Blog Nicola Porro 8 Settembre 2025
Chiedono la cancellazione dei debiti e risarcimenti miliardari per le presunte malefatte dell’Occidente, ma se gli africani non escono dal sottosviluppo è per motivi come questi
Anna Bono
Gli africani sono sul piede di guerra. Il loro continente è povero, non esce dal sottosviluppo e secondo loro la colpa è dell’Occidente.
Richieste assurde
Chiedono la cancellazione dei debiti, possibilmente totale se no almeno di quelli contratti con Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, e reclamano finanziamenti per centinaia di miliardi perché – dicono – subiscono ingiustamente più danni di tutti a causa del riscaldamento globale di cui non sono minimamente responsabili e che invece è provocato dal modello di produzione e di società occidentali.
Poi esigono, e non sono più disposti ad aspettare, risarcimenti miliardari – cifre astronomiche – per la tratta transatlantica degli schiavi e per la colonizzazione europea di cui hanno patito e tuttora patiscono le conseguenze. Li sostiene in questa rivendicazione persino il segretario generale dell’Onu António Guterres: “l’Africa è un continente di energia e possibilità illimitate – sostiene – ma, per troppo tempo, le colossali ingiustizie inflitte dalla schiavitù, dalla tratta transatlantica degli schiavi e dal colonialismo non sono state riconosciute e affrontate”.
Poi dall’Africa arrivano notizie come le seguenti: una dalla Nigeria, prima economia del continente, e una del Kenya, perla di stabilità politica.
Disoccupazione e rapimenti in Nigeria
Plan International Nigeria, una organizzazione no profit dal 2014 impegnata soprattutto in difesa dei minori, ha presentato il 4 settembre State of the Nigerian Youth Report 2025 (Rapporto sui giovani nigeriani 2025). Il documento illustra e denuncia una situazione estremamente preoccupante. La Nigeria ha 238 milioni di abitanti. Oltre il 60 per cento, circa 142 milioni, hanno meno di 30 anni e, secondo il rapporto, 80 milioni di essi sono disoccupati. Ogni anno circa 1,7 milioni di studenti si diplomano ed entrano nel mercato del lavoro. Gran parte di essi non trovano un impiego e si aggiungono alle fila dei disoccupati.
Se non altro hanno potuto andare a scuola. Invece sono almeno un milione i ragazzi in età scolare che non studiano. Molti non possono perché vivono in aree del Paese particolarmente pericolose. I genitori non si fidano a mandarli a scuola dove, come negli stati di Kaduna e Katsina, sono frequenti i rapimenti di studenti a scopo di estorsione. Negli ultimi tre anni migliaia di studenti, anche di scuola elementare, sono stati rapiti, di notte nei campus e persino di giorno, in classe, durante la lezione. Molte famiglie devono vendere qualcosa – un campo, del bestiame – per riportarli a casa.
La violenza jihadista
Oppure il rischio è tale per la presenza di gruppi jihadisti e di bande criminali che gli insegnanti rifiutano di prendere servizio e sono gli stessi genitori che non permettono ai figli di andare a scuola, soprattutto se devono percorrere indifesi e inermi lunghi tragitti a piedi. Negli ultimi due anni più di 1.500 istituti scolastici hanno chiuso per questo motivo.
La violenza jihadista ed etnica e quella delle bande criminali inoltre costringe milioni di nigeriani a cercare scampo fuggendo. Si stima che gli sfollati attualmente siano più di 3,5 milioni e più della metà sono minorenni. Difficilmente i bambini sfollati riescono ad andare a scuola anche se vengono accolti nei campi profughi perché non sempre è facile allestirvi delle classi.
Il rapporto di Plan International Nigeria evidenzia le responsabilità, essenzialmente governative, di quanto sta accadendo e le conseguenze drammatiche delle opportunità negate ai giovani nigeriani: tanti di loro privati di un futuro, tante preziose risorse per il Paese che vanno sprecate.
Cibo sprecato in Kenya
Di un’altra forma di spreco, di cui non si può accusare l’Occidente, parla invece il World Resources Institute Africa: quello di cibo in Kenya. Un rapporto appena pubblicato, il più completo realizzato finora, rivela che ogni anno in Kenya fino al 40 per cento del cibo prodotto nel Paese viene sprecato: nove milioni di tonnellate per un valore di 578 milioni di dollari. La perdita maggiore è quella di frutta. A seconda delle stagioni, si buttano via dal 17 al 56 per cento dei manghi, dal 15 al 35 per cento degli avocado, dal 7 all’11 per cento delle banane. Ma anche altri raccolti vanno perduti: fino al 36 per cento del mais, al 34 per cento del pesce, al 23 per cento delle patate.
La causa di tanta perdita di cibo, inaspettata in un Paese in cui il 25 per cento della popolazione è povero, il 26 per cento è a rischio di diventarlo e in cui quindi si penserebbe che ogni sacco di mais e ogni cesto di frutta fossero considerati beni di cui avere cura, va cercata a diversi livelli e in diversi settori della filiera alimentare: tecnologie agricole arretrate; scarsità di silo, granai e magazzini idonei a proteggere i raccolti da agenti atmosferici, insetti e parassiti; irregolarità e lentezza dei trasporti a causa delle strade mal tenute, in certi periodi dell’anno quasi o del tutto impraticabili per cui parte dei raccolti arrivano a destinazione tardi, deteriorati; ulteriori danni, alla fine della filiera, nei negozi e nei mercati, per difetti di imballaggio e di conservazione.
Per agricoltori e commercianti il danno è la perdita di introiti, per tutti è la scarsità di prodotti alimentari che provoca il rialzo dei prezzi al dettaglio soprattutto dei generi di largo consumo, in certi periodi insostenibili anche per il ceto medio. L’ulteriore danno è lo spreco di acqua, per irrigare, e soprattutto di energia, impiegata per coltivare, immagazzinare, trasportare prodotti che non diventeranno cibo.
Il Kenya ha aderito all’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile che tra i suoi 17 obiettivi comprende il dimezzamento dello spreco e della perdita di cibo entro il 2030. Allo stato attuale per il Kenya è un obiettivo irrealizzabile. Se ci riuscisse, si stima che il cibo in più basterebbe a sfamare sette milioni di persone. Per quel che vale, si ridurrebbero di sette milioni le emissioni di CO2.






