Lisander 22 Dicembre 2025
di Guia Soncini
Quando è cominciata l’epoca in cui viviamo? Direi nell’autunno del 2010, quando è uscito un film di quel genere che avrebbe poi quasi monopolizzato l’industria dello spettacolo negli anni successivi: biografie (o episodi di cronaca) rielaborate in finzioni narrative. In quel film lì, The social network, Mark Zuckerberg era un universitario stronzo che bisticciava con la fidanzata. Poi tornava in cameretta, scriveva delle cose terribili di lei su internet, e già che c’era faceva ciò che i geni, se maschi, spesso hanno fatto nella storia: conseguire un risultato professionale gigantesco solo nella speranza che quella che non li voleva li notasse. Insomma: Mark inventa Facebook. Erica, quando lo rivede, gli dice che sarà pure un genio, ma quel che ha detto di lei resta per sempre: «L’internet non è scritta a matita, Mark».
Sono passati quindici anni, e la lezione più importante dell’epoca in cui viviamo ancora non l’abbiamo appresa. Non importa quanta gente si ritrovi, se non la reputazione, almeno la giornata rovinata dalla diffusione di qualcosa che ha messo in circolo sulla rete illudendosi restasse tra quattro amici: non impariamo mai. Si continua, nell’epoca in cui ogni messaggio è fotografabile dallo schermo del telefono con un solo dito, è inoltrabile a migliaia di persone con un solo dito, a parlare male degli assenti, inviare foto intime, vagare come gattini ciechi sull’invisibile confine tra pubblico e privato.
Vi ricordate l’ipocrisia? Era un fluidificante sociale, ha funzionato per millenni. Poi è arrivato questo secolo qui, in cui ogni volta che apro un social ci trovo qualcuna che si accende la telecamera del telefono in faccia e fa un’arringa contro qualche amica che ha fatto quel che da sempre si fa educatamente: ha inventato una scusa per non vederla. Era ciò che si faceva prima del feticismo della trasparenza. Adesso, l’amica è accusata di non avere il coraggio di dirglielo in faccia, alla tizia con telecamera, che non vuole vederla. È diventato più educato dire «piuttosto che uscire con te mi faccio monaca» che inventare una zia in fin di vita? Se ho capito bene, è che la zia morta valeva finché tutto era privato; ora che tutto è pubblico, tra tag e geolocalizzazione nessuna zia morta regge, e una pietosa bugia, ove scoperta, si qualifica come insulto massimo. Ti distrai un attimo e cambia tutto.
È sempre il 2010 (ve l’avevo detto che era un anno fondativo), sono su un treno. A parte me, il vagone è interamente riempito da fan di Vasco Rossi, che la sera prima ha fatto un concerto nella città da cui siamo partiti. «A parte me» significa che io ero lì per altre ragioni, non ho preso il treno per tornare dal concerto; ma, scoprirò presto, significa anche che non ho i codici comportamentali previsti dalla società costituita da questo vagone di treno. Uno dei fan mette a tutto volume una canzone, e io sono stravolta da questa invasione dello spazio pubblico. Lo so che adesso è difficile da ricordare, perché il 2010 è lontanissimo, ma fidatevi di me: non era normale ascoltare cose ad alto volume in luoghi pubblici. Dico: scusi, se vuole ascoltare la musica metta le cuffie. Vengo assalita dalla suscettibilità dei fan offesi: cioè non ti piace Vasco?!
Tento di spiegare che non è un problema di gusto – a chi non piace Vasco, diamine, sono pure emiliana, ho le credenziali – ma che imporre la propria musica agli altri non si fa, non è una cosa educata, non è accettabile. Vengo spernacchiata da un intero vagone di passeggeri, tra i quali ricordo con particolare stupore una ragazza che, su un braccio, aveva tatuato il testo della canzone Sally. Quindi posso datare al 2010 il momento in cui la vita mi ha detto che ormai era normale tatuarsi, ed era normale ascoltare cose in pubblico a volume alto imponendone l’ascolto a tutti i presenti. E io, come Mark Zuckerberg e otto miliardi di persone di fronte al concetto dell’internet non scritta a matita, ho continuato a non capire, e a stravolgermi ogni volta.
