Sudan: un lungo calvario che dura da tre anni fra guerre e carestie

Corrispondenza romana 15 Aprile 2026

di Giuseppe Brienza

Dal 13 al 23 aprile Leone XIV è in Africa per il suo terzo viaggio apostolico internazionale. La visita pastorale finora più lunga e impegnativa che toccherà quattro Paesi, Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, undici città e il tutto in soli undici giorni.

Non è un caso che Papa Prevost sia in Africa proprio allo scoccare di un “anniversario” doloroso, che ricorre oggi, del terzo anno di una guerra che, ufficialmente circoscritta al Sudan, vede coinvolti molti altri Stati, e non solo del continente africano.

Il tempo attuale del Sudan, in effetti, è quello di un lungo calvario

Il 15 aprile del 2023 è iniziato quel conflitto fratricida tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) che negli ultimi tre anni ha generato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Il Santo Padre l’ha così ricordato al Regina Caeli di Domenica scorsa: «Mercoledì si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano! Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino, senza precondizioni, un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida» (Leone XIV, piazza San Pietro, 12 aprile 2026).

Innescato dalla tensione inconciliabile tra i principali corpi militari del Paese e le loro figure guida – le Saf, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rsf, la potente milizia paramilitare di origine arabo-darfuriana che fa capo al generale Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemedti –, il conflitto era iniziato nelle strade della capitale, per poi detonare in ampie aree della regione. 

In questo lembo di terra arida si sta consumando sotto gli occhi di un mondo occidentale concentrato dai media solo su Ucraina, Palestina e Iran la più vasta crisi di sfollamento in corso oggi sul pianeta. I numeri raccontano una catastrofe di proporzioni immense: oltre 13 milioni di persone sono state strappate alle proprie terre e dalle loro abitazioni. Di queste, 8,6 milioni vagano all’interno dei confini nazionali, cercando in altre province una sicurezza che appare sempre più effimera, mentre 4,5 milioni hanno varcato le frontiere verso Ciad, Egitto, Etiopia e Repubblica Centrafricana. 

Il conflitto in Sudan, finora, ha causato oltre 40.000 morti, secondo i dati delle Nazioni Unite, ma le organizzazioni umanitarie affermano che il numero reale potrebbe essere molto più alto. In questo scenario la tragedia e la destabilizzazione impattano anche sul vicino Sud Sudan, un Paese già strutturalmente fragile che ha accolto oltre 810.000 profughi aggravando gli scenari di povertà e disperazione già concentrati da anni all’interno dei propri confini. Il Sud Sudan ospita attualmente 605.062 rifugiati, in gran parte sudanesi (571.071), ma anche profughi dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Etiopia e dall’Eritrea.

Recenti rapporti dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) descrivono una realtà in cui mancano cibo, medicinali e acqua pulita. Ma la minaccia non è solo la carestia, bensì anche la violenza sessuale e lo stupro che non sono un tragico effetto collaterale dei combattimenti, ma un terribile strumento di terrore utilizzato per prevaricare ed averla vinta nel conflitto. Le donne e le ragazze che insieme ai bambini costituiscono circa l’86% della popolazione in fuga nei campi del Ciad, sono infatti esposte a stupri di gruppo, schiavitù sessuale e sfruttamento. Nonostante l’impegno profuso – con oltre 214.000 sopravvissute assistite legalmente e psicologicamente nell’ultimo anno – la risposta umanitaria si sta scontrando con una pesante carenza di finanziamenti. La tendenza al definanziamento delle Nazioni Unite da parte di alcuni degli Stati più ricchi, già in atto negli ultimi anni, si è aggravata notevolmente a seguito del ritiro degli Stati Uniti di Trump dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da una serie di programmi di aiuto con riflessi diretti sulla “salute globale”. Il Piano regionale di risposta ai rifugiati (Rrp) per il 2026 stima una necessità di 1,6 miliardi di dollari per assistere circa 6 milioni di persone, ma la risposta internazionale non presenta realistiche prospettive di arrivare.

In tale contesto è stata tentata la via dei finanziamenti bancari internazionali, con l’impegno della Banca mondiale e della Banca africana di sviluppo nel sostenere progetti a lungo termine. Tuttavia, la consueta macchinosità e lentezza della burocrazia finanziaria globale rischia di arrivare fuori tempo massimo per chi, oggi, non ha alcuna possibilità di sfamare i propri figli nei campi profughi, ad esempio, di Juba o di Renk.  

La Chiesa cattolica, nell’indifferenza dei grandi media internazionali, sta invece facendo la propria parte, aprendo nuove missioni e fornendo assistenza direttamente alla popolazione coinvolta dalla guerra.

Un recente esempio dell’azione di solidarietà è stato fornito da padre Federico Gandolfi, missionario dei frati minori, che da 11 anni vive in Sud Sudan. Per celebrare il Triduo Pasquale, infatti, il francescano si è spostato dalla capitale Juba nello Stato del Wester Bar El Ghazal, a Ngodakala, a circa un’ora di macchina dal capoluogo Wau, dove con i suoi confratelli, qualche mese fa, ha aperto una nuova missione per i Balanda, una tribù non molto numerosa e generalmente pacifica, che vive molto poveramente di caccia e di coltivazione. 

Nonostante l’impegno dei religiosi, per questa popolazione non è stato possibile celebrare la messa pasquale, tradizionalmente l’unica celebrazione che vede la partecipazione di molti perché, spiega p. Gandolfi, «per loro è il ricordo di ciò che Dio ha fatto per noi».

«Tutta la popolazione – aggiunge il religioso – si definisce cattolica, però abbiamo visto come l’influenza dei riti tradizionali si faccia sentire ancora […]. Ci sono stati lunghi anni di evangelizzazione e questo tipo di servizio da parte nostra, durante questo anno che è stato il primo per noi di cura pastorale di questa zona del Sud Sudan, è stato molto importante» (cit. in Federica Sabatinelli, In Sud Sudan sospese le celebrazioni pasquali, “L’Osservatore Romano”, 3 aprile 2026, p. III). 

Ad aver fermato «la gente della foresta» nel loro percorso verso le celebrazioni pasquali, però, ad oggi è la violenza che nel Paese sta esplodendo di nuovo, in modo drammatico e premonitore di una possibile nuova guerra civile, come quella che dal 2013 al 2018 ha dilaniato il Sud Sudan, da oltre un decennio stretto da una crisi umanitaria grave, che sconta anche le conseguenze del blocco dei fondi allo sviluppo delle Nazioni Unite e di numerose Ong che sono sempre state presenti nel Paese.

Ritornando al Sudan, qui è stato addirittura un vescovo, il pastore di El Obeid (Kordofan settentrionale) Yunan Tombe Trille, a identificare nelle sofferenze del popolo inflitte dalla guerra militare (non civile) fra i due eserciti rivali la «celebrazione della nostra stessa passione assieme a quella di Gesù». 

In tutto il Paese i morti ammontano oramai a oltre 60mila, tra cui migliaia di bambini, non è un “genocidio” anche questo? Ed il fatto che i pastori della Chiesa cattolica siano rimasti al loro posto, sempre vicino alle comunità nonostante le possibilità di trasferirsi in zone tranquille, «ha aiutato e aiuta la gente a sentirsi meno sola e sostenuta – assicura monsignor Tombe –. Dà coraggio e ci fa sentire un solo corpo» (cit. in Ilaria De Bonis, Sudan: una Settimana Santa di «vera passione sulla pelle della comunità», “L’Osservatore Romano”, 3 aprile 2026, p. 8).

Inoltre, il viaggio apostolico di Papa Leone in Africa sta infondendo fiducia e speranza alla comunità sudanese tutta, conclude il vescovo: «condividiamo la gioia dei nostri fratelli dell’Africa Occidentale che riceveranno la visita del Pontefice. Il Papa non verrà in Sudan ma si avvicinerà a noi e anche usciremo arricchiti da questo viaggio, ne sono sicuro».

La guerra in Medio Oriente, però, sta dando un nuovo colpo a questo Paese martoriato. A causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, i prezzi del sorgo, un cereale antico ricco di fibre, proteine, ferro, zinco e magnesio ampiamente importato nell’area e indispensabile alla sopravvivenza alimentare, sono saliti del 300 per cento, mentre il Programma alimentare mondiale ha sospeso la distribuzione di aiuti nel Darfur per via della carenza di carburante.

L’auspicio almeno per oggi potrebbe essere quello che, sospendendo solo per un momento gli improperi contro Trump e Netanyahu e le guerre rispettivamente innescate, questo terzo anniversario del lungo calvario del popolo Sudan non passi sotto silenzio.