze inevitabili anche per le buone maniere.

Letti insieme, questi contributi suggeriscono una conclusione meno semplice di quanto la domanda iniziale potesse lasciare intendere. Le buone maniere non stanno scomparendo. Stanno cambiando ambiente. Sono nate in un mondo di relazioni locali e tempi lunghi, mentre oggi operano in uno spazio globale e accelerato. Non sorprende, dunque, che i codici del passato fatichino a funzionare in condizioni così diverse.

La vera questione, allora, non è se restaurare il galateo di ieri. È capire se siamo ancora capaci di produrre nuove forme di convivenza, abbastanza flessibili da adattarsi alla tecnica e abbastanza solide da evitare che ogni interazione diventi un conflitto. Perché, in fondo, le buone maniere non sono mai state soltanto una questione di eleganza. Sono sempre state una forma elementare di ordine. E ogni società, prima o poi, è costretta a reinventarlo