Indios e Chiesa, quell’umanità che non piace

Il Timone n.168 Dicembre 2017

L’obiettivo delle recenti proteste contro le statue di Colombo è ciò che egli rappresenta: l’arrivo degli Europei e dei Cristiani nelle Americhe. Ecco quale fu il comportamento della Chiesa

di Nicolò Tarquini

Da alcuni mesi negli Stati Uniti è partita una campagna di protesta contro le statue di Cristoforo Colombo, simbolo dell’oppressione europea neIle Americhe. Ma è del tutto vera questa ricostruzione?

Una distinzione preliminare

L’obiettivo non è la sola persona di Colombo, quanto piuttosto ciò che egli rappresenta: l’invasione europea, e cristiana, contro le popolazioni indigene che avrebbe portato con sé solo sopraffazione e morte, mentre gli indios vivevano, secondo questa ricostruzione, in pace e armonia tra loro.

Ora va innanzitutto ricordato che le società indigene, oltre ad essere spesso in conflitto reciproco, praticavano migliaia di sacrifici umani a scopo religioso (cfr. il film di Mel Gibson Apocalipto, che è molto realistico…): ritenevano infatti che il cuore delle vittime offerte al dio Sole lo mantenesse “acceso”, altrimenti avrebbe rischiato di essere oscurato dalle tenebre. Non si può poi ridurre tutto il processo di scoperta delle Americhe ad un progetto imperialista di dominio.

Certo ci furono molti conquistadores che pur portando con sé le insegne cristiane e affermando di voler diffondere la fede cattolica, erano mossi in realtà dall’ambizione di ricchezze e potere, e utilizzavano la religione come pretesto per coprire le loro malefatte. A costoro si può attribuire quanto il drammaturgo spagnolo Lope de Vega (1562-1635) fa dire al diavolo nel dramma El nuevo mundo: «Non è il Cristianesimo che li spinge bensì l’oro e la cupidigia».

Ma questo comportamento assolutamente condannabile non può essere attribuito al Cattolicesimo in quanto tale, come se fosse in sé portatore di violenza. La responsabilità andrebbe più correttamente attribuita a certe persone che, pur dicendosi cattoliche, certamente non si comportavano come tali, avendo come criterio d’azione la loro ambizione personale.

L’atteggiamento della Chiesa verso gli Indios

Quale fu il comportamento di quegli uomini di Chiesa o fedeli laici che erano invece mossi dal sincero fine dell’evangelizzazione e del bene degli indigeni americani? Dopo la scoperta dell’America, con la Bolla Inter Caetera, Papa Alessandro VI ordinò agli Spagnoli «di nominare nei suddetti continenti e isole uomini valorosi, timorosi di Dio […] allo scopo di istruire i suddetti abitanti e residenti nella fede cattolica e di educarli nella buona morale».

Ma lo spettacolo dei sacrifici umani impressionò talmente tanto gli spagnoli che sorse nelle Università la disputa se gli indios avessero o no l’anima razionale e quindi se potessero anche essere ridotti in schiavitù. Perciò, la regina cattolica Isabella di Castiglia nel suo testamento (1504) ordina «di non permettere che gli indìgeni […] subiscano il minimo torto le loro persone come nei loro beni che vengano trattati con giustizia e umanità».

La situazione rimane sostanzialmente immutata ed è il missionario domenicano Antonio de Montesinos che nel 1511 denuncia le violenze di alcuni dei conquistadores con queste parole: «Con che diritto e che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Non sono forse uomini?».

Sarà poi re Ferdinando d’Aragona che, dando parzialmente ascolto a queste denunce, con le Leggi di Burgos del 1512, migliorerà lievemente la situazione degli indiani. Da Roma il primo pronunciamento ufficiale è del 1537 quando Paolo III Farnese (1534-1549) con la bolla Sublimis Deus dichiara che: «Gli stessi indios, in quanto uomini veri quali sono, non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma, come ci hanno informato, anelano sommamente la stessa […] anche se vivono al di fuori della fede cristiana, sono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà; che non devono essere ridotti in servitù e che tutto quello che si è fatto e detto in senso contrario è senza valore».

De Las Casas

È il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1484-1566) che prenderà decisamente le difese dei nativi americani, dopo aver visto le condizioni in cui versavano. Attraversò per sette volte l’Atlantico per perorare la causa dei nativi presso il re di Spagna. Scrisse anche un testo, La Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, con cui denunciò i soprusi di alcuni dei conquistadores. Grazie alla sua opera l’imperatore Carlo V emanerà nel 1542 le Leggi nuove sulle ìndie che, tra le altre cose, vietavano la schiavitù e intendevano garantire un trattamento dignitoso per gli indios.

A Valladolid, nel 1550 Bartolomeo si confronterà con Juan Gines de Sepùlveda, sostenitore della teoria aristotelica secondo cui alcuni uomini sono schiavi per natura, che arrivava a definire gli indios “homuncoli”, cioè sottouomini: teoria che avrebbe giustificato le pratiche schiaviste. Carlo V rimase però convinto delle tesi di Las Casas. «Costringili a entrare» (Lc, 14): con questo passo del Vangelo, Sepùlveda giustificava la sua politica “bellicista” di sottomissione degli indios.

Las Casas rispose con S. Tommaso, secondo cui «la costrizione di cui si parla [nel Vangelo] non è uso della forza ma persuasione efficace» e con S. Agostino, per cui l’esempio della virtù cristiana costringe moralmente gli idolatri senza ricorso alla violenza. Per Sepùlveda occorre facilitare la predicazione con la guerra preventiva; replica Las Casas: la persuasione è l’unico strumento di conversione.

Egli rifiuta ogni guerra fatta con il pretesto della religione perché «noi cristiani dobbiamo usare la spada della Parola di Dio, più efficace di qualsiasi arma umana».

LE REDUCCIONES

Create dai gesuiti soprattutto tra Paraguay, Argentina e Brasile, queste comunità autosufficIenti e indipendenti dall’autorità coloniale, ispirate al modello di vita evangelico, furino pensate per sottrarre gli indios allo sfruttamento. Questo le renderà invise ai coloni che inizieranno una campagna di diffamazione portando alla loro scomparsa nel corso del 1700.

Gli indigeni lavoravano sei ore al giorno invece delle 12-14 di chi era sotto l’autorità coloniale. La terra era divisa in due parti: una riservata alle famiglie che la coltivavano, l’altra era comune e i prodotti erano condivisi tra tutti. Il tempo libero era dedicato alla preghiera, alla musica, al canto e ad attività ricreative.

Erano poi fomite dì scuole e ospedali. Lo scopo primario delle missioni era l’evangelizzazione, ma allo stesso tempo i gesuiti insegnavano tecniche agricole e artigianali, facendosi così portatori anche del miglioramento della vita materiale degli indiani d’America.

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Per saperne di più

A.M. Erba – P.L. Guidacci: La Chiesa nella storia, Elledici 2008.

Pellicciari: Una storia della Chiesa, Cantagalli 2015.

Sulla disputa De Las Casas – Sepùlveda: M. Mahn-Lot Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indigeni, Jaca Book 1998. p. 176 e ss.

 

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