Benedetto XVI è il papa che ha riconciliato la Chiesa in Cina

Tempi 5 gennaio 2023 

In un paese dominato dal materialismo, Ratzinger ha proposto l’elemento spirituale come occasione di rinascita. Ha unito la Chiesa cinese con la lettera del 2007 e ha aperto al dialogo con il regime, senza fare sconti sulle persecuzioni

di Bernardo Cervellera

In questi giorni di lutto per la morte di Benedetto XVI siamo consolati dalla memoria del suo impegno nella Chiesa e nel mondo. “L’umile operaio nella vigna del Signore”, come egli stesso si definì nella messa di insediamento nel 2005, ha fatto brillare la bellezza del cristianesimo dentro una società a dir poco ostile, ha permesso alla verità e all’amore di Gesù Cristo di suscitare speranza in tanti che dopo anni di allontanamento dalla Chiesa, si sentivano naufraghi a causa del consumismo, del potere senza scrupoli, delle morte ideologie e del disprezzo per la vita umana imperanti.

Benedetto XVI ha cambiato i rapporti tra Chiesa e Cina

Per noi missionari nel mondo cinese, è importante riconoscere pure il balzo che Benedetto XVI ha fatto compiere alla Chiesa nel suo sguardo verso la Cina e la Chiesa cinese. La storia dell’impegno dei papi verso la Cina dura da secoli. Ma è soprattutto nel XX secolo che essi cercano un rapporto con l’impero e poi con la Repubblica di Cina, liberi dall’influenza delle potenze straniere che avevano umiliato il Regno di Mezzo con guerre, invasioni, trattati ineguali. La presa di potere di Mao ha accresciuto il dolore e la persecuzione dei fedeli, ma non ha interrotto l’interesse, la preghiera, la ricerca di possibilità di sostegno e di dialogo con il regime. Ma la risposta dall’estremo oriente non è mai venuta.

Con Giovanni Paolo II sono ripresi i messaggi verso la Cina, pubblici e confidenziali (si sa di una lettera inviata dal papa polacco a Deng Xiaoping, che non ha mai ricevuto risposta), insieme alle denunce della persecuzione e alla preghiera per persecutori e perseguitati.

La rinascita religiosa della Cina

Benedetto XVI segue la linea tracciata da Giovanni Paolo II e agli Angelus o nei discorsi parla esplicitamente della persecuzione che soffrono i cristiani in Cina. E questo non per una denuncia sterile e nevrotica, ma perché convinto che la libertà religiosa è un nucleo fondamentale per il bene di una società e per la dignità di ogni essere umano, e quindi per il bene della Cina stessa.

Negli anni 2000 la Cina è in preda a uno sviluppo economico impressionante, con un incremento del Prodotto interno lordo (Pil) a due cifre, portando fuori dalla povertà centinaia di milioni di cinesi e facendo diventare miliardari solo alcuni del Partito. Ma questo produce anche divisioni sociali, corruzione, espropri di terreni ai contadini (per costruire fabbriche), inquinamento delle acque dei fiumi e dei laghi, violenze verso chi mette in questione questo sviluppo cieco e anarchico.

In questa situazione emerge un trend nuovo: la rinascita religiosa. Molti, delusi dal capitalismo selvaggio, o dalle promesse di uguaglianza non mantenute dal partito, o perché abbandonati dalla società ai loro problemi, scoprono che l’unica cosa a dare dignità alla loro vita è la fede, quella tradizionale (che Mao aveva cercato di distruggere) e quelle più moderne come il cattolicesimo e il protestantesimo.

Secondo alcuni intellettuali cinesi del tempo, questa rinascita potrebbe dare più coesione e solidarietà alla società sfibrata e divisa, offrendo un più profondo ideale di convivenza. Ma la chiusura ideologica marxista, insieme alla paura di perdere il potere, ha portato a nuove ondate di persecuzione.

La lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi

È in questa situazione che è emersa la Lettera di papa Benedetto XVI ai cattolici di Cina che, pur essendo rivolta ai fedeli, suggerisce l’importanza della libertà religiosa per una società cinese molto provata.

Tale messaggio del papa si differenzia pure dall’atteggiamento occidentale verso la Cina. L’occidente e il mondo sviluppato guardano ad essa come un deposito di manodopera a basso costo e hanno fiducia che le riforme economiche basteranno a trasformare il Paese. Così, davanti al doppio sguardo materialista di oriente e occidente, il papa propone l’elemento spirituale come occasione di rinascita e riconciliazione per il popolo cinese.

