Cina, la popolazione diminuisce. Ma non è una bella notizia

La Nuova Bussola quotidiana

18 Gennaio 2023

Per la prima volta in 60 anni la Cina vede la popolazione in decrescita di 850mila persone. Effetto a lungo termine delle rigide politiche di controllo delle nascite, ma la crisi demografica può aprire al disastro sociale ed economico a cui il regime cinese ora ha difficoltà a rispondere. La crisi cinese però è lo specchio della crisi dei paesi occidentali, che stanno seguendo gli stessi princìpi che portano alla rovina.

di Stefano Magni

Il fatto che per la prima volta in 60 anni la popolazione cinese sia diminuita di 850mila unità nel 2022 rispetto all’anno precedente, per molti sarà stata salutata come una buona notizia, nell’ottica del “contenimento” della Cina, sia politico che demografico. In realtà i dati diffusi ieri dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino sono solo la punta dell’iceberg di un disastro demografico cinese che però ha ripercussioni pesanti anche per la sicurezza mondiale. In fondo, anche se il numero della popolazione cinese può spaventare (1 miliardo e 412 milioni di persone) è pur sempre vero che la densità in Cina è di 137 abitanti per kmq, ben al disotto della densità, ad esempio in Italia, che è di 189 abitanti per kmq.

Comunque le cifre dicono che le nascite sono scese per la prima volta sotto i 10 milioni, mentre la percentuale di nati per mille abitanti ha toccato un nuovo record negativo a 6,77 (era 7,52 nel 2021), un dato ancor più significativo se si considera che ancora alla fine degli anni ’80 del XX secolo si registravano in Cina 23 nascite per mille abitanti (negli Stati Uniti sono oggi 11,06 e nel Regno Unito 10,08).

La situazione demografica della Cina, in effetti, ricalca quanto già accaduto in Occidente (oggi la Cina ha lo stesso tasso di fecondità dell’Italia, 1,2 figli per donna) ma il tutto è avvenuto molto più velocemente a causa della “politica del figlio unico” imposta in modo ferreo nel 1979 e con livelli di benessere e assistenza sociale ben più bassi che nei paesi sviluppati. Il che vuol dire che anche i contraccolpi della crisi demografica arriveranno più rapidamente e con impatto maggiore, con il rischio di turbolenze sociali difficilmente controllabili. 

Il “ravvedimento” del governo cinese è avvenuto decisamente troppo tardi: nel 2016 è stato concesso il secondo figlio e nel 2021 il terzo, ma la realtà è che nel frattempo i giovani in età di matrimonio non hanno più in mente la famiglia e i figli come priorità. Per questo, anche se il leader cinese Xi Jinping all’ultimo Congresso del Partito Comunista, lo scorso ottobre, ha posto l’aumento delle nascite come priorità del governo, raggiungere l’obiettivo non gli sarà affatto facile.  

Contestualmente infatti la Cina vive una drammatica crisi dei matrimoni, praticamente dimezzati nel giro di dieci anni: nel 2013 erano stati 13,5 milioni, nel 2021 sono scesi a 7.6 milioni e si stima un ulteriore calo del 10-15% nel 2022. Seppure per gli ultimi due anni si deve considerare anche l’impatto dei lockdown da Covid, la tendenza è chiarissima: i giovani cinesi si sposano sempre meno e in ogni caso molto più tardi. L’impatto della crisi del matrimonio sulla natalità è enorme: in Cina solo l’1% dei bambini nascono fuori dal matrimonio; per fare un confronto in Italia siamo al 40% e nei paesi scandinavi ben oltre il 50%.

A creare questa situazione ha contribuito anche un aspetto della politica di sviluppo iniziata negli anni ’80 da Deng Xiaoping contestualmente alla “politica del figlio unico”: la creazione di Zone Economiche Speciali (Zes), in cui concentrare gli investimenti e gli incentivi allo sviluppo. Una delle conseguenze immediate è stato un movimento migratorio interno senza precedenti: si calcola che in meno di venti anni si siano spostate 150 milioni di persone dalle zone interne verso le regioni costiere orientali e dalle zone rurali verso le città.

