Intervista a Piero Sinatti, esperto del mondo russo fin dai tempi dell’URSS

Il Corriere del Sud 25 Febbraio 2022 

di Andrea Bartelloni

“Per quattro mesi mi sono limitato ad osservare con calma gli sviluppi della situazione sebbene non abbia mai cessato, soprattutto negli ultimi giorni, di dare avvertimenti sui pericoli che si stavano creando. Tre settimane fa ho informato l’Ambasciatore Polacco che qualora la Polonia avesse continuato ad inviare a Danzica note in forma di ultimatum e non avesse posto fine alle inique misure doganali che stavano distruggendo l’economia della città, il Reich non sarebbe rimasto a guardare. Ho cercato di dissipare ogni dubbio sul fatto che la Germania di oggi non ha nulla in comune con quella del passato e che se qualcuno affermasse il contrario ingannerebbe se stesso

Si è tentato di giustificare la persecuzione nei confronti dei cittadini di etnia Tedesca con il fatto che essi avrebbero commesso atti di provocazione. Io non so in cosa consisterebbero queste provocazioni compiute da donne e bambini, ma una cosa sicuramente so e cioè che nessuna grande Potenza può con onore assistere passivamente a questi eventi.

Ho compiuto l’ultimo sforzo accettando una proposta di mediazione presentata dal Governo britannico secondo la quale Germania e Polonia si sarebbero dovute incontrare per tornare a discutere. (…) Se il Governo tedesco e il suo Capo tollerassero pazientemente tale trattamento, allora la Germania meriterebbe di scomparire dalla scena politica europea. E’ inoltre un grave errore interpretare il mio amore per la pace e la mia pazienza come segno di debolezza o addirittura di codardia. Ieri sera ho quindi deciso di informare il Governo britannico che date le circostanze, non colgo nessun segno di buona volontà nel comportamento del Governo polacco tale da dimostrare che esso desideri realmente condurre un serio negoziato.

Questi tentativi di mediazione sono purtroppo falliti perché nel frattempo ci è giunta come risposta l’improvvisa mobilitazione dell’esercito polacco e la recrudescenza di atrocità commesse nei confronti di cittadini tedeschi. Ciò si è ripetuto ancora ieri sera. Recentemente vi sono stati ventuno incidenti di frontiera in una notte e ieri sera ne sono avvenuti quattordici di cui tre molto gravi. Ho quindi deciso di usare con i Polacchi la stessa lingua che negli ultimi mesi essi hanno usato con noi. Questo atteggiamento da parte del Reich non cambierà!”

DAL DISCORSO DI ADOLF HITLER AL REICHSTAG, 1° SETTEMBRE 1939

Analogie con quanto sta accadendo in Ucraina e ai suoi confini?

Piero Sinatti

Ne parliamo con Piero Sinatti esperto del mondo russo dai tempi dell’Unione Sovietica e che ha fatto conoscere ai lettori italiani giganti della cultura russa e del dissenso come Varlam Shalamov.

Nell’”impero sovietico” le nazionalità erano tollerate fintanto che si piegavano all’ideologia comunista. Quella ucraina adesso viene messa in discussione dallo stesso Putin che, nel suo discorso di domenica 20 febbraio, ha parlato di invenzione di Lenin e dei bolscevichi. 

Vladimir Putin ha parlato facendo una requisitoria contro la NATO e contro l’Ucraina in toni irati e a volte perdendo il suo caratteristico aplomb quasi glaciale. Ha espresso una non controllata rabbia per l’indipendenza dell’Ucraina con affermazioni veramente pesanti: “Non è mai esistita come stato”, “è stata creata dai bolscevichi, da Lenin”, ora è in mano “a nazionalisti, “neo-nazisti”, in Ucraina nel 2014 è stato scatenato “il Terrore”, “si reprime ogni dissenso”, “si perseguitano i russi”.

E parlava di una nazione di 40 milioni di abitanti grande come la Francia. Per farla breve, annunciava che avrebbe riconosciuto, come ha poi fatto, due formazioni regionali filo russe e russofone sottratte dal 2014-2015 alla sovranità ucraina e autoproclamatasi Repubbliche popolari di Donetsk, una, e di Lugansk, l’altra, regioni industriali del sud-est ai confini della Russia meridionale. Da allora c’è stata una guerra a basso regime, che è costata oltre 13 mila morti: le due “repubbliche” sono state militarmente sostenute da Mosca.

Erano stati siglati gli accordi a Minsk, nel 2014-2015, ma le parti in causa non li hanno rispettati nonostante Francia e Germania, che quegli accordi avevano promosso, fossero – assieme alla Russia – garanti. In particolare, Kiev non ha rispettato la clausola che prevedeva per quelle due regioni – prevalentemente russofone – un’ampia autonomia e una rappresentanza nel governo di Kiev.

Quindi, qui, una responsabilità ucraina c’è, obiettivamente. Dal canto opposto, l’invio di armi e di militari (in forma di “volontari”) alle due “repubbliche”, di mezzi economici (non abbondanti) le ha tenuto in vita da allora. Da alta intensità la guerra è divenuta di bassa intensità.

La cosa più rivoltante è aver visto la Duma votare con 400 voti su 400 e approvare la decisione di Putin, anche i comunisti che dovrebbero essere all’opposizione, ma il comunista russo è nazionalista. A Mosca ha dimostrato una sola persona contro questo, ha fatto un picchetto vicino alla Duma, è stato arrestato e poi rilasciato. Si chiama Lev Ponomaryov, è un difensore dei diritti di vecchia data, lui solo in tutta Mosca.

Una petizione contro la guerra ha ottenuto soltanto poco più di 4000 firme. La Cina ha ottenuto che questi fatti non macchiassero le sue Olimpiadi invernali che si sono concluse sabato 12 febbraio e domenica 13 abbiamo avuto la decisione di Putin, era tutto preparato. Ho letto che il discorso di Putin, in realtà, sia stato registrato due giorni prima.

L’ex impero sovietico deve temere qualcosa dopo quanto sta accadendo?

Intanto – violando fondamentali accordi internazionali (Helsinki, i975, Budapest 1994) sulla sicurezza e i confini in Europa, la Russia ha occupato e annesso la penisola di Crimea, dove si trova – affittata fino al 2040 – la più importante base navale russa – quella di Sebastopoli – sul Mar Nero.

Ma quel che i russi non hanno tollerato è stato il rovesciamento di governo filorusso e l’elezione di un presidente e di un governo “nazionalista” – cioè anti-russo – desideroso di integrarsi nell’Unione Europea e nella NATO – avvenuta nel 2014, detta “rivoluzione del Maidan”, con partecipazione di massa. Da una parte la teoria, sostenuta da Putin, del “russkij mir” – del “mondo russo” che va oltre i confini dell’attuale Federazione e comprende e abbraccia tutti i russi che vivono fuori di Russia, le loro comunità, russofone e di fede ortodossa legate al Patriarcato di Mosca dal quale la Chiesa ortodossa ucraina si separò proclamando l’autocefalia.

Dall’altra parte, quella ucraina, i russi sono considerati  “Occupanti” e “colonizzatori” di una nazione diversa, di esistenza millenaria, di una cultura diversa, di una lingua – in ucraino MOVA – diversa dal russo, ma dai “colonizzatori” conculcata.

La lingua è l’elemento principale del “nation building” nazionalista e leggi sulla lingua hanno fatto dell’ucraino la sola “lingua ufficiale”, quella di tutti gli atti e di tutte le istituzioni ufficiali. Nonostante il russo fosse lingua parlata nelle principali città dell’Est e Sud nella capitale Kiev – che è stato il centro del primo stato russo – il principato di Kiev (formatosi oltre mille anni fa).

Parlata da milioni di persone. La lingua di Odessa, Karkhov, Dnepropetrovsk, Sumy, etc … E l’Ucraino fosse la lingua del nord del paese presso i confini con la Polonia. Due nazionalismi l’un contro l’altro ho detto prima. E i nazionalismi, e i relativi patriottismi, possono diventare letali. Come in questo caso.

 In un suo recente intervento, Anne Applebaum, ha ipotizzato che Putin abbia paura di un’Ucraina prospera e democratica proprio perché democratica e di un “contagio democratico” che potrebbe espandersi dall’Ucraina verso la Russia e per questo la tenga sotto pressione forse nella speranza di rovesciare il governo attuale e tornare ad averne uno più filo russo 

Vero, un’Ucraina democratica in mezzo a due paesi fratelli slavi, Bielorussia e Russia, in mano a due dittatori potrebbe essere di cattivo esempio. Proprio in questi giorni si sta svolgendo il secondo processo contro Aleksej Naval’nyj, di fronte ai drammatici eventi di questi giorni, esce dalle prime pagine, ma è significativo per l’introduzione di altre restrizioni verso avvocati difensori e giornalisti, il sequestro di tutti gli strumenti tecnologici agli avvocati, riduzione del numero dei giornalisti e nessuna trasmissione della seduta e lo si celebra all’interno della colonia penale dove da circa 400 giorni è recluso. Un falso testimone portato in aula e un altro testimone che si è rifiutato di testimoniare contro Naval’nyi sono la prova evidente che non si tratta di un processo normale

  E la Nato?

C’è l’altro aspetto di cui tener conto. Crollati il Muro di Berlino e subito dopo l’URSS,dall’Europa orientale prima “comunista” furono ritirate tutte le truppe sovietiche. Gli americani si sarebbero impegnati – ma non in documenti ufficiali sanzionatori – a non espandere la NATO a est, nei paesi usciti dal Patto di Varsavia, scioltosi.

Sotto l’impulso americano, accadde il contrario. Tutti i paesi post-comunisti e persino alcuni ex sovietici (paesi baltici) entrarono nella NATO e gli americani vi stabilirono basi militari, persino basi missilistiche (Polonia, Romania). Nella seconda metà del primo decennio si previde l’entrata della Georgia e dell’Ucraina.

E ci fu l’entrata nell’Unione europea degli stati post-comunisti, che privilegiarono i rapporti con l’Europa occidentale, piuttosto che con la Russia. In poche parole, l’Occidente si avvicinò ai confini della Russia, come NATO e come UE. A Putin e al suo regime (ora apertamente autoritario) tutto questo è andato sempre più di traverso. 

La Russia ha sempre chiesto una nuova definizione o una nuova “architettura” dei rapporti europei, in tema soprattutto di sicurezza, ha sempre denunciato l’espansione a Est della NATO. Ma non è stata ascoltata, anzi, con l’impegno di far entrare l’Ucraina (e la Georgia) nella NATO e nell’Europa, si è andati in senso contrario. Tuttavia, erano governi e parlamenti democraticamente eletti a chiedere di entrare in Europa, nella NATO, quale ombrello protettivo nei confronti della Russia.

Viktor Junkovich

Nel 2008 ci fu “la guerra dei cinque giorni” tra Georgia e Russia (responsabilità di Mosca ma anche di Tbilisi e di Washington). Nel 2014 ci furono sia larivoluzione di Maidan(rovesciamento del governo relativamente filo russo di Janukovich, attraverso dimostrazioni massicce e di massa sostenute dagli americani e dall’allora vicepresidente USA Biden, presidente Obama), Janukovich, un corrotto, come quasi tutti i leader post-sovietici, tra cui i due presidente russi Eltsin e lo stesso Putin, a capo di un’oligarchia corrotta e corruttrice e responsabile, secondo una gran numero di ucraini, anche russofoni, di ritardare e poi impedire il processo di ammissione nell’UE. 

Nello stesso anno abbiamo l’annessione della Crimea (in un referendum oltre il 90 per cento dei crimeani approvò l’annessione) alla Russia. Sono abbastanza critico nei confronti di tutte le parti in causa. Ma Putin, con il ricorso sfrontato all’esibizione delle armi (le esercitazioni ai confini ucraini, persino con truppe missilistiche) e con il riconoscimento del Donetsk e di Lugansk che viola i trattati internazionali di Minsk, di Budapest e di Helsinki, guadagna sicuramente la palma del peggiore.

E appare pericoloso nel suo isolamento e nel suo torvo invecchiamento, cui ha contribuito il terrore del COVID. Anche la storia del suo fastoso palazzo di Gelendzhik sul Mar Nero – 100 miliardi di rubli – testimonia, oltre alla sua corruzione, una mania di grandezza fuori di ogni misura. Vorrebbe fare il nuovo Pietro il grande dell’età nucleare?

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