Chiesa e schiavitù: quale ritardo?

Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan 2 Giugno 2026

Bernardino Montejano

Anni fa, l’Istituto di Filosofia Pratica, sollecitato dalle dichiarazioni dell’allora rettore dell’Università Cattolica, l’arcivescovo Víctor Manuel Fernández, e del direttore della rivista Criterio, José María Poirier, pubblicò la dichiarazione “Sulla schiavitù”, in difesa della verità storica e dell’onore della Chiesa.

L’attuale cardinale Fernández affermò all’epoca: “La Chiesa ha accettato pacificamente la schiavitù alcuni secoli fa e ha cambiato idea a causa di un’evoluzione dottrinale”, mentre il giornalista sosteneva che “La Chiesa ha convissuto per secoli con lo scandalo della schiavitù”.

Ma oggi sta accadendo qualcosa di ben più doloroso: lo ribadisce Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, quando scrive: “Non possiamo negare né minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù… Questa è una ferita nella memoria cristiana che non ci è estranea… Nel nome della Chiesa, chiedo sinceramente perdono”.

La nostra tradizione inizia con San Paolo, il quale nella sua Lettera ai Galati scrive: «In Cristo… non c’è né Giudeo né Greco, né libero né schiavo, né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (3,27-28). Su questo tema, l’apostolo ha un testo esplicito: la lettera al suo amico Filemone, al quale dice: «Pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che è giusto, ti prego di fare appello alla tua carità… Ti supplico per mio figlio Onesimo, che ho generato in catene e che ti rimando… accoglilo come accoglieresti me». «Se qualcuno ti deve qualcosa, mettilo sul mio conto e io, Paolo, glielo restituirò».

L’Apostolo dei Gentili aveva battezzato nella prigione condivisa, seppur per ragioni diverse, con Onesimo, schiavo di Filemone. San Paolo sposta la questione dalla sfera giuridica a quella della carità e, come acutamente osserva il teologo protestante Emil Brunner, «l’istituzione della schiavitù si dissolve dall’interno… I cristiani avevano qualcosa di ben più importante da fare che protestare contro qualcosa che non potevano cambiare, e una lotta aperta contro questa ingiustizia non l’avrebbe abolita, ma anzi l’avrebbe fatta aumentare» (La Justicia,  Università Nazionale Autonoma del Messico, pp. 134-135).

Questa tradizione trova una pietra miliare in epoca moderna con Papa Leone XIII, che inquadra perfettamente la questione e, nel 1890, pubblica l’enciclica «Catholicae Ecclesiae», in cui scrive: «La Chiesa cattolica, che ha accolto tutti gli uomini con amore materno fin dalle sue origini… non aveva desiderio più grande dell’abolizione e della totale eliminazione della schiavitù, che ha assoggettato tanti mortali a un giogo crudele. Fedele custode della dottrina del suo Fondatore, la Chiesa si è fatta paladina della causa dimenticata degli schiavi ed è stata la garante incrollabile della libertà, pur impegnandosi gradualmente e moderatamente nel suo scopo, a seconda delle circostanze e dei tempi. Vale a dire, ha proceduto con prudenza e discrezione, chiedendo costantemente ciò che desiderava in nome della religione, della giustizia e dell’umanità”.

Il testo di Leone XIII è eccellente, in quanto spiega e avvalora la traiettoria della Chiesa e culmina in altri documenti che condannarono la schiavitù: le bolle “Creator omnium” di Eugenio IV (1434), “Sublimis Deus” di Paolo III (1537), “Commissum nobis” di Urbano VIII (1639) e il breve “In supremo” di Gregorio XVI (1839).

Secoli di documenti papali confutano l’idea di un “ritardo” nella condanna di un atto così abominevole e affondano le loro radici nella tradizione paolina.

Vi furono interventi tempestivi, come quello di Pio II nel 1462, che la definì un “grande crimine”, e di Paolo III, che nel 1537 scomunicò coloro che riducevano in schiavitù le popolazioni indigene.

Nel 1218, San Pietro Nolasco fondò l’Ordine della Misericordia per liberare coloro che erano stati ridotti in schiavitù o tenuti prigionieri dai musulmani, con i frati che talvolta offrivano persino la propria vita per i loro simili prigionieri.

Per tutto questo, proviamo un legittimo orgoglio – che non è affatto arroganza – per l’atteggiamento della nostra Chiesa e per le sue azioni nel corso della storia, come quella di un nostro amico sacerdote, un missionario argentino, che oggi libera gli schiavi cristiani acquistandoli nella Repubblica islamica del Pakistan.