Social e gaming: l’uso che diventa rischio per gli adolescenti

In Terris12 Aprile 2026

Il fenomeno delle dipendenze digitali tra i giovanissimi spiegato a Interris.it dal dottor Claudio Marcassoli, psichiatra e psicoterapeuta

di Christian Cabello

Le dipendenze, soprattutto quelle legate al digitale, rappresentano oggi una delle sfide più complesse per famiglie, scuola e sistema sanitario. Tra social network, videogiochi e nuove forme di dipendenza comportamentale, cresce il numero di giovani coinvolti e aumenta la difficoltà di intervenire in modo efficace. Comprendere il fenomeno e individuare strategie educative e terapeutiche adeguate diventa quindi fondamentale per prevenire e contrastare questi comportamenti. Interris.it, su questi temi, ha intervistato il dott. Claudio Marcassoli, psichiatra e psicoterapeuta.

L’intervista

Dottor Marcassoli, cosa emerge oggi sul fenomeno delle dipendenze, in particolare quelle digitali?

“È importante partire da un quadro più ampio: le dipendenze non riguardano solo le sostanze, ma includono sempre più comportamenti. Accanto a droghe come cocaina, crack, stimolanti e farmaci usati impropriamente, si affermano forme legate al gioco d’azzardo, al sesso, allo shopping compulsivo, al lavoro e, soprattutto, al digitale, tra social network e gaming. Oggi per molti terapeuti è diventato normale confrontarsi quotidianamente con questi casi. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che circa 100mila ragazzi tra i 15 e i 18 anni sono a rischio dipendenza dai social network, mentre circa 500mila giovani soffrono di gaming disorder. Inoltre, una larga parte degli adolescenti si percepisce dipendente dai dispositivi digitali, pur senza riuscire facilmente a modificare le proprie abitudini”.

Quali sono i segnali più evidenti di una dipendenza digitale nei giovani?

“I segnali principali riguardano la perdita di controllo sull’uso dei dispositivi, la difficoltà a ridurre il tempo trascorso online e l’impatto negativo sulla vita quotidiana: isolamento, calo del rendimento scolastico, alterazione del sonno. Spesso i ragazzi sono consapevoli del problema, ma non riescono a gestirlo autonomamente”.

Come opera la cosiddetta rete di supporto in questi casi? Quali sono le difficoltà riscontrate?

“La rete di supporto è presente e diffusa sul territorio, ma non è priva di criticità. Una recente indagine condotta dall’Istituto Europeo delle Dipendenze su mille specialisti evidenzia come il 61% dei professionisti incontri frequentemente pazienti con dipendenze, il 25% in modo occasionale e il 14% più raramente: nessuno, però, dichiara di non averne mai seguiti. Nonostante ciò, solo il 35% si sente pienamente preparato ad affrontare questi casi. Tra le principali difficoltà emergono l’ambivalenza dei pazienti, divisi tra il desiderio di cambiare e i comportamenti concreti, indicata dal 59,2% degli intervistati, la gestione dei limiti e dell’inaffidabilità (41,8%), il problema delle ricadute (37,2%) e, in molti casi, un senso di impotenza (26%). La maggior parte dei professionisti, l’82%, ha cercato almeno una volta un supporto esterno, ma non sempre con facilità: il 35,2% segnala difficoltà nel trovare riferimenti affidabili e il 28,6% lamenta la mancanza di una rete chiara e strutturata. Solo una minoranza, pari al 20,4%, si è rivolta a centri specializzati”.

In che modo occorre agire per contrastare questo tipo di dipendenze?

“La parola chiave è collaborazione: scuola e famiglie devono lavorare insieme, partendo dall’educazione. Le dipendenze nascono nella sfera emotiva e vengono poi regolate dalla parte più razionale del cervello, che però da sola non basta. Serve un’educazione che rafforzi il pensiero critico e l’autocontrollo. Il primo luogo educativo resta la famiglia, seguita dalla scuola: ma entrambe devono essere in grado di offrire strumenti adeguati. In un contesto culturale che spesso favorisce comportamenti a rischio, è fondamentale che l’ambiente familiare diventi uno spazio di equilibrio, sostegno e protezione”.