L’Occidente di Rampini e gli ayatollah a stelle e strisce

InFormazione cattolica 11 aprile 2022

Secondo Federico Rampini l’attuale “disarmo strategico dell’Europa è stato preceduto per anni da un “disarmo culturale” che prelude alla sua auto-distruzione. Occorrerebbe però ricordare che questo suicidio occidentale è anche il frutto del laicismo e della censura del messaggio sulle radici cristiane di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Raffaele Iannuzzi

L’Occidente è la terra della laicità? A giudicare da alcuni indizi, vi è da dubitare.

Forse la laicità, divenuta a dire il vero laicismo, sopravviveva ancora come stemma araldico di un Occidente ancora attraversato dalla cifra specifica della cristianità. Ma oggi non è più così.

Prendiamo l’ultimo libro di Federico Rampini, Suicidio Occidentale (Mondadori, Milano 2022, pp. 252, € 19), una difesa quasi mistica dell’Occidente, reo di essersi suicidato: dalla Cancel culture al Nuovo Neopaganesimo, vale a dire l’ambientalismo religioso, Roma brucia.

Anzi, no, Washington è in fiamme. Perché l’Occidente, per Rampini, sono essenzialmente gli Stati Uniti, il resto è un pendant, di cui possono parlare i provinciali.

Purtroppo, il noto giornalista trascura alcuni dati che vale la pena richiamare.

Primo: di “suicidio dell’Occidente” hanno già parlato, con maggiori profondità e rigore culturale, almeno due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Per entrambi, l’epicentro della crisi è l’Europa e l’America è la centrale della devastazione etico-religiosa e culturale.

Rampini arriva buon ultimo e ci arriva male e goffamente, trascurando che i fenomeni elencati e analizzati nel suo libro sono esattamente il prodotto di quella crisi strutturale denunciata dai due Pontefici, si tratta degli effetti di questa lunga crisi, che da circa seicento anni attanaglia l’emisfero che guarda al tramonto, anche detto Occidente.

Rampini usa la storia come una clava per contrastare critici e anche cristiani, ma dovrebbe studiarla anche da altre angolazioni, come si conviene a chi voglia fare un lavoro analitico serio.

Secondo: che l’Occidente sia essenzialmente l’America è un’invenzione ideologica, e ciò emerge ancora più chiaramente in relazione alla parte assente nel libro: i fondamenti culturali dell’Occidente.

Per Rampini sembra che dichiararsi nemici delle autocrazie orientali e, in positivo, apologeti della liberaldemocrazia e del capitalismo americano siano gli antidoti al male.

Purtroppo, i fatti dicono ben altro: metà del mondo non è e sembra non voler essere liberaldemocratico (si tratta di indecenti barbari, secondo il più vieto schema razzista?), in Occidente gli apologeti della liberaldemocrazia sono sempre meno e il capitalismo americano, con i suoi 45 milioni di esclusi dalle cure mediche e la sua guerra civile sempre sul punto di travolgerlo, non appaiono più come la “terra dove scorre latte e miele”.

Perfino Luttwak, non esattamente un critico dell’american system, ha affermato che, in America, per vivere e curarsi occorre essere milionari.

Se questo è l’Occidente secondo il verbo rampiniano, la sua appare più la difesa di un ayatollah in disarmo piuttosto che una serie e rigorosa proposta culturale e politica.

Terzo: l’America in preda ai demoni della distruzione culturale è questione di lungo corso già affrontata, stavolta in raffinato inglese, da un filosofo brillante e caustico come Allan Bloom, nel fortunato saggio The closing of the American Mind, e siamo nel 1987.

Un’era geologica dopo, arriva Rampini e conciona su quella stessa America già vivisezionata da Bloom, con ben altra potenza critico-analitica.

I “nostri valori” occidentali, per dirla con Rampini, sono il frutto di tutto ciò che l’America ha messo sotto i piedi, dalla fede cristiana alla giustizia sociale.

Un’occhiata all’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II non guasterebbe all’ex vicedirettore de Il Sole 24Ore, scrittore, professore universitario etc.

Non basta disprezzare Putin e accusare i cattolici rei di essere equivoci pacifisti vigliacchi e non ayatollah in servizio effettivo permanente della religione occidentalista a stelle e strisce.

Servirebbe forse rispondere alle domande sui fallimenti occidentali, americani nella fattispecie, dall’Iraq alla grottesca e cinica ritirata dall’Afghanistan e, magari, chiedersi perché le uccisioni dei bambini, nei molteplici “interventi umanitari”, siano stati inseriti nella categoria di “danni collaterali”, e che cosa abbiano, invece, di diverso rispetto agli altrettanto scellerati crimini perpetrati da altri attori internazionali, salvo essere causati dalla potenza che ancora si illude di vivere in un’età di unipolarismo, ormai del tutto tramontata.

Tutto questo lo inseriamo nei “valori occidentali”?

Nel 2008, in un saggio intitolato Il suicidio della modernità, pubblicato dalle Edizioni Cantagalli, avevo posto la questione del ripensamento radicale della laicità, proprio per salvarla dagli esiti fondamentalistici delineati da Rampini.

Il “suicidio della modernità”, infatti, equivale a richiamare il “suicidio dell’Occidente” ma, nel mio mondo culturale, i “valori” enunciati come feticci ideologici corrispondono alla “tirannia dei valori” di schmittiana memoria.

E, con ciò, l’Occidente ne esce ancora più malconcio. Cornuto e mazziato.

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