Quando Colombo incontrò gli indios

Colombo_indiosIl Messaggero veneto 31 ottobre 1985

Sfatare la leggenda nera spagnola

Marco Tangheroni

«lo, affinché ci diventassero molto amici, poiché conobbi che era gente che meglio si salverebbe e si convertirebbe alla nostra santa fede con l’amore che con la forza, diedi ad alcuni di essi alcuni berretti rossi ed alcune coroncine di vetro che si ponevano al collo e altre molte cose di poco valore di. Cui ebbero molto piacere e restarono tanto nostri che era una meraviglia. Essi venivano poi nuotando alle barche delle navi dove, noi stavamo e ci portavano pappagalli, filo di cotone in gomitoli e zagàglie e molte altre cose e ce le cambiavano con altre cose che noi davamo loro, come perline di vetro e sonagli… Essi vanno nudi come la madre li partorì, anche le donne… alcuni di essi si dipingono di scuro ed essi sono del colore degli abitanti delle Canarie, né negri né bianchi, e altri si dipingono di bianco e altri di rosso… e alcuni si dipingono i volti e altri tutto il corpo e altri solo gli occhi e altri solo il naso… Essi non hanno armi né le conoscono… Essi, generalmente sono di buona statura, di gradevoli movimenti e ben i fatti. Piacendo a Nostro Signore io ne porterò via di qui, al momento della partenza, sei per le Vostre Altezze, affinché imparino a parlare…»

E’ questa la traduzione di una parte del racconto fatto, in castigliano, da Cristoforo Colombo nel suo diario di bordo; tramandatoci, parte direttamente, parte in riassunto, dal Las Casas, alla data 14 ottobre 1492. Sono pagine che leggiamo, oltre che con una certa emozione anche con interesse, giacché presentino insieme i vari motivi che stavano alla base del disegno di Colombo: la diffusione della vera fede, l’attenzione alle possibilità di commercio, una viva curiosità di conoscere. Esse, ancora, ci mostrano come immediatamente la scoperta ponesse il problema del rapporto tra due culture, con un senso di novità non intaccato dal fatto che Colombo pensava di aver raggiunto la parte più orientale dell’Asia, in realizzazione del suo progetto: raggiungere il Levante per il Ponente.

Oggi questo contatto di culture, desta molto interesse e, non a caso, una buona parte del quarto Congresso internazionale di studi colombiani, tenutosi pochi giorni fa a Genova, è stata dedicata a questo tema: l’altro. Un tema che era stato in modo; un po’ generico anche tra quelli affrontati in agosto al Congresso internazionale di scienze storiche di Stoccarda. Devo dire subito che si tratta di un argomento molto interessante, ma anche pericoloso per la nostra cultura europea, in certi suoi indirizzi troppo oppressa da sensi di colpa, troppo sottile ed estenuata, troppo portata alla critica anziché al commento.

E ciò si è notato anche a Genova, sia in alcune relazioni, sia nella tavola rotonda, presieduta dal senatore Taviani e dedicata, appunto, a l’altro, tanto che un autorevole studioso di letteratura ispano-americana, Giuseppe Bellini, è a un certo momento polemicamente intervenuto domandando come mai alla tavola rotonda non fosse presente alcuno spagnolo, visto che essa tendeva, a causa di qualche partecipante, a trasformarsi in un processo alla Spagna.

Cosi, per esempio, il noto arabista Francesco Gabrielli si è spinto a paragonare la Spagna del Cinquecento all’Iran di Komeini sulla base di una presunta comune demonizzazione dell’avversario. Cosi l’antropologa Ernesta Cerulli ha insistito, oltre ogni prudente scrupolo metodologico, sulla soggettività degli studi di questo tipo sempre inevitabilmente proiezione di imperialismo e colonialismo culturali: una . posizione che, presa sul serio, porterebbe evidentemente alla paralisi conoscitiva.

Molto più interessanti le riflessioni del francese Michel Balard su come i genovesi, nei secoli, hanno visto l’altro per eccellenza nel Mediterraneo, i musulmani; tre, in successione, i momenti individuati: quello dell’antagonismo, quello della scoperta e quello dell’oblio.

In generale manca in troppi studiosi, tutti presi dall’ansia di liberarsi del peso, di un passato non amato e rifiutato, la capacità di guardare nella giusta prospettiva storica espressioni e azioni degli spagnoli al momento della scoperta e della successiva conquista. E’ assurdo ed errato — ha osservato correttamente, Jacques Lafaye – assolutizzare i principi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’Assemblea rivoluzionaria francese o dell’Organizzazione delle nazioni unite e assumerli a criterio di giudizio e di condanna di Colombo e di Magellano, di Cortés o di Pizarro. In realtà, la leggenda nera costruita contro la Spagna prima dall’Europa protestante, poi da quella illuminista costituisce un serio ostacolo, che dobbiamo eliminare, alla seria ricostruzione e all’esatta comprensione di quanto avvenne nell’incontro tra la cultura della cristianità (di cui giustamente ha parlato Prosdocimi), e quella d’altra parte differenziata delle popolazioni indigene.

