Rileggendo Tocqueville / Quel che molti liberali non sanno: nessuna libertà senza religione

Duc in altum 8 Giugno 2026

di Martin Grichting

Molti occidentali considerano la democrazia liberale un «perpetuum mobile». Se nella fisica non esiste, dovrebbe almeno funzionare nel regno dello spirito: un sistema politico che si autoalimenta.

Uno sguardo alla Turchia, ad esempio, ci insegna che non è così. Infatti, sulle rovine dell’Impero Ottomano, negli anni Venti del XX secolo, è stato fondato uno Stato di diritto formalmente democratico. La storia da allora dimostra che le usanze e i costumi del Paese e la religione islamica hanno gradualmente minato le istituzioni dello Stato di diritto e la separazione dei poteri, al punto che ora esiste solo una dittatura democraticamente decorata.

Quasi duecento anni fa, il filosofo e statista Alexis de Tocqueville (1805-1859) era già più realista di molti nostri contemporanei quando si trattava delle condizioni per l’esistenza di uno Stato liberale. Non credeva nel «perpetuum mobile» politico, cioè nell’esistenza incondizionata della libertà e delle istituzioni democratiche. Il suo pensiero non era unidimensionale, ma partiva da un edificio a tre piani: al vertice si trovano le istituzioni e i principi democratici secolari: la separazione dei poteri, i diritti fondamentali dell’individuo, il federalismo, il suffragio universale, la neutralità religiosa e ideologica.

Tocqueville collocava sotto questo concetto i «mœurs», il buon costume. Per lui, tuttavia, essi comprendono più di una morale minimalista. Con questo termine egli intende piuttosto virtù come senso civico, diligenza, parsimonia, onestà, spirito di sacrificio, rettitudine. Se queste virtù non vengono vissute in modo disinteressato da molti singoli cittadini, anche le migliori istituzioni statali rimangono sospese nel vuoto.

Tocqueville si differenzia poi nettamente da coloro che credono nel «perpetuum mobile» politico in quanto riconosce la religione come fondamento del buon costume. Essa sostiene i «mœurs», ma indirettamente anche le istituzioni democratiche secolari.

I post-cristiani non amano sentire queste cose. Sebbene Tocqueville appartenga alla cerchia dei liberali affermati, solo pochi liberali lo hanno seguito su questo punto. Non è ancora chiaro quale delle due correnti del liberalismo abbia ragione. Infatti, anche se liberali come John Stuart Mill o, più recentemente, John Rawls non hanno attribuito alla religione un ruolo significativo nelle loro teorie sulla democrazia liberale, ciò non significa che la religione, essenzialmente quella cristiana, non abbia effettivamente ricoperto questo ruolo fino ad ora. È stato Romano Guardini, nella sua opera «Das Ende der Neuzeit» (La fine dell’era moderna), a parlare di «cristianità secolarizzata» che è rimasta presente ed efficace in Occidente anche dopo l’Illuminismo. Ne è un esempio la dignità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, radicate nel concetto dell’uomo come l’immagine di Dio. Tuttavia, Guardini riteneva che il «beneficio» di tali residui cristiani sarebbe gradualmente cessato. Ciò che era ancora cristiano nell’Occidente post-cristiano veniva sempre più messo da parte come «sentimentalismo». E poi si sarebbe visto.

Guardini condivide il punto di vista di Tocqueville, che nel 1844 dichiarò davanti al Parlamento francese: «Non ho mai visto popoli liberi la cui libertà non fosse più o meno profondamente radicata nelle convinzioni religiose. E lo spiego pensando che la libertà è figlia non tanto delle istituzioni quanto dei costumi [mœurs], e che i costumi sono figli delle convinzioni religiose (…) Se le convinzioni religiose sono necessarie per un popolo libero, lo sono ancora di più per una nazione democratica come la nostra. La nostra società si impegna incessantemente ed energicamente per migliorare la situazione materiale e morale dei cittadini. Si spinge fino ai livelli più bassi della struttura sociale per cercare gli sfortunati e aiutarli. Credete che per un tale impegno non avremmo bisogno delle convinzioni religiose (…)? Credete che potremmo affidarci a una filantropia fredda e vuota per un’opera così nobile?». In una lettera esclama: «Quale impotenza delle istituzioni, quando le opinioni e i costumi non le alimentano in alcun modo!». E in relazione alla sua opera «De la démocratie en Amérique» (La democrazia in America), egli osserva: «Quando la democrazia va di pari passo con i costumi e le convinzioni religiose, porta alla libertà. Se invece è accompagnata dall’anarchia morale e religiosa, porta al dispotismo». In una lettera a un amico spiegò: «Non conoscete abbastanza le mie idee per sapere che attribuisco alle istituzioni solo un ruolo secondario nel destino degli uomini? (…). Sono fermamente convinto che le comunità politiche non siano ciò che le loro leggi le rendono, ma ciò che i sentimenti, le credenze, le idee, le abitudini del cuore e della mente delle persone che le compongono fondano in loro a priori».

Da tali affermazioni si capisce facilmente che Tocqueville è stato un Böckenförde avant la lettre. Questo giudice costituzionale tedesco di ispirazione cristiana, scomparso nel 2019, è oggi famoso in tutto il mondo per la sua massima: «Lo Stato liberale e laico vive di presupposti che esso stesso non può garantire».

