Il vescovo che per il Vangelo sfido il comunismo

Il Timone n. 222 Novembre 2022 

Anton Durcovici ,nonostante le minacce, durante la persecuzione anticristiana rumena non fermò la sua missione di pastore per questo finì in una delle carceri più terribili del mondo

di Rino Cammilleri

Forse le risorse naturali del pianeta si stanno esaurendo, forse. Ma c’è una materia prima che abbonda, ed è la carne umana. Come ben sanno quelli che dicono che siamo troppi e che Chesterton invitava a dare l’esempio togliendosi di mezzo. Ma si sa, l’eccesso è sempre costituito dagli altri. E gli altri, da Robespierre in poi, sono quelli che credono in Dio, un Dio che ama ogni vita umana.

Nella storia campioni assoluti dell’eliminazione dei sovrappiù sono stati, e sono, i comunisti. Di questi, chissà perché, i più zelanti erano quelli dei satelliti dell’Urss, forse per ben meritare col Politburo sovietico. Tuttavia, il Male è al contempo tragico e grottesco, come nella vicenda che andremo a narrare. Nella quale soldi e fatica vengono spesi quando sarebbe bastato un solo colpo alla nuca. Parliamo di Anton Durcovici, vescovo cattolico di rito latino in Romania al tempo della famigerata Securitate.

Studi in filosofia, teologia e diritto canonico

Era nato in Austria nel 1888 da madre austriaca e padre croato nell’epoca in cui l’impero asburgico inglobava mezza Europa. Aveva sei anni quando, morto il padre, la madre portò i suoi figli in Romania, dove aveva trovato lavoro presso certi parenti. Anton, di intelligenza superiore, fu presto notato dall’arcivescovo di Bucarest , che ne intuì la vocazione infatti bruciò le tappe e, dopo il seminario, fu mandato a Roma.

Qui si addottorò in filosofia, teologia e diritto canonico e nel 1910 fu ordinato sacerdote. Tornato in Patria, allo scoppio della Grande Guerra venne internato come potenziale nemico in quanto austriaco. Due anni di campo. Vi si vi prese il tifo, i cui postumi doveva trascinarsi per il resto della vita. Finita la guerra, divenne rettore del seminario di Bucarest e in pochi anni si ritrovò a far da vicario generale dopo le dimissioni dell’arcivescovo. Venne l’altra guerra e vennero i comunisti.

I cristianesimi erano assorti in Romania, c’erano i protestanti, ortodossi, greco cattolici e cattolici tout court. E lui era il capo di questi ultimi. Cioè agli occhi dei comunisti, i più duri i più diretti emissari di una “potenza straniera“ e ideologicamente ostile, il Vaticano. Il primo approccio era un classico: Durcovici venne caldamente invitato a firmare una presa di distanze dalla Santa Sede e di acquiescenza al regime. Insomma la solita “chiesa di Stato”, vecchio pallino da Robespierre in poi: il ramo tagliato secca prima.

Il caldo invito venne accompagnato da una pistola alla tempia: un documento in cui tre dei suoi preti, ricattati chissà come, elencavano una serie di presunte malefatte del vicario. Ma queste delazioni dovevano essere talmente campate in aria che le autorità preferirono soprassedere per non coprirsi di ridicolo. ù

Nel frattempo, però, Roma non stava con le mani in mano e la situazione romena, nei limiti del possibile, era costantemente monitorata. Pio XII fece la giusta mossa: creò il Durcovici vescovo di Iasi, la capitale della Moldavia. La consacrazione avvenne a Bucarest nel 1948.

Non era granché come aiuto, certo, ma i comunisti erano così avvertiti: far sparire un vicario è un conto, far sparire il primate di una capitale un altro. In quest’ultimo caso, poteva il regime sopportare la risonanza internazionale di un suo evento eventuale colpo di mano? Ripetiamo: non era granché come mossa, ma non c’era altro da fare in quel momento. E poi, un granellino nell’ingranaggio è meglio che niente.

Inviso all’ordine «democratico»

nfatti, il regime dovette ripensare la sua strategia, prepararsi e aspettare il momento opportuno per colpire. Così, da quel momento il vescovo Durcovici venne pedinato giorno e notte, con cambi di vedetta e di testimone. Insomma, una intera sezione della Securitate rumena era distaccata addosso a lui.

Anche quando andava per visite pastorali nei più remoti villaggi, c’era sempre qualcuno che non lo perdeva di vista e qualcun altro che stenografava puntigliosamente i suoi discorsi e le sue omelie. Dopo il Crollo dei Muri e del regime di Nicolae Ceausescu dagli archivi sono emersi i rapporti alla cui lettura non si sa se ridere o piangere. Il vescovo nei suoi discorsi e nelle sue omelie non faceva altro che ribadire la dottrina cattolica, ma per la polizia segreta ciò eccitava il fanatismo delle masse contadine, la cui ancestrale tendenza alla superstizione religiosa era nota E tutto ciò istigava a minare l’ordine democratico.

Già, più democratici erano, e sono, e più insistevano con l’aggettivo “ democratico” e più tirannici, oligarchici e dispotici erano. E sono. Bene, nel caso di Durkovici la complessa gestazione durò non più di un anno e il 26 giugno 1949 scattò l’operazione. Il vescovo si stava recando nel vicino villaggio di Popesti Leordeni in compagnia di un sacerdote per amministrarvi le cresime.

Col classico sistema dell’abbordaggio in strada deserta, un’auto anonima bloccò quella del vescovo, che fu portato via insieme al suo aiutante. Intanto la centrale mandava dispacci alla sua sezione regionale di Iasi onde procurarsi documentazione sulle attività “antidemocratiche” del vescovo arrestato; a tal uopo non esitava a far ricorso alla deposizione dei sacerdoti già detenuti.

Certo, sarebbe stato meglio se le deposizioni fossero state di prima mano, cioè del vescovo incarcerato. Ma in due anni di galera non ci fu un modo di cavargli niente di compromettente. Così, nel settembre del 1951 fu deciso il giro di vite; Dorcovici venne portato nella prigione di Sigheti Marmatiei, la più tremenda di tutte.

I funerali tra i rifiuti

Il direttore, Vasile Ciolpan, ebbe l’ordine di metterlo in una cella comune. Cioè, insieme ad altri. Dissidenti? No, delinquenti ordinari. Ciò implicava due vantaggi: uno, la pressione psicologica sul presule; l’altro, un delinquente ordinario può diventare una spia con poca spesa, basta anche un pacchetto di sigarette. Così, uno deve stare attento anche a quel che dice nel sonno.

Ma il vescovo non aveva niente da nascondere, né si segnalò per astio e livore espressi contro chi lo aveva chiuso lì. Solo che ormai aveva 63 anni ed era un ex tisico mai del tutto guarito. E si trovava in uno dei peggiori carceri del mondo. non ci volle molto perché si ritrovasse al lumicino. Quando si accorsero che ne aveva per poco, gli diedero la spinta finale.

Lo misero in isolamento, cella 13, perché nessuno vedesse di che cosa moriva. E finalmente morì, molto probabilmente di fame. Il prete detenuto che fu incaricato di portarne via il cadavere sulla carriola delle immondizie gridò ad alta voce che era morto. In francese, perché solo chi doveva lo venisse a sapere.

Non sappiamo se qualche secondino conoscesse il francese e se il necroforo suo malgrado fu punito. Non sappiamo nemmeno quando esattamente il martire trapassò, forse l’undici dicembre 1951. Il funerale tra i rifiuti avvenne, ovviamente, di notte. Chissà perché. Che cosa temevano? Boh, misteri del comunismo.

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