Riflettendo su Nizza con Mons. Negri

Nizza_attentatoLa Croce quotidiano 19 luglio 2016

Da giovane era stato uno dei primi e dei più stretti collaboratori di don Luigi Giussani, oggi molti (non solo ciellini) trovano nelle sue dichiarazioni una bussola al disorientamento dilagante. Davanti alla dissoluzione della civiltà occidentale così come la conosciamo, Negri ha ricordato ciò che già altre volte è accaduto, e la sempiterna lezione di chi allora ha posto le condizioni per la sopravvivenza: «Bisogna fare il cristianesimo. Semplicemente»

di Giuseppe Brienza

Il 14 luglio, l’abbiamo sentito dire tante volte negli scorsi giorni, un tir è piombato sulla folla inerme di Nizza uccidendo oltre ottanta persone e ferendone più di cento. Abbiamo dovuto sopportare molti discorsi inutili o di circostanza nell’ultima settimana, da parte di quelli che Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, ha definito i custodi di un «sistema sociale che si sta disfacendo sotto l’urto di pressioni che sembrano davvero irresistibili» (Mons. Luigi Negri, Riflessioni dopo la strage a Nizza, in http://luiginegri.it/, 15 luglio 2016). Com per esempio l’ex premer e candidato alle primarie francesi 2017 Alain Juppé, che in un’intervista rilasciata a “France 3 Aquitaine” ha dichiarato: «Se fossero state prese tutte le precauzioni necessarie, tutto ciò non sarebbe mai successo». Ma con questi ed altri ragionamenti si rimane sempre sul terreno pragmatico, delle misure pratiche, senza interrogarsi sulla meta-politica o, per chi è credente, sulla teologia della storia.

È per questo che proprio a partire dal lucidissimo commento pubblicato il giorno dopo la strage di Promenade des Anglais da un Vescovo anomalo come Negri, anomalo perché abituato sempre a parlare con parresia [dal gr. “libertà di dire tutto”], cerchiamo di dare una interpretazione naturale e soprannaturale insieme, di questa tragedia e minaccia che si annida nel cuore dell’Europa e che esplode periodicamente con una violenza cieca e disumana: il terrorismo.

Questa mostruosità ha contribuito a crearla in certo senso anche l’Occidente post-cristiano, ed ha un nome preciso: si chiama relativismo. Da questa perdita di senso e di verità della vita, sociale e individuale, scaturisce infatti la perdita di identità, anzi il rinnegamento dell’Europa, con tutti gli annessi e connessi, compreso il multiculturalismo ideologico nelle cui pieghe prospera anche la propaganda islamista. Non dimentichiamo che il camion dell’eccidio era guidato da un cittadino francese di origine tunisina, il jihadista era un regolare cittadino di Nizza!

Allora, ci dice giustamente Mons. Negri, con toni assomiglianti al discorso che ci rivolgerebbe oggi Don Luigi Giussani se fosse ancora vivo, occorre se vogliamo ripartire dalla gente vera, ed amarla davvero la nostra gente, «che ha i volti che ho visto stamattina nelle trasmissioni televisive, la gente che si sente profondamente smarrita e abbandonata», occorre riparlargli di Dio e della nostra Tradizione cristiana. «Per secoli – spiega l’Arcivescovo nella sua riflessione “a caldo” degli eventi di Nizza -, in effetti, era stato detto alle varie generazioni che c’era una presenza nella nostra vita, una presenza che non sarebbe mai venuta meno, quella amorevole del Signore nostro Gesù Cristo, alla luce del quale tutte le circostanze – anche quelle più terribili che hanno caratterizzato la vita dei nostri popoli negli ultimi secoli – hanno potuto essere vissute con esemplare dignità, una dignità che ha reso grandi le generazioni passate anche nella tragedia».

Mons. Negri, che è stato in gioventù uno dei primi e più stretti collaboratori del fondatore di Comunione e Liberazione (entrò a far parte del movimento ecclesiale Gioventù Studentesca, fondato dallo stesso Giussani, nucleo originario di quella che sarà poi CL), dal quale ha appreso la lezione di vivere e proporre all’uomo quella Presenza di Cristo che sola gli permette di affermarsi come creatura libera, ricorda che avendo la modernità e post-modernità «negato la Chiesa per affermare l’autonomia della ragione umana e del progresso scientifico», ormai non ci «resta che constatare che l’uomo è rimasto solo, che non c’è veramente più nessuno accanto a lui, e all’incommensurabile dolore per le perdite umane e famigliari non rimane che la compagnia della solitudine e del silenzio».

Ma allora cosa dobbiamo fare? Secondo il Vescovo-apologeta di Ferrara, occorre ritornare all’essenziale: «bisogna semplicemente fare il cristianesimo. In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società, condannandola a un processo segnato dalle diverse patologie – la più tremenda delle quali è la violenza – bisogna decidersi a non puntellare l’impero. I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo. Affermarono che Cristo, vivente tra loro nel mistero della Chiesa, era l’unica vera risposta sulla vita dell’uomo e del mondo. Forti di questa certezza la testimoniarono con la loro vita, quindi non semplicemente parlando di Dio, perché di Dio parlano anche gli atei, e neppure genericamente parlando del trascendente, ma del Dio di Gesù Cristo, che in Gesù Cristo si è fatto carne e storia».

Di quale “impero” parla Mons. Negri? Innanzitutto l’«impero del dio denaro», denunciato tante volte da Papa Francesco. In secondo luogo, probabilmente, l’impero delle lobbies del relativismo e dell’individualismo, che sono all’origine della fortissima pressione disgregatrice dell’abortismo e dell’omosessualismo. Entrambe queste ultime sono tare gravissime nello sforzo collettivo per combattere il terrorismo islamista, il quale si nutre in Occidente anche di demografia e di “pensiero forte”. Cerchiamo allora, anche in casa cattolica, di neutralizzarle (culturalmente parlando) le troppe anime belle del multiculturalismo che sostengono, senza saperlo, la “lunga marcia” del jihad.

Altrimenti, come ha sostenuto una persona pratica come può essere un dirigente d’azienda, «come il jihad ha proclamato poco tempo fa, l’Europa verrà rapidamente islamizzata e la bandiera nera dell’Isis batterà, come mostrava una copertina della rivista teorica del gruppo siriano-iracheno, sul Vaticano» (Giancarlo Elia Valori, Nizza e Isis, ecco perché l’Europa è il nuovo campo di azione dello jihadismo, in “Formiche.net”, 16 luglio 2016).

Ma questi “allarmi” non dovrebbero essere lanciati, assieme alle possibili risposte e rimedi, dai Pastori? Negri lo fa, perché ci chiede di ricominciare a costruire le nostre comunità, civili e religiose, «attorno a Gesù Cristo».

E conclude con la più importante delle sue “Riflessioni dopo la strage a Nizza”: «facciamo nascere dalla sua presenza quella socialità nuova a cui fa riferimento la “Lettera a Diogneto”, e investiamo il mondo di una tale presenza, che è forte e mite. Forte perché certa che Dio ha vinto, ha già vinto in Cristo – e questa vittoria non sarà eliminata da nessuna forza diabolica – ma anche mite, perché questa nostra vita nuova è una proposta di libertà che rivolgiamo alla libertà di ogni uomo e donna che vive accanto a noi. Non so cosa succederà in futuro ma so che quanto più si dilaterà l’esperienza autentica della chiesa nella sua natura più propria, tanto più aumenterà, in tanti uomini e donne, la speranza e il sorriso, poiché avranno riconosciuto quella Presenza che non viene mai meno» (art. cit.).

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