Corrispondenza Romana 17 Giugno 2026
Uno dei temi al centro del prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV dal 26 al 29 giugno prossimi nell’Aula Paolo VI e Aula del Sinodo del Vaticano, sarà quello della “guerra giusta”. Alcuni dei partecipanti al vertice ecclesiastico ritengono superata la dottrina tradizionale della Chiesa formulata da sant’Agostino e da san Tommaso d’Aquino, in nome di un neo-pacifismo cattolico. Ma una puntuale critica di questo ultra-pacifismo giunge da due corposi contributi che meriterebbero di essere considerati dal Collegio cardinalizio, anche perché non provengono da autori di estrazione tradizionalista o conservatrice.
Il primo contributo è di Luca Diotallevi, professore di sociologia a RomaTre, autore di un saggio sulla rivista Il Regno, dal titolo Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica, che è stato fatto conoscere a un più ampio pubblico dal vaticanista Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 22 maggio scorso.
Scrive dunque Diotallevi: «Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di «martoriata Ucraina». Freschi di un corso di lingua italiana, probabilmente quei turisti avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto. Che impressione farebbe a questi marziani scoprire che in Ucraina non c’è stato alcun terremoto, ma che lì da 4 anni è in corso un’invasione da parte della Russia di Putin e che, per di più, a essere presi di mira sistematicamente sono anche civili inermi che vivono a centinaia di chilometri dal fronte e non partecipano in alcun modo agli scontri?»
«E allora, – continua – come quei marziani interpreterebbero il ricorso sistematico alla espressione «martoriata Ucraina» con la quale piuttosto vagamente si indica la gravità degli effetti, mentre scrupolosamente si tace degli autori di quei medesimi effetti?» «Per chi come noi vive invece su questo pianeta, e magari si trova anche a essere cattolico, la domanda che sorge è un’altra. Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista?»
Diotallevi si chiede se il linguaggio ecclesiale attuale riesca ancora a distinguere la “parresia” cristiana (la franchezza evangelica) dalla semplice retorica pacifista e ricorda, a titolo di esempio, come il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto della capitale di Kiev da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kiev “città aperta”.
«Nel testo non solo non veniva fatta nessuna differenza tra aggressore e aggredito, non solo non s’invitavano le persone di buona volontà e la comunità internazionale a soccorrere e sostenere l’aggredito, ma si proponeva di sottrarre al legittimo potere politico ucraino il controllo fisico dei propri centri di Governo e di consegnare una sorta di vittoria a tavolino a Putin il quale esplicitamente si riprometteva di cancellare la libertà e la autonomia di Kiev».
Diotallevi ricorda a questo punto le parole con le quali il 4 giugno 2004 il cardinale Joseph Ratzinger, da vescovo e da tedesco, ha commemorato lo sbarco alleato in Normandia. In quel discorso, citato anche da Antonio Socci in un lucido commento al viaggio di Leone XIV in Spagna (Libero del 12 giugno 2026), il futuro Benedetto XVI diceva: «Se mai nella storia si è verificato un bellum iustum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui paese era condotta la guerra».
E Diotallevi commenta: «Non abbiamo paura che un giorno qualcuno rinfacci alla Chiesa la cura con la quale (giustamente) ha chiesto e ottenuto che le forze armate e le forze di polizia italiane proteggessero armi in pugno le funzioni e le processioni dell’ultimo giubileo, mentre di analoga protezione armata a vantaggio di ucraini e ucraine aggrediti dalla Russia di Putin (e simili) la stessa Chiesa non faceva richiesta altrettanto efficace e pubblica? Non cogliamo il rischio che nell’esercizio ecclesiale del munus docendi quella che potrebbe essere scambiata per retorica pacifista involontariamente oscuri e silenzi la parresia cristiana, l’essenziale realismo del cristianesimo?»
Veniamo ora al secondo articolo, dal titolo Il pacifismo come feticcio metafisico, apparso sulla rivista di estrema sinistra MicroMega del 26 maggio 2026. L’autore, Marco Noris. esordisce ricordando una frase che Gandhi scrisse nel 1920 su Young India, ma che i suoi epigoni preferiscono non citare: «Where there is only a choice between cowardice and violence, I would advise violence» («Dove non c’è scelta tra codardia e violenza, io consiglierei la violenza»).
Il senso, scrive Noris, non lascia spazio a equivoci: «La nonviolenza gandhiana non era una resa travestita da principio. Era una scelta attiva, coraggiosa, esigente, l’opposto esatto della passività. Chi subisce l’oppressione senza reagire per paura, per ignavia o per calcolo non pratica la nonviolenza: pratica la codardia. E la codardia, per Gandhi, era moralmente più bassa della violenza stessa».
Secondo Noris, una parte della sinistra contemporanea ha fatto esattamente l’opposto: ha trasformato la codardia in virtù, l’ignavia in principio, la resa in postura etica. Lo ha fatto attraverso l’elevazione del pacifismo a “feticcio metafisico”, cioè a un sistema di credenze chiuse su sé stesse e impermeabili a qualsiasi istanza esterna che le contraddica.
«Il pacifismo metafisico non ragiona a partire dai fatti – chi aggredisce chi, con quali mezzi, con quali obiettivi, con quali conseguenze sui corpi e sulle vite delle popolazioni coinvolte. Ragiona invece a partire da un principio astratto – la pace è sempre preferibile alla guerra, le armi alimentano sempre il conflitto, il negoziato è sempre possibile – e da quel principio deduce le proprie conclusioni indipendentemente da ciò che accade. È una forma di idealismo nel senso più preciso del termine: la realtà deve conformarsi all’idea, non l’idea alla realtà. Quando i fatti smentiscono il principio, non è il principio a essere rivisto; sono i fatti a essere reinterpretati, minimizzati o inseriti in una cornice che li neutralizzi».
Il paradosso, secondo Noris, è devastante: «Il pacifismo astratto non si limita a non fermare la violenza, la alimenta. Ogni sistema difensivo negato in nome della pace è benzina concreta per la violenza dell’aggressore; è un missile in più che arriva a destinazione, una città in più senza luce, un civile in più che non sopravvive all’alba. L’astrazione che rifiuta il reale si trasforma in carburante materiale per la violenza concreta».
Eppure, lamenta Noris, tutta la tradizione della sinistra è stata costruita attorno al principio che non esiste neutralità di fronte all’oppressione; il pensiero che non si misura con la realtà è sempre un pensiero al servizio di qualcuno. Una parte della sinistra contemporanea, ha preso il vocabolario dell’emancipazione – pace, dialogo, antimilitarismo – e lo ha separato dalla realtà che avrebbe dovuto trasformare, fino a farlo funzionare come un sistema autosufficiente e impermeabile. Ma un pacifismo che chiede all’aggredito di cedere e all’aggressore di vincere non produce pace: produce la pace dei sepolcri, quella che Tacito attribuiva ai Romani nelle province conquistate: «ubi solitudinem faciunt, pacem appellant» (“Fanno il deserto e lo chiamano pace”). L’immagine tacitiana, conclude Noris, non è retorica, ma la descrizione più precisa di ciò che il feticismo pacifista contemporaneo offre a chi ha la sventura di subire un’aggressione e, aggiungiamo noi, di rinunciare a combattere una guerra giusta.
Quanto sarebbe desiderabile che le parole di Tacito, accanto all’insegnamento di sant’Agostino e di san Tommaso, risuonassero, nel Concistoro, che si terrà nei prossimi giorni in Vaticano!