L’inizio della riconciliazione

Nella Lettera del 30 giugno 2007 la riconciliazione è anzitutto suggerita alla Chiesa. Per decenni essa è stata divisa fra Chiesa ufficiale, che sottostà al controllo asfissiante del regime, e Chiesa sotterranea, non riconosciuta dal governo, più libera, ma anche più perseguitata. Nella Lettera Benedetto XVI si rivolge a tutti i cattolici senza precisazione, e li invita a fare passi di unità e collaborazione. Del resto in quegli anni, molti vescovi cinesi, pur ordinati dal governo, hanno segretamente espresso la loro sottomissione al pontefice e molte diocesi hanno organizzato nei fatti una collaborazione fruttuosa fra i due rami della Chiesa per l’evangelizzazione.

Nel testo della Lettera il pontefice si rivolge anche alle autorità del governo, augurando che ci possa essere un accordo sulle nomine dei vescovi, dato che i prelati sono personalità pubbliche, ma rivendica allo stesso tempo l’indipendenza in campo spirituale. E proprio per difendere tale indipendenza, il papa rifiuta l’Associazione patriottica (che gestisce la vita della Chiesa) i cui “princìpi d’indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa” (in pratica, sottomissione totale al potere politico e manomissione degli elementi spirituali) sono inconciliabili con la fede cattolica.

Quasi a mostrare la buona volontà della Chiesa al dialogo aperto e franco, il papa ha tolto il potere straordinario ai vescovi (clandestini) di nominare loro successori in segreto.

Giornata mondiale di preghiera per la Cina

Per spingere tutti i cattolici a prendersi cura della Cina e della sua Chiesa, egli ha anche varato la Giornata mondiale di preghiera per la Cina, da celebrare il 24 maggio di ogni anno, festa della Madonna di Sheshan, il santuario nazionale che sorge vicino a Shanghai. La sua preghiera alla Madre di Sheshan è una delle cose più commoventi che i cattolici in Cina e nel mondo recitano per l’occasione.

In seguito alla Lettera, egli ha anche varato una Commissione Cina con incontri almeno semestrali in Vaticano. Con stile “sinodale”, della Commissione fanno parte personalità degli uffici vaticani, ma anche vescovi cinesi da Hong Kong e Taiwan, missionari con esperienza in Cina, laici. Secondo testimoni, Benedetto XVI ascoltava tutti con attenzione e infine, con l’intelligenza che gli è propria – e il carisma di Pietro conferitogli – trovava il modo di armonizzare le tensioni inevitabili nel serrato dialogo. Un altro segno di desiderio di dialogo è stata la nomina di p. Savio Hon a segretario di Propaganda Fide, prima personalità di etnica cinese nella gerarchia degli uffici vaticani.

La risposta ostile di Pechino

Purtroppo, davanti a tutto questo impegno, la risposta di Pechino è stata confusa e ostile. Alcune personalità del Ministero cinese degli esteri vedevano nella Lettera un buon passo per iniziare il dialogo con la Santa Sede. Ma il Fronte unito e l’Associazione patriottica vedevano in essa il pericolo di una Chiesa sempre più unita, che avrebbe potuto adombrare il loro potere, e hanno disprezzato la Lettera come “una cosa brutta e inutile”.

Gli ultimi anni del ministero di papa Benedetto XVI hanno visto proprio questi due organismi lottare a più non posso contro l’unità della Chiesa in Cina nominando vescovi senza mandato papale, obbligando altri vescovi a partecipare, sequestrando candidati all’episcopato perché non cambiassero idea all’ultimo momento.

La difesa senza compromessi della libertà religiosa

Va detto che il desiderio di dialogo con la Cina non ha mai fatto tacere il papa sulle violenze contro la libertà religiosa e contro l’uomo. Nel 2008, quando la Cina si preparava a celebrare le Olimpiadi e il suo successo internazionale (applaudita da tutto il mondo), Benedetto XVI ha espresso dolore “di padre” per le violenze e le uccisioni contro i tibetani che cercavano di pubblicizzare la loro oppressiva situazione, e ha domandato “tolleranza” e “dialogo”. La risposta di Pechino aveva già il sapore da “lupo guerriero” che è divenuto poi lo stile della diplomazia cinese sotto Xi Jinping: «La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge».

L’arrivo di papa Francesco e il suo desiderio di poter andare in Cina hanno creato le condizioni per iniziare un esile dialogo con la Repubblica popolare cinese, che hanno portato all’Accordo provvisorio del 2018, rinnovato per due anni e poi ancora per altri due anni.

I problemi seguenti all’Accordo e i soprusi e le violenze sui vescovi, sui sacerdoti e sui fedeli sono innumerevoli e sono ben conosciuti dalla Segreteria di Stato e da altre personalità vaticane, come il card. Fernando Filoni. Per papa Francesco la via del dialogo va tenuta aperta, anche se talvolta si viene ingannati. In ogni modo, papa Francesco ha sempre affermato che la Lettera di Benedetto XVI ai cristiani della Cina è una pietra miliare che ispira l’impegno della Santa Sede verso questo grande Paese.

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