Le conseguenze sulle famiglie di questi movimenti sono state enormi, perché la maggior parte delle migrazioni ha riguardato un solo membro della famiglia e, laddove a trasferirsi era una coppia lasciava spesso un figlio nel villaggio di origine, con i nonni o da solo: una ricerca del Consiglio di Stato cinese ha stimato che 20-25 milioni di bambini siano stati lasciati nei villaggi rurali dai genitori migranti; mentre tra il 1990 e il 2003 è cresciuta la percentuale di bambini “senza il padre migrante” dal 2 al 10%. La disgregazione della famiglia derivata da questa situazione e gli effetti strutturali sulla natalità non hanno neanche bisogno di spiegazioni.

A questo si deve aggiungere un ulteriore grave elemento, ovvero lo squilibrio nel rapporto tra maschi e femmine generato dalla combinazione tra “politica del figlio unico” e preferenza culturale-economica per il figlio maschio che in Cina è particolarmente sentita. Questo ha generato il tragico fenomeno degli aborti selettivi (con le femmine come vittime) e addirittura degli infanticidi. Il risultato è che oggi i maschi in Cina sono quasi 33 milioni in più delle femmine (722,06 milioni contro 689,69), differenza che è ancora più rilevante se si considera che le donne in Cina vivono mediamente cinque anni più degli uomini.

Vale a dire che ci sono alcune decine di milioni di uomini in età da matrimonio che non hanno una donna con cui sposarsi. Questo fenomeno, oltre a incidere ovviamente sulla natalità, è poi foriero di altri fenomeni sociali destabilizzanti: traffico di donne dai paesi vicini, soprattutto Corea del Nord e Vietnam, emarginazione, violenza, alcolismo e così via.

Nell’insieme poi tutta questa situazione è uno dei motivi principali del rallentamento dell’economia di cui parliamo a parte e che può essere una pericolosa fonte di instabilità sociale in un Paese già teatro di migliaia di rivolte, cosa che – come da manuale – può rendere più aggressivo il governo di Pechino nei confronti di un nemico esterno.

Questo quadro tuttavia non sarebbe completo se non ci rendessimo conto che la logica folle che ha spinto il regime comunista cinese alla “politica del figlio unico” è in drammatica sintonia con l’ideologia anti-natalista che, sotto la guida dei paesi occidentali, è diventata un principio-guida delle agenzie delle Nazioni Unite.

Il fallimento della politica economica di Mao Zedong e del “Grande balzo in avanti” che tra il 1958 e il 1961 provocò circa 40 milioni di morti per carestia, fu attribuito alla crescita della popolazione e non alle disastrose pianificazioni comuniste. Così Deng Xiaoping pose il controllo delle nascite a fondamento dello sviluppo economico della Cina, tanto da meritarsi già nel 1983 il Premio delle Nazioni Unite per la Popolazione, consegnato dall’allora segretario generale dell’ONU Perez de Cuellar al ministro cinese per la Pianificazione familiare Qian Xinzhong

Non deve quindi stupire che lo stesso Perez de Cuellar istituì nello stesso anno la Commissione Internazionale su Sviluppo e Ambiente presieduta dall’ex primo ministro norvegese (socialista) Gro Harlem Brundtland, che nel 1987 pubblicò il Rapporto in cui si codificava il concetto di “sviluppo sostenibile”. A fondamento del quale c’è proprio la convinzione che il controllo delle nascite, insieme allo stop della crescita economica, sia il pre-requisito per lo sviluppo e per la tutela dell’ambiente. E questi sono anche i princìpi che oggi stanno guidando le politiche globali, dall’economia alla transizione energetica.

Insomma il disastro della Cina è solo lo specchio del nostro.

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