Unesco: Audrey Azoulay è il nuovo direttore

La Croce quotidiano 17 ottobre 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump mollano la multimilionaria organizzazione internazionale proprio nel momento in cui passa sotto la guida di una socialista francese? Anche per l’insofferenza alle costose politiche che rispondono all’agenda internazionale della lobby Lgbt. E da Parigi stanno anche andandosene, per motivi diversi, gli Israeliani. Inizio di una salutare nemesi storica?

di Giuseppe Brienza

Il 14 ottobre Audrey Azoulay è stata scelta come nuovo direttore generale dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. La giovane leader politica francese (classe 1972) si è imposta per un soffio, 30 voti favorevoli contro i 28 ottenuti dal candidato del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al Kuwari, grazie al ruolo chiave giocato dall’Egitto che, all’ultimo momento, «ha deciso di spostare il voto sulla candidata francese» (Audrey Azoulay scelta a capo dell’Unesco, in “L’Osservatore Romano”, 15 ottobre 2017, p. 3).

Nata a Parigi da una famiglia di origini ebraiche marocchine, la Azoulay è figlia di Katia Brami e di André, consigliere della famiglia reale del Marocco. Socialista dell’ultim’ora, dal 2016 e al 2017 ha ricoperto il ruolo di ministro della cultura sotto la presidenza di François Hollande e, quindi, è stata fortemente sponsorizzata per l’incarico all’Unesco da Emmanuel Macron.

Non appena conosciuto il nome di Audrey Azoulay come nuovo direttore generale dell’Unesco (la nomina dovrà essere ratificata il prossimo 10 novembre), la diplomazia americana si è subito messa in moto per abbandonare l’organizzazione internazionale multimilionaria, grazie ai contributi dei singoli Stati adempienti come appunto gli States e, fra gli altri, l’Italia.

Alla decisione della Casa Bianca potrebbe accodarsi presto anche lo Stato di Israele, a causa dell’orientamento generale contro Tel Aviv espresso negli ultimi decenni dalla leadership dell’Unesco e che, la nuova guida francese, non rischia d’intaccare, anzi. Se la decisione di Donald Trump è motivata prima di tutto da cause politiche e finanziarie, al presidente statunitense non sono aliene anche le diffuse insofferenze a lui rivolte sull’adeguamento all’agenda omosessualista della leadership Unesco.

Per fare solo un esempio, nel 2016 l’Unesco ha pubblicato una relazione che promuove per i bambini un’educazione sessuale globale che prospetti loro la libertà di scelta tra tutti gli orientamenti e i “generi”, «attraverso campagne di informazione e partenariati con la società civile e con le comunità scolastiche».

Due anni prima, nel 2014, l’organizzazione internazionale aveva dichiarato che nell’educazione dei bambini e degli adolescenti dovesse rientrare anche l’insegnamento sul come e dove praticare l’aborto o intrattenere rapporti omosessuali. Nelle “linee guida” sull’educazione sessuale pubblicate nel 2010 l’Unesco aveva anche sostenuto la necessità di una informazione (in realtà indottrinamento) precoce dei bambini, ai quali si sarebbe dovuto parlare della masturbazione addirittura prima dei 5 anni.

Considerando tutto questo, la leader socialista appena individuata come nuovo direttore generale dell’organizzazione è vista giustamente come una “testa di ponte” per le lobbies e le rivendicazioni internazionali Lgbt. All’indomani delle stragi di Parigi e Orlando, per esempio, mostrando ancora una volta di “sbagliare obiettivo” (e anche “rimedi”) Audrey Azoulay ha partecipato ufficialmente ad uno dei più importanti “Lgbt Pride parade” (in pratica “Gay Pride”) organizzato nella Capitale subalpina. In tale occasione, fra l’altro, si è distinta per aver lanciato su Twitter motti inequivocabili come ad esempio: «MarciaDell’Orgoglio, insieme per i diritti della comunità Lgbt» («#MarcheDesFiertes ensemble pour les droits des Lgbt», 2 juillet 2016).

Non certo per questi motivi dall’organizzazione internazionale con sede (non a caso) a Parigi stanno andandosene anche gli Israeliani. A Tel Aviv interessa poco che la Azoulay sia ben vista dalle lobbies internazionali Lgbt. Il governo israeliano, infatti, giusto un anno fa ha potenziato il già rilevante fiume di denaro fatto affluire nelle casse delle organizzazioni che, a livello nazionale, cercano di imporre il “matrimonio” gay, l’utero in affitto e l’indottrinamento gender (cfr. JTA, Israel adds $5 million in funding for LGBT community, in “The Times of Israel”, 6 october 2016).

Ancora una volta, dunque, il vero “disturbatore-in-chief” dell’attuale dis-ordine mondiale finanziario-arcobaleno, secondo le élites laicistico-massoniche americane ed europee, rimane Donald Trump. Come iniziano ad accorgersi anche osservatori non conservatori, «ultimamente è dall’Atlantico che arrivano le bordate più pericolose all’ordine internazionale liberale. Cioè contro quell’insieme di regole scritte e non scritte che proprio Washington ha contribuito a forgiare all’indomani della Seconda Guerra mondiale» (Cristoforo Lascio, Trump su Unesco e Iran smaschera i sepolcri imbiancati europei, in “Formiche.net”, 14 ottobre 2017).

Allo stesso tempo, però, gli stessi intellettuali si stanno chiedendo «quanto liberalismo» ci sia nell’odierna Unesco, «che ha un lungo curriculum di decisioni illiberali» e che ha sottoscritto tranquillamente, sul nucleare, «una intesa stretta con un regime autoritario e fondamentalista, che viola sistematicamente i diritti umani della sua popolazione e che esporta anche all’estero una versione brutale del credo islamico fin dai tempi della fatwa di Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie» (C. Lascio, art. cit.).

Contemporaneamente all’annuncio della decisione di abbandonare l’Unesco, infatti, Trump ha ufficializzato anche la “de-certificazione” dell’accordo sul nucleare iraniano firmato a suo tempo da Obama.

Ricordando che la fuoriuscita dall’organizzazione di Parigi era già stata perseguita alla metà degli anni Ottanta da un altro grande presidente degli Stati Uniti, anche lui inviso alle lobbies laicistico-massoniche, come Ronald Reagan (1911-2004), siamo convinti che una parte della decisione di Trump sia dovuta anche all’abbandono negli ultimi 30 anni, da parte di tutto il sistema sotto egida Onu, dell’«obiettivo di creare un sistema internazionale – politico, economico e di sicurezza – che garantisca la libertà dei paesi democratici», per imporre invece «una governance tendenzialmente dirigista, progressista, multiculturale e non necessariamente liberale» (C. Lascio, art. cit.).

L’amministrazione repubblicana di stanza oggi a Washington è giunta alla decisione del ritiro dall’Unesco principalmente per l’atteggiamento anti-israeliano dell’attuale e futura leadership dell’organizzazione internazionale. Nel processo di “decision making” del presidente, però, sono rientrati anche i demeriti dei tecnoburocrati di Parigi nella promozione internazionale dell’aborto, della sessualizzazione precoce dei bambini e dell’ideologia gender.

Speriamo che questa ulteriore buona mossa degli States porti anche a un maggiore impegno del Pentagono verso una riforma dell’intero sistema Onu, liberandoci da certe leadership e connesse impostazioni ideologiche. Siamo forse all’inizio di una salutare nemesi storica?

 

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