Panorama 22 Ottobre 2026
L’uscita del film tv Rai sullo scrittore parmigiano è meritoria perché ridà dignità ad un intellettuale snobbato dal circolo intellettuale, nonostante i milioni di copie vendute nel mondo. Peccato solo che il suo cristianesimo controcorrente (il Vaticano non lo apprezzava) sia stato poco vaorizzato.
di Francesco Borgonovo
Sono passati quasi ottanta anni. Il 28 dicembre del 1946, sulle pagine di un giornale chiamato Candido apparvero i primi racconti del Mondo piccolo. La saga di don Camillo e Peppone, per intendersi, che avrebbe venduto oltre 20 milioni di copie nel mondo e attirato chissà quanti spettatori al cinema e davanti alla televisione. L’autore, Giovannino Guareschi, era un grande scrittore. Nato nel 1908, sarebbe morto troppo poco tempo dopo, nel 1968, alle soglie di un epocale mutamento che del resto aveva già intuito. Fatevi due conti e stabilite voi quanto decenni ci sono voluti per rendere anche solo concepibile l’idea di un film su di lui. Nel frattempo hanno girato fiction, serie e lungometraggi su chiunque. Ma Guareschi no, non andava bene. Troppo anticomunista, troppo cristiano, troppo radicalmente alternativo allo spirito del tempo.
Dunque è già un piccolo miracolo che abbia visto la luce quest’anno Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano, per la regia di Andrea Porporati e la produzione Rai fiction. Un film per la tv con Giuseppe Zeno nei panni di Giovannino. La consulenza sui temi guareschiani è dell’espertissimo Marco Ferrazzoli che ha firmato tra l’altro il gustoso Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra). Vita, opere e libri di Giovannino Guareschi, appena uscito per Rai libri. E tocca dire, purtroppo, che questo libro è decisamente più bello del film. Per un motivo su tutti: restituire un Guareschi integro, completo, decisamente più scorretto e urticante di quello pur bene impersonato da Zeno.
Lo scrittore televisivo, sia chiaro, è stata una conquista di cui bisogna
…bisogna gioire, ma anche una occasione colta solo a metà. Ne esce un rtratto tutto famigliare, di un padre adorabile benchè complesso, di un uomo testone e purissimo. Eppure mancano dei pezzi che il lettore appassionato ben conosce. Manca quello più tormentato e ruvido. C’è l’umorista, è vero, ma non c’è – almeno non del tutto – il satirico capace di essere feroce senza odiare. «Rispetto al film che ci presenta un Guareschi abbastanza monocorde», dice Paolo Gulisano, autore di E quel cristiano di Guareschi. «Giovannino in realtà aveva una personalità ricca, composita. Il suo non era un umorismo irridente, era un umorismo capace di essere buono, però esprimeva il suo coraggio civile di dire sempre la verità. Di dire quello che pensava, ma anche quello che succedeva e che veniva censurato. Si pensi che fu l’unico a parlare di quanto accadeva, nel dopoguerra, nel triangolo della morte, con gli omicidi compiuti dai partigiani comunisti. Quindi era un uomo coraggioso ma era anche abbastanza inquieto, dalla personalità davvero spiccata, una sorta di leader naturale».
Mai fascista, conservatore, forse addirittura reazionario. Monarchico. Anticomunista formidabile, ma non ideologico. Un controcorrente come uno dei suoi «mentori», Leo Longanesi. Ciò che odiava del comunismo era prima di tutto la sua totale incompatibilità col cristianesimo. E poi il fatto che opprimesse lo spirito e la mente imponendo «obbedienza cieca, pronta e assoluta», e provocando nel seguace ottuso la formazione di una terza narice da cui usciva il cervello ed entrava la propaganda.
«Il cristianesimo di Guareschi è il grande assente della fiction», continua Paolo Gulisano, «forse perché al regista e agli sceneggiatori sembrava un po’ divisivo, come si dice oggi. In realtà era l’anima di Guareschi. Per capirne la fede poi, è fondamentale che in video manca: l’esperienza del campo di concentramento». Con altri militari italiani, infatti, egli trascorse nei lager anni terribili e trasformativi. «Proprio lì nel campo di concentramento nazista, Guareschi scoprì la fede, a differenza di quello che è accaduto magari a molti, pensiamo a Primo Levi che dice «Se c’è Auschwitz non ci può essere Dio». Nell’esperienza del Lager, Giovannino invece comprende che Dio c’è eccome e si prende sura di noi, e che i guai del mondo accadono perché le nostre orecchie sono chiuse alla sua voce. Nel film tutto questo è stato un po’ annacquato, invece nei libri il messaggio cristiano è chiaro e netto, fino a diventare addirittura, nell’ultimo, (quello che uscì postumo alla fine del 1968, Don Camillo e i giovani d’oggi, che poi è stato ripubblicato come Don Camillo e don Chichì, n.d.r), una critica alla Chiesa post conciliare. Una critica che il Vaticano non gradì molto».
Ecco un altro Guareschi ancora. Uno a cui non piace che la Chiesa segua troppo il mondo e le sue tendenze. Non perché sia bigotto ma perché capisce quanto la dimensione metafisica sia fondamentale e non possa essere modificata da influenze esterne. «Questo fu per lui un motivo di sofferenza», insiste Gulisano. «Guardava a questi sbandamenti dottrinali con preoccupazione, non tanto con spirito polemico, ma proprio con quello di chi vede la Chiesa andare in crisi e in vera e propria sofferenza. Questa sofferenza del post concilio l’autore la visse e la segnalò, andando anche controcorrente rispetto a tutto il clima di ottimismo degli anni Sessanta».
Questo Guareschi non è un uomo né un pensatore monocorde. E’ un uomo di sfavillanti passioni, di umanissimo cortocircuiti. E’ uno che ama alla follia la libertà, che guai a dirgli che cosa pensare o a cora pronunciare. Ostile alla partitocrazia e agli inghippi romani. Ma anche sostenitore della DC, di cui diverrà molto critico. E’ uno disposto a farsi la galera per articoli e vignette, un satirista che scortica gli avversari. Ma anche un uomo di cuore, buono e generoso. E’ un amante delle automobili, ma guida piano e tesse l’elogio dei piedi e delle bici. E’ modernissimo nello stile, nelle trovate grafiche, nel modo di fare giornalismo. Eppure è un conservatore che propone il ritorno all’antica vita contadina, convinto fin al midollo. E’ un genio riconosciuto in maniera trasversale eppur al contempo un paria, uno sconfitto seduto su milioni di copie vendute. Dopo aver fatto il carcere per quel che scrisse su De Gasperi (ritenuto falso senza troppi approfondimenti) fu abbandonato da molti capoccioni del mondo letterario. Più diventava isolato, più la sua capacità di osservazione e scrittura si faceva profonda. “Guareschi gli ultimi tempi li visse con una sofferenza personale, non è un caso che morì a soli 60 anni”, dice Gulisano. «Aveva avuto un primo infarto e poi un secondo, quindi anche il suo grande e generoso cuore si era spezzato per le tante vicende che aveva subito. Il processo De Gasperi, la prigione, poi l’isolamento… Trovava porte chiuse anche dagli editori. Non da Rizzoli, che continuava a pubblicare Don Camillo e Peppone perché comunque erano molto redditizi, ma dal resto dell’editoria non trovava spazio. Collaborava con il settimanale Oggi, con il quotidiano La Notte, venne in qualche modo emarginato. Lo si vide anche al funerale: quando morì, mancava quasi tutto il mondo del giornalismo, dei suoi colleghi. Però andò un grande personaggio, un genio del mondo italiani, cioè Enzo Ferrari. Si presentò inatteso perché nessuno sapeva di questa amicizia. Gli chiesero cosa ci facesse lì. Ferrari aveva vissuto un grande dolore con la perdita di suo figlio Dino e anche se continuava a produrre i suoi capolavori automobilistici viveva una sorta di lutto, di dolore non superato e disse che Guareschi era stato l’unico che fosse riuscito a dargli un sorriso».
Per Giovannino, invece, era terapeutico il ritorno a casa, nel suo mondo piccolo. Lo curavano almeno un po’ la sua terra di campagna, la sua famiglia. In fondo, rimaneva un estraneo per gli ambienti di potere della cultura italica. Da qui il disprezzo che qualcuno gli riversò addosso dopo la morte.
«L’Unità scrisse “è morto uno scrittore che non è mai nato”. In vita lui tutto questo lo affrontava ma, post mortem, c’è stato il tentativo di damnatio memorie. Nonostante ciò, è tra gli scrittori italiani più tradotti nel mondo, in 65 lingue, dal finlandese al coreano, però figura poco nelle antologie delle scuole medie e superiori. Eppure». Conclude Gulisano, «è un modello di scrittura semplice, ma allo stesso tempo elegante, efficace. In Germania è amatissimo, hanno addirittura fatto musical su Don Camillo e Peppone, credo che questo sia significativo: dimostra quanto abbia fatto la nostra cultura per cercare di tacitare la voce scomoda, ma sincera, di questo grande giornalista. Hanno provato a ridurlo semplicemente a umorista, mentre Guareschi non è soltanto un umorista, nei suoi libri riesce anche a commuovere, riesce a far pensare, soprattutto. Era un uomo che voleva che la gente, come diceva lui, non portasse il cervello all’ammasso e credo che fosse anche per questo che dava fastidio».
Qui sta la sua grandezza: dà fastidio anche oggi, trasversalmente