Tanto per fare un esempio: in quale manuale si troverà detto esplicitamente che la principale causa della catastrofe demografica che si produsse tra gli indigeni fu di gran lunga costituita dalle malattie nuove che il contatto tra gente abituata a certi virus e a certi microbi e gente non abituata fatalmente introdusse?

Fortunatamente — va pur detto .— molti altri studiosi si muovono più liberamente e serenamente, senza lasciarsi frenare e opprimere dalle ideologie e dai miti. Cosi, anche a Genova, si sono affrontate questioni reali. Più interventi, per esempio, hanno sottolineato il ruolo molto importante degli interpreti: un aspetto insieme tecnico e umano che, come abbiamo visto, lo stesso Colombo si pose fin dal primo giorno. Grande problema in verità, quello di poter comunicare, di poter parlare. Una delle facce, in fondo, del più generale problema che gli europei del Cinquecento posero con estrema serietà, quello di comprendere, storicamente e culturalmente, chi erano, queste genti che popolavano quello che fu ben presto chiamato Mondo nuovo.

Non a caso uno dei campi di studio più promettenti e interessanti è oggi quello relativo alle ripercussioni della scoperta dell’America nella cultura del Vecchio mondo. In tutti i settori la riflessione fu molto stimolata dalla grande novità: dalla cartografia alla linguistica, dalla filosofia alla teologia, i vari rami del sapere umano dovettero trovare una risposta alla sfida che nasceva dalla scoperta di questa nuova realtà, naturale e umana; e in genere la risposta fu trovata con rapidità, a conferma dell’apertura mentale e d’animo che caratterizzava la civiltà uscita dal medioevo cristiano.

Appena scoperta, l’America fu anche, per così dire, inventata in una complessa fusione di mito e realtà. Cosi, tanto per citare, gli ebrei — che proprio nel 1492 furono cacciati dalla Spagna — guardarono a essa, più che come a un nuovo mondo, come a una terra ritrovata, in cui riporre rinnovate e cabbalistiche speranze messianiche. Ciò sulla base di una tesi che voleva gli indiani d’America discendenti da emigranti ebrei; una tesi che troviamo anche in autori cristiani e che uno scrittore non certo benevolo verso gli ebrei confutava sulla base del disinteresse degli indiani verso il denaro.

Sin dall’inizio, insomma, l’America divenne quel che è ancora in una certa misura: un sogno, un mito, caratterizzati da segni opposti di valutazione; proiezione anche. degli stati d’animo, delle fantasie, delle ideologie e delle polemiche degli europei. Già i primi racconti sugli indigeni sono, spesso, intessuti, in misura non trascurabile, di topoi letterari.

Di questi, ma anche di moltissimi altri argomenti si è discusso a Genova, sull’onda dell’entusiasmo che ha in vista il grande appuntamento del quinto centenario. Jacques Heérs ha parlato dei patroni di nave a Genova nel Quattrocento delineandone competenza, esperienze e ruolo sociale; Juan Vilà Valentì ha tracciato un quadro della Catalogna alla fine del Quattrocento: e fu proprio nel salone del Tinell, nel palazzo reale di Barcellona, che l’ammiraglio di origine genovese incontrò los reyes católicos per antonomasia (e non nell’Alhambra di Granada come — incomprensibilmente — ha voluto lo sceneggiato televisivo).

Luisa D’Arienzo, buona conoscitrice degli archivi andalusi e lusitani, ha ulteriormente approfondito il tema dell’ambiente italiano in Andalusia, ambiente che favorì la realizzazione dell’impresa del 1492 e di vari successivi viaggi di scoperta; Osvaldo Baldacci si è soffermato su alcune carte geografiche e sul mestiere di cartografo che fu anche, per qualche tempo, quello di Colombo; Aldo Agosto, che con pazienza di archivista da quindici anni scheda tutti i Colombo che gli è possibile trovare tra le centinaia di migliaia di documenti conservati all’Archivio di stato di Genova, ha dato notizia dell’avvenuta identificazione del bisnonno di Colombo…

Ma è qui impossibile pretendere di citare tutti gli studiosi e tutti i temi. Non è facile comunicare al lettore il fervore con cui il mondo degli studi guarda al 1492; né la generosa e partecipe accoglienza di Genova, una Genova che il sole di ottobre faceva risplendere nella sua non scoperta bellezza e nella sua riservata eleganza; né l’utilità dello scambio di opinioni e di idee tra storici, storici della letteratura e geografi; e neppure la confusione che fatalmente derivava dalla diversa specializzazione dei partecipanti: mentre sentivo un relatore parlare di «segmenti» e di «referenti» a proposito delle lettere di Vespucci mi domandavo se anche a noi, o almeno a me, non servisse, come a Colomba, un interprete.

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