Lituania, la guerra delle croci

collina_crociSicilia Cristiana 19 dicembre 2012

di Guido Verna

1. La “grande guerra”

Questa piccola “storia” che ho chiamato “la guerra delle croci”, una guerra sui generis combattuta in Lituania per lo più negli anni ’70, ha lo scopo non solo di riportare alla memoria avvenimenti colpevolmente dimenticati — o meglio: fatti proditoriamente dimenticare — ma anche di far riemergere elementi di quel tempo della nazione baltica utili a capire meglio il nostro tempo qui. Si tratta di un minuscolo atto di giustizia storica che non vuole essere però solo riparatorio nei confronti di quel popolo ma anche utile per noi.

In Lituania, com’è noto, c’è il famoso “Monte delle croci” (o “Collina delle croci”), diventato ormai una frequentata meta di pellegrini e di turisti. Ma se quasi tutti lo conoscono, non tutti invece sanno della sua storia e di quel valore simbolico che il popolo lituano cominciò ad attribuirgli durante l’occupazione zarista, un valore poi cresciuto a dismisura durante i lunghi anni dell’occupazione sovietica (1945-1991).

Questo “monte” — che in realtà è solo una minuscola collina che interrompe pudicamente un paesaggio agricolo tutto orizzontale, nel paese di Meškuičiai vicino alla città di Šiauliai —, cominciò a riempirsi di croci nel 1831, quando polacchi e lituani si ribellarono senza successo contro l’esercito zarista di Nicola I (1796-1855), in quella che viene ricordata come la Rivolta di Novembre (1830-1831),

Da allora, la sintonia tra il popolo lituano e questo “monte” diventò sempre più profonda. Le croci aumentarono trent’anni dopo, in conseguenza dell’altra ribellione contro l’Impero Russo dal 1861 al 1864, quella che rese famoso il Governatore generale Muravev [Mikhail Nikolayevich, 1796-1866] come l’ “impiccatore di Vilnius”. Posto che da tempo era un «[…] convinto sostenitore della russificazione delle province dell’Impero, [si era poi] […] anche persuaso che i principali nemici da sconfiggere erano il clero cattolico e gli studenti polacchi [per cui] […] all’inizio della sua missione