È il buon senso cristiano la cura contro la cupezza del nostro mondo

Tempi 13 Dicembre 2021 

 La modernità ha lasciato il posto a un’epoca senza ideologie ma anche senza ideali che diano senso alla vita. Comincia da qui il compito della Chiesa 

di Marco Invernizzi

«Nella letteratura contemporanea, nell’arte figurativa, nei film e nelle rappresentazioni teatrali domina prevalentemente un’immagine cupa dell’uomo. Ciò che è grande e nobile desta a priori sospetto; deve essere tolto dal suo piedistallo e ridimensionato». Joseph Ratzinger pronunciava queste parole in una relazione del 1987, oggi riproposta nel bel libro La vera Europa (Cantagalli 2021), che raccoglie gli interventi sull’Europa del teologo, cardinale e quindi papa, oggi emerito. 

Il tema della relazione era la rivoluzione culturale del 1968 e in generale la modernità, cioè quell’epoca nata nel 1789 con la Rivoluzione francese che si concluderà esattamente duecento anni dopo con la caduta del Muro di Berlino. Era un mondo cupo, come dice Ratzinger. Cupo perché, avendo riposto la speranza dentro la storia, aveva dovuto assaggiare il fallimento delle ideologie che incarnavano queste false speranze. Il Sessantotto in particolare era stato il tentativo di portare la freschezza giovanile dentro la ormai logora proposta comunista.

Dalla rivoluzione alla depressione

Come spiega Ratzinger in questa relazione, il Sessantotto era sfociato in due direttrici: la droga e il terrorismo. Quest’ultimo già nel 1987 era sulla via del fallimento, dopo il tentato “assalto allo Stato” degli anni Settanta. Ma la droga no, era un esito purtroppo vivo e vegeto, era «la forma pervertita della mistica», scriveva l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, con cui molti, troppi giovani cercavano di colmare il vuoto spirituale delle loro esistenze. C’è un bel libro, scritto da Enzo Peserico, che descrive molto bene questi due esiti del Sessantotto (Gli anni del desiderio e del piombo, Sugarco 2008).

Il Sessantotto avrebbe dovuto salvare la modernità dal suo fallimento, che si manifestava sia nella fase borghese e consumista in Occidente, così come anche nel comunismo sovietico, il “socialismo reale” triste e burocratico che non entusiasmava più nessuno. Ma il terrorismo venne sconfitto e la modernità finì, lasciando il posto all’epoca nella quale stiamo vivendo, senza ideologie cioè senza false speranze, ma anche senza ideali che aiutino a motivare il proprio stare al mondo. Magistero per ricostruire l’uomo Trionfò la componente nichilista del Sessantotto, quella non politica, legata alla rivoluzione sessuale e alla diffusione della droga, che contrassegnarono l’epoca postmoderna.

Nella nostra epoca è cresciuta anche la cupezza di fondo, segno tangibile di una disperazione sociale diffusa.

Che fare? Come uscire da questa situazione di tristezza e disperazione? Per prima cosa direi che bisogna prendere sul serio le indicazioni del magistero della Chiesa, magari non sempre realizzabili, ma certamente scritte per superare questa fase di depressione sociale.

La Chiesa non è soltanto il corpo di Cristo che offre la salvezza eterna a ogni uomo, ma è anche un’agenzia ricca di buon senso, che protegge e ricostruisce il senso comune di un popolo, nella misura in cui il suo magistero viene seguito e messo in pratica.

La speranza e le sue ragioni

Per combattere la tristezza del nostro tempo, anzitutto ci vuole la gioia del Vangelo, come spiega la esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium (2013). Non c’è altra medicina per iniziare a curare la tristezza del nostro tempo. Poi verrà il resto.

Certo, la gioia non basta, se non per iniziare. Uno degli errori più gravi che i cattolici hanno fatto negli ultimi decenni è stato di contrapporre l’esperienza alla dottrina, quasi che le due cose non potessero, né dovessero, stare insieme. È vero che nulla è più contagioso sul piano dell’apostolato che mostrare una vita che incarna la fede, ma questa vita deve sapere rispondere alle domande che inevitabilmente la sua stessa testimonianza riesce a suscitare, «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1 Pietro 3,15-16).

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