Ma in che modo le istituzioni sono costruite sui costumi e questi a loro volta sulla religione? Il legame tra i costumi e le istituzioni è relativamente facile da comprendere. Se tutto ciò che è proibito non viene fatto solo perché lo Stato lo punisce, nessuno Stato può sopravvivere. Perché sarebbe uno Stato di polizia. E non potrebbe difendersi da tutti i crimini. Perché non potrebbero esserci tutti i poliziotti e le prigioni che sarebbero necessari. Sono necessarie le virtù, è necessario che moltissime persone rispettino volontariamente i dieci comandamenti. Solo se il crimine rimane un’eccezione lo Stato può ancora combatterlo. Già Agostino lo spiegava nel «De civitate dei»: «Cosa sono gli imperi, se manca la giustizia, se non grandi bande di briganti?» (IV, 4). E in effetti: più il livello morale di una società si abbassa, più lo Stato deve diventare repressivo. Senza un’etica condivisa da ampi strati della popolazione, non ci sarà più libertà.

Più difficile è rispondere alla domanda: in che modo la morale e la religione sono collegate nella loro relazione alla libertà? Tocqueville ha espresso un pensiero interessante al riguardo. Davanti al Parlamento ha osservato una volta che, nell’intera storia dell’umanità, lo scetticismo e la decadenza si sono sempre seguiti a ruota. In altre parole: quando l’uomo perde la bussola spirituale e religiosa che dà senso e scopo alla sua esistenza, gli manca la forza di agire moralmente bene.

Ciò che accade allora è stato descritto in modo impressionante da Tocqueville in «La democrazia in America»: «Quando presso un popolo la religione è distrutta, il dubbio si impadronisce delle parti più elevate dell’intelligenza e semiparalizza tutte le altre. Ognuno si abitua ad avere nozioni confuse e mutevoli sulle materie che più interessano sé stesso e i suoi simili; ognuno difende male le proprie opinioni e le abbandona, e poiché dispera di potere risolvere da solo i più grandi problemi del destino umano, si riduce a non pensarci affatto. Un simile stato di cose indebolisce le anime, attenta il vigore della volontà e prepara i cittadini alla servitù. Non solo avviene allora che questi si lasciano portare via la libertà, ma spesso che l’abbandonano. Quando non esiste più autorità in materia di religione, come in materia politica, gli uomini si spaventano di fronte a questa indipendenza illimitata. Questa perpetua agitazione li inquieta e li stanca. Poiché tutto si agita nel mondo dell’intelligenza, essi vogliono almeno che tutto sia fermo e stabile nell’ordine materiale e non potendo più riprendere l’antica fede, si danno un padrone» (Alexis de Tocqueville, «La democrazia in America», a cura di Giorgio Candeloro, Rizzoli, Milano 1992, pp. 509 seg. [libro terzo, parte prima, capitolo 5]).

È quindi la perdita della religione, la mancanza di un rifugio metafisico, come si dice oggi, che spinge l’uomo moralmente al di sotto del suo livello. Quando dubita del senso e dello scopo della sua esistenza, tutto diventa relativo, persino il desiderio umano di libertà. Ci si rassegna all’insensatezza ultima dell’esistenza umana e si cerca solo di trarne il meglio in uno spirito edonistico, senza speranza, senza vera convinzione. Gli uomini vogliono allora che almeno i loro piccoli piaceri siano garantiti. E per questo sono disposti a sacrificare la loro libertà.

Non si può certo affermare che Tocqueville, con la frase «allora si creano un padrone», abbia previsto Hitler. Ma l’intuizione di Tocqueville era giusta. E può rivelarsi nuovamente vera, proprio nel nostro tempo, in cui il dubbio metafisico è tornato a essere mainstream.

La reazione complessivamente codarda e servile della maggioranza delle persone nelle democrazie occidentali, che si è manifestata durante la crisi del coronavirus, deve essere considerata un segnale d’allarme. Questi eventi hanno infatti messo in luce come l’indebolimento religioso e metafisico abbia paralizzato anche la volontà di libertà e favorito tendenze dispotiche. Nel complesso, purtroppo, non è possibile fare previsioni positive per l’Occidente. Le tendenze dittatoriali nelle democrazie occidentali sono infatti evidenti: nell’emarginazione di interi strati dell’elettorato, nella crescente restrizione del corridoio di opinione, nella rieducazione statale al wokeismo, nella censura e nella persecuzione da parte dei «difensori della Costituzione» e dei portali di denuncia finanziati dai governi.

Tocqueville ha tratto le conclusioni sulle conseguenze liberticide della perdita della trascendenza nello stesso punto di «La democrazia in America»: «Sono portato a pensare che, se egli [l’uomo] non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda».

Il liberalismo è una scommessa sul futuro. Friedrich August von Hayek, probabilmente il liberale più importante del XX secolo, lo ha formulato così: «La nostra fiducia nella libertà si basa (…) sulla fede [originale tedesco: «Glaube»] che, nel complesso, essa scatenerà più forze positive che negative». La domanda è però: quale liberalismo si intende? Quello di Tocqueville o quello di Rawls? Quest’ultimo assomiglia – per non dover ricorrere ancora una volta al «perpetuum mobile» – a un’avventurosa storia del barone di Münchhausen. Questi raccontò di essere caduto con il suo cavallo in una palude. Era riuscito a salvarsi solo afferrandosi per i capelli e tirandosi fuori dalla palude.

Il cristianesimo difficilmente può coesistere con un liberalismo alla Münchhausen. Ma è possibile con ciò che Alexis de Tocqueville intendeva per liberalismo. Quest’ultimo riconosce infatti il contributo indispensabile che la religione, e in particolare il cristianesimo, dà alla conservazione della libertà in questa vita. Gesù Cristo non ha forse delineato questa missione dei cristiani in questo mondo con le sue parole: «Voi siete la luce del mondo»?