Adesso, il tema della gente che ascolta cose in pubblico ad alto volume senza preoccuparsi di dar fastidio viene dibattuto ovunque: non si può aprire un social senza trovarsi davanti qualcuno di indignato perché il vicino di posto in metrò ha scandito i dettagli della propria colonoscopia in viva voce, non si può passare mezz’ora in una sala d’attesa senza ascoltare tutta la telecronaca della partita che sta guardando il tizio seduto a destra, la telefonata al cognato di quello a sinistra, e chi più ne ha. Poi, se la sala d’attesa è d’un ospedale, quando sarà il nostro turno ci chiameranno solo con l’iniziale del cognome: per la privacy. Puoi ascoltare tutti i fatti miei, ma non il mio cognome.
Avendo quindici anni di vantaggio, ho fatto in tempo a venire a capo della ragione di questo eccesso d’esibizionismo: è il touchscreen. Il touchscreen fa sì che il telefono non si possa più tenere all’orecchio come le persone normali, perché se lo fai i tuoi lobi toccheranno qualcosa che ammutolirà il microfono, o comporrà un’altra chiamata, o farà cadere la linea. Quindi, la gente tiene il telefono orizzontale e in vivavoce, come fosse da sola nella propria cucina, anche se è su un autobus affollato. Si potrebbe risolvere con le cuffiette. Sarebbe comunque una soluzione parziale, perché se parli con le cuffie in un posto pubblico non sentirò il tuo interlocutore ma sento comunque te. Ma, se non stai facendo una telefonata ma magari ascoltando dei messaggi vocali, le cuffiette sono perfette. Solo che la modernità le ha rese senza fili, e quindi le persone le perdono, e alla terza volta non hanno più voglia di ricomprarle. Le buone maniere sono come la legge finanziaria: non sono a budget infinito.
Nel 1998, in un telefilm americano intitolato Seinfeld, il personaggio di Elaine veniva redarguito dagli amici perché chiamava un’amica col padre in ospedale: essendosi dimenticata di chiamarla da casa, lo faceva dal cellulare. «Faux pas!», le dicevano loro, newyorkesi, in francese, la lingua del bon ton. Il passo falso, ventisette anni fa, era usare un cellulare, facendo pensare alla tua amica che per te la salute di suo padre fosse così poco importante da non meritare una tranquilla telefonata da casa ma una chiamata così, al volo, tra un impegno e l’altro. Sembrano passati ventisette secoli: quand’è l’ultima volta che avete detto a voi stessi «questa chiamata la faccio da casa»? È un altro mondo.
Il fatto è che un mondo nuovo ha bisogno di regole nuove, ma non è così semplice, perché le regole hanno bisogno di poggiare su punti fermi, e invece qui è tutto in movimento, i confini sono scivolosi, e – come avrebbe detto il braccio tatuato di quella ragazza sul treno – è tutto un equilibrio sopra la follia.
Si dà ancora la mano a qualcuno che s’incontra, per salutarlo? È forse decaduto il motivo che aveva creato l’usanza – mostrare a quel qualcuno che non ho in mano un pugnale con cui intendo accoltellarlo – ma non so se sia decaduto anche il motivo del disuso: siamo ancora gente che teme i germi altrui, quasi sei anni dopo la pandemia? Dipende: qualcuno sì e qualcuno no. Come si elaborano nuove regole sociali quando ognuno di noi si percepisce portatore di bisogni specialissimi che è dovere di tutti assecondare?
Vent’anni fa organizzavamo tutti cene, adesso no. È perché siamo invecchiati? Anche. È perché trovare una sera che vada bene a tutti è un incubo, ora che il martedì io non ho la babysitter, il venerdì tu hai il padel? Anche. Ma dipende soprattutto dal fatto che non c’è più nessuno che non ti fornisca l’elenco delle cose che non mangia. Sono una cafona io se non chiedo agli ospiti se hanno allergie, intolleranze, convinzioni religiose, diete dimagranti da rispettare, e non preparo poi undici menu differenziati per gli undici commensali? O sono cafoni loro a non fare quel che in epoche più civili abbiamo fatto sempre quando a cena c’era roba che non ci piaceva: sorridere, spostare la roba nel piatto senza mangiarla, tornare a casa e farci un panino?
Siamo tutti abbastanza vecchi da aver vissuto in anni in cui era considerato d’estrema cafonaggine telefonare mentre la famiglia era a tavola. Però la cafonaggine poteva essere salvifica: la sorella di mio padre telefonava mentre eravamo a pranzo, e questo permetteva a lui di non annoiarsi con moglie e figlia. E neanche con la sorella: lei monologava, lui appoggiava la cornetta sulla panca su cui si trovava l’apparecchio telefonico, andava in cucina, si accendeva una sigaretta, tornava, riprendeva la cornetta, lei stava ancora monologando. Io, che sono figlia unica, ero invidiosissima della sua scusa per alzarsi da tavola.
Tuttavia erano anche anni in cui era perfettamente normale citofonare senza avvisare. Quando leggo che i giovani di oggi sono molto soli e si rifugiano nel telefono e cercano di ovviare alla solitudine rendendo di gruppo attività che sono sempre state solitarie, come la lettura, io penso alla casa dei miei genitori, dove gli amici si presentavano non invitati. Citofonavano, dicendo «passavo di qua» o senza neanche sentire il bisogno di quella specie di scusa, si fermavano a cena. Oggi nessuno si permetterebbe di presentarsi a casa non invitato, e nessuno resterebbe a cena senza aver prima avvisato delle proprie restrizioni alimentari. Oggi, senza avvisare, neanche si telefona: se qualcuno fa squillare una chiamata senza prima un WhatsApp che dica «Disturbo se ti telefono?», chiamiamo la buoncostume. Non è un’epidemia di solitudine, come leggo ovunque: è un’epidemia di gente che, a «posso chiamarti?», risponde «scrivi».
Ho una conoscente che non conosco: è un’altra delle bizzarrie del presente, avere conversazioni costanti con gente che non hai mai visto. I pen pal esistevano anche nel Novecento, ma li avevamo conosciuti al mare o in qualche vacanza studio, li avevamo prima o poi incontrati e poi, per non perderci di vista, eravamo passati alle cartoline e alle lettere. Per non perderci di vista, e perché le interurbane erano costose. Adesso no, adesso gente che non hai incontrato mai ti scrive in toni confidenziali perché ha visto una foto che ti sei scattata in bagno su Instagram, e nel sottoscala della ragione le è rimasta – dai secoli precedenti – la contezza che se ho visto il tuo bagno significa che siamo abbastanza intimi da potermi io rivolgere a te in toni amicali.
Comunque, ho questa conoscente che non conosco, ci scriviamo nonostante nessuna delle due abbia visto il bagno dell’altra. Io non metto il bagno su Instagram perché non mi pare interessante, e lei non lo mette perché di mestiere insegna bon ton, e credo che il precetto «non autoscattarti nello specchio sopra al lavandino facendo vedere alle tue spalle l’asse del gabinetto» venga ancora prima della prima lezione. Quando la mia sconosciuta conoscente apre il box domande, io mi diverto moltissimo, ma per spiegarvi come funziona il mio divertimento devo prima fare una divagazione sul box domande.
Il box domande è una modalità di Instagram utilizzata da chi su Instagram guadagna o da chi è molto insicuro. La prima categoria apre il box domande per compiacere il pubblico (che sui social non sta come davanti a un palco ma come davanti a uno specchio): io, pubblico, ti chiedo come devo fare con Tizio che dice di amarmi ma non lascia la moglie (una sorta di posta del cuore è l’utilizzo più diffuso del box domande), tu rispondi a me proprio a me, e io mi sento speciale. La seconda categoria lo apre perché ha bisogno di conferme: ogni volta che chiedi al tuo pubblico d’intervenire, ci sarà immancabilmente qualcuno che ti dice che hai i più favolosi addominali o le più fantastiche ipotassi del pianeta, e tu di quel qualcuno rilanci l’intervento, in genere dicendo «troppo buoni, non merito tanti complimenti», ma comunque rendendo noto a tutti che i complimenti ti arrivano. Una cafonata impareggiabile.
La mia sconosciuta conoscente il box domande lo apre perché chi la segue va coltivato, sono quelli una minuscola percentuale dei quali magari s’iscriverà ai suoi seminari o comprerà i suoi manuali. L’economia dell’internet ha un funzionamento delirante: devi dare roba gratis a mille per incassare da uno. E quindi ella chiede se il pubblico abbia domande di bon ton, e il pubblico le ha. Solo che quelle domande non sono, chessò, che posate devo usare se servo l’orata, o quanti soldi devo mettere nella busta di Natale per il portinaio. Quelle domande sono richieste di rassicurazioni. «Il battesimo di mio figlio è di sera, per me è più elegante il nero». Cosa rispondi, se sei una docente di bon ton che ha già detto sette milioni di volte su piattaforme gratuite e a pagamento che il nero solo ai funerali e comunque mai nella vita ai matrimoni o ai battesimi? Non è che tu possa dire «per me sei una cafona». Ovvio che ti vestirai, tu che hai domandato, come vuoi, ovvio che le buone maniere non sono prescrittive, ma tu stai scrivendo a una che non di codice penale si occupa ma proprio di quello, delle buone maniere che sei determinata a non seguire: però tu vuoi sì trasgredirle, ma con la benedizione dell’autorità. Che sia cominciato tutto quando i genitori hanno iniziato a comprare i profilattici ai figli, invece di farli passare per l’umiliazione di vergognarsi in farmacia come avevano fatto alla loro età?
C’è una cosa che scrisse Umberto Eco nella primavera del 1990, quando morì Greta Garbo. Gli aveva telefonato un giornalista chiedendogli di commentarne la morte, quegli articoli disperatissimi in cui si pensa di poter sostituire un’idea con le parole di qualcuno di famoso. Eco aveva detto, riferiva, le solite banalità, una leggenda del cinema, una perdita incolmabile. Il giornalista deluso gli aveva domandato: non avrebbe qualcosa di più originale? E lui nella sua Bustina di Minerva sbottava: cosa devo dire, cagna e troia, se non moriva l’ammazzavo io? Ci ripenso spessissimo, quando guardo il box domande della mia sconosciuta conoscente, e la gente che le scrive chiedendo la sua benedizione per dire alla cognata che il regalo di compleanno ricevuto era una schifezza. Cosa volete che vi risponda, questa povera donna, «ma certo, le dica di vergognarsi, e l’anno prossimo di non osare presentarsi con qualcosa che non sia costoso e sofisticato, anche se per poterselo permettere dovrà affamare i figli»?
Il ministro dei trasporti degli Stati Uniti d’America ha detto che si adopererà acciocché tornino i tempi in cui in aereo non si saliva in pigiama. I giornali americani si sono imbizzarriti: certo che c’è stato un tempo in cui viaggiavamo in giacca e cravatta, ma era anche un tempo in cui in aereo ci servivano da mangiare con le posate d’argento, non dovevamo vagabondare per ore per l’aeroporto perché il volo era in ritardo e non c’era da sedersi, e a bordo non ci vendevano i biglietti della lotteria (questa l’ho aggiunta io: chiunque abbia preso un low cost in quest’epoca di degradanti voli a poco prezzo sa che la voce che ti vuole vendere i biglietti della lotteria dovrebbe essere rubricata come tortura). Certo che ci mettevamo eleganti, quando un aereo era una circostanza eccezionale. Certo che abbiamo la pretesa di star comodi ora, che in un anno prendiamo più voli di quanti i nostri genitori ne prendessero in una vita. È una buona notizia, se siamo cafoni: è segno di benessere economico. In tempi più semplici era segno di povertà, ma ve l’ho detto che son saltati i codici.
Son talmente saltati che il ministro, che essendo americano non capisce granché d’eleganza, sbaglia raccomandazione. La sbaglia rispetto a un’epoca che ha in uggia il concetto di dress code, si tratti di dire agli studenti che non si va a scuola coi jeans strappati o alle adulte che non si va ai battesimi vestite di nero, certo. Ma la sbaglia anche dall’altro lato; la sbaglia perché, mi ripeto, i tempi sono ormai troppo complicati per essere gestibili con regole nette. Cent’anni fa un abito formale e uno da lavoro erano ben diversi. Adesso, un pigiama di Gucci o di Olivia von Halle è ben più elegante di un abito da sera d’acrilico. E quindi cosa vuoi, sui tuoi voli affollati e ritardatari: gente con lo strascico ma tessuti non traspiranti, o gente che si può permettere di stare costosamente comoda? E, se una volta stabilita la nuova regola, poi qualcuno facesse trapelare quei messaggi con cui il ministro irrideva un passeggero malvestito chattando con la moglie? L’internet è scritta a penna, ma il bon ton è ormai tracciabile solo a matita, e soggetto a continue correzioni.










