Margaret Thatcher e il sogno di un’altra Europa

Studi Cattolici n. 782 aprile 2026

di Giuseppe Brienza

Lo scorso 13 ottobre è stato il centesimo anniversario della nascita della premier conservatrice britannica Margaret Thatcher (1925-2013), una delle leader più influenti del Novecento. Fra le varie pubblicazioni uscite per l’occasione ricordiamo quella curata dall’economista e ricercatore dell’Università di Milano-Bicocca Luca Bellardini, La donna che ha cambiato il mondo. Margaret Thatcher e la sua eredità (Prefazione del Presidente dell’Associazione “Guido Carli” Federico Carli, Macerata 2025, pp. 176, € 16), una raccolta di 6 saggi sull’impatto e sull’eredità della visione thatcheriana.

Anzitutto il volume sgombra il campo dalla fuorviante etichetta attribuita alla Lady di Ferro di essere la maggiore esponente del “turbo-liberismo” del Novecento, o del “liberismo selvaggio”, dell’economia che uccide e così via. Per fare un solo esempio specifico, nonostante la sicura tendenza di aprire il più possibile al mercato, la Thatcher difese a oltranza il Servizio sanitario nazionale del Regno Unito e, secondo vari studiosi, il modello britannico avrebbe ispirato anche la riforma italiana del 1978 e, dunque, il sistema attualmente in vigore da noi.

Poi molti sono ormai d’accordo sul fatto che l’integrazione europea sia oggi in grossa crisi e che ciò stia avvenendo, fra l’altro, anche a motivo dell’ipertrofia normativa e al centralismo delle Istituzioni dell’Unione Europea. Ebbene, la Lady di Ferro ha sognato un’Europa diversa, fondata sulla libertà individuale e sulla sovranità nazionale, orientata a commercio e competitività e, dopo i 12 anni del suo Governo, la “questione europea” ha assunto la rilevanza che ha portato poi la promozione del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE e quindi alla Brexit.

L’operato del Governo Thatcher è poi molto attuale anche sulla questione di un necessario riequilibrio fra il diritto e l’abuso di sciopero. Mi riferisco naturalmente al fatto di dover fronteggiare lo sciopero più lungo della storia del Regno Unito, quello dei minatori, durato un anno (dal 12 marzo del 1984 al 3 marzo del 1985), senza permettere a questa (e alle altre) libertà dei lavoratori organizzati di porsi al di sopra del bene comune e dell’ordine di un’intera organizzazione sociale.

La Fede e Mrs. Thatcher è il saggio del libro che affronta un aspetto poco conosciuto della premier, quello della fede appunto. A cura del giornalista Daniele Meloni, specializzato in politica estera e, in particolare, britannica, comincia ricordando le parole che la Thatcher pronunciò nel momento in cui varcò per la prima volta, il 4 maggio 1979, la porta del numero 10 di Downing Street, tratte dalla “Preghiera semplice” attribuita a Francesco d’Assisi.

«Vorrei citare le parole di san Francesco d’Assisi – disse in quel momento solenne facendo sobbalzare dalla sedia non pochi Lords: “Dove c’è la discordia, che io possa portare l’armonia. Dove c’è errore, che io possa portare la verità. Dove c’è il dubbio, che io possa portare la fede. E dove c’è la disperazione, che io possa portare la speranza».

E non fu quella la sola occasione in cui la Lady di Ferro ebbe modo di testimoniare, nel successivo lungo periodo della premiership (1979-1990), la sua fede evangelico metodista (espressione del protestantesimo avviata nel 1700 dal pastore anglicano John Wesley) che l’aiutò, rileva Daniele Meloni, a forgiare quello che poi diventò il thatcherismo.

L’ambiente familiare e la frequentazione assidua della cappella metodista e della scuola domenicale della cittadina di Grantham, nella periferia inglese, contribuirono a radicare in lei una visione del mondo improntata al dovere, al rispetto delle regole, al porsi al servizio della comunità, valori che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua parabola politica.

Nonostante la rottura durante il suo Governo del rapporto plurisecolare del partito Tory con l’Alta Chiesa d’Inghilterra, la premier non smise mai di considerarsi appartenente alla Church of England. La crisi della Chiesa anglicana portò ad ogni modo con sé la crisi del senso religioso e dei valori spirituali tout court. Tanto che alla fine dei 12 anni di Governo, commenta Meloni, la predicazione dei suoi valori evangelici subì quella che si può definire una “eterogenesi dei fini”, nel senso che senza volerlo la Thatcher non creò un Paese più industrioso e devoto ma, al contrario, contribuì involontariamente all’edificazione di un’epoca marcata dall’edonismo, dal consumismo sul modello americano e dagli yuppies.