Ceuta e la trappola della disinformazione: l’Europa ritrovi le sue origini

Meridiano Italia 11 Agosto 2026

di Gianni Lattanzio

C’è una vertigine antica in ogni menzogna che si propaga più veloce della verità: Tucidide la descriveva già nella peste di Atene, quando il panico correva di bocca in bocca più rapido del contagio stesso. Ventiquattro secoli dopo, la stessa vertigine ha attraversato lo Stretto di Gibilterra in poche ore, non per contagio biologico ma per un video su TikTok. Nella notte tra il 30 e il 31 luglio, a Ceuta, decine di migliaia di persone — le stime spagnole parlano di 50-70.000 attraversamenti in appena quarantotto ore, quasi il 70% della popolazione dell’enclave — si sono gettate verso la piccola exclave spagnola in Marocco convinte che la frontiera fosse stata aperta e che chi fosse arrivato per mare non potesse più essere rimpatriato (Il Foglio). Non era vero nulla di tutto ciò. Ma prima che qualcuno potesse smentirlo, la storia era già scritta nei corpi: tra 70 e 88 persone non sono arrivate vive.

Ciò che rende Ceuta un caso di scuola non è soltanto la sua ferocia, ma la precisione quasi chirurgica del meccanismo che l’ha generata. Il governo spagnolo ha attribuito l’innesco a una lettura distorta di una sentenza del Tribunale supremo sulle cosiddette “devoluciones en caliente”, amplificata da uno sciame di video su TikTok, Instagram e WhatsApp; un’inchiesta del Guardian, costruita su un campione di 4,5 milioni di post, ha rintracciato l’origine della campagna in un canale Telegram legato all’intelligence militare russa. I fact-checker hanno catalogato almeno cinque filoni di falsità distinte, dalla confusione geografica che dipingeva Ceuta come “Spagna continentale” alle promesse di asilo automatico, dalle immagini generate con l’intelligenza artificiale alla propaganda di attori esterni interessati, semplicemente, a destabilizzare l’Europa. Un’inchiesta giornalistica ha inoltre ricostruito, sulla base di un allarme dei nostri servizi di intelligence, come reti di narcotrafficanti attive nello Stretto abbiano riconvertito i propri scafi veloci in un “ponte marittimo clandestino” tra l’exclave e le coste andaluse, facendo pagare fino a settemila euro a traversata e abbandonando i passeggeri in mare al primo avvistamento delle motovedette: la stessa ambiguità informativa che ha spinto migliaia di persone verso il mare è diventata, quasi immediatamente, la materia prima di un business criminale.

Ma è nel suo effetto politico che quella menzogna virale ha rivelato la propria natura più insidiosa, e più propriamente antieuropea. Non si è limitata a ingannare chi fuggiva: ha incrinato, nel giro di pochi giorni, la solidarietà stessa tra Stati membri che l’Unione avrebbe dovuto, in quel frangente, incarnare. L’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna; Madrid ha risposto ripristinando i controlli alle frontiere per chi arriva dalla Penisola; Giorgia Meloni, insieme ad altri ventuno leader, ha scritto a Bruxelles chiedendo una riunione urgente, mentre Pedro Sánchez, in una lettera separata, ha attribuito quelle reazioni a “pregiudizi, bufale, scarsa conoscenza o calcolo politico”, definendole “egoiste, polarizzanti e contrarie alla legalità europea”. Il paradosso, quasi shakespeariano nella sua ironia, è che entrambe le lettere invocavano testualmente “una risposta europea” — ma la reclamavano l’una contro l’altra, come due attori della stessa tragedia convinti di recitare copioni opposti. La disinformazione, in altre parole, non ha soltanto sedotto delle vittime lontane dai nostri confini: ha trasformato in fronte di guerra diplomatica proprio il momento in cui l’Unione avrebbe dovuto mostrare il suo volto più coeso.

Sarebbe consolante, ma illusorio, credere che questa vicenda appartenga a un solo campo politico. In Italia si è diffusa e amplificata una narrazione sui presunti “48mila rimpatri” spagnoli, mai verificata da fonti ufficiali, costruita per raccontare un successo che forse non c’è stato; nello stesso tempo l’estrema destra europea e statunitense ha piegato le immagini degli attraversamenti a un lessico di “invasione”. Destra e sinistra, governi e opposizioni, hanno bevuto alla stessa fonte avvelenata, forse intuendo anche il veleno nascosto; ma ciascuno vi ha attinto ispirazione per cesellare la propria verità di comodo. È la prova più limpida che il problema non è ideologico, ma strutturale: è lo stesso vuoto di narrazione istituzionale — lo stesso spazio lasciato scoperto da un’Europa che non riesce più a raccontarsi con autorevolezza ai propri cittadini, e specialmente ai più giovani, ormai informati quasi esclusivamente attraverso le piattaforme — a essere occupato, di volta in volta, da trafficanti, propagandisti stranieri e opportunisti di casa nostra.

In questo tumulto di narrazioni contrapposte, a pagare il prezzo più alto restano, come sempre, le persone. L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni, ha definito il sistema degli hub per migranti “inutile e costoso”, denunciando che “esseri umani” vengono “trattati come pacchi”. È un monito scomodo, ma necessario, perché mentre due governi europei si contendevano la linea più severa sui controlli di frontiera, la dignità delle persone coinvolte — vittime, prima di tutto, di una menzogna che non hanno potuto verificare — è rimasta ai margini di un dibattito tutto rivolto altrove. Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno intanto rilanciato, con un messaggio congiunto sui social, la propria intesa contro “l’immigrazione incontrollata” e a favore di centri di rimpatrio in Paesi terzi, presentandola come la difesa dei “valori europei” e del “patrimonio cristiano” del continente. Ma un’Unione che pretende di proteggersi ergendo “muri” tra Roma e Madrid non sta applicando la propria grammatica fondativa: la sta, semmai, tradendo. Robert Schuman, il 9 maggio 1950, scriveva parole che oggi risuonano quasi come un rimprovero postumo: “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Quella solidarietà di fatto resta, sulla carta, il fondamento giuridico della politica europea di asilo e migrazione, che il nuovo Patto pone esplicitamente come principio cardine, con un meccanismo di responsabilità condivisa tra Stati membri. Ceuta ha mostrato quanto sia facile smarrire quel principio proprio quando, sotto la pressione di una crisi innescata da fake news, servirebbe applicarlo con più convinzione, non con meno.

Irrobustire gli argini contro la disinformazione — le nuove linee guida della Commissione sulla protezione dei minori online, le regole di trasparenza del Digital Services Act — resta un compito ineludibile. Ma nessuna architettura normativa potrà mai sostituire ciò che è mancato, in queste settimane, sulle sponde del Mediterraneo: una risposta che fosse europea non solo a parole, capace di dimostrare nei fatti — non nei comunicati — che la solidarietà tra Stati prevale sulla tentazione di serrare le proprie frontiere contro il vicino. È questo, più di ogni fact-check, l’antidoto autentico alla propaganda che vuole un’Europa divisa: non un continente che si racconta come fortezza, ma un’Unione che torna, nei momenti di prova, a comportarsi come i suoi padri fondatori l’avevano sognata, quando ancora bastava un atto di fiducia reciproca per rendere impensabile la guerra tra vicini. Solo un’Europa fedele alla propria origine può restare un faro credibile — per i cittadini di oggi, smarriti tra bollettini di crisi e messaggi congiunti sui social, e per le generazioni più giovani che la osservano, spesso proprio attraverso quegli stessi schermi che l’hanno messa, ancora una volta, alla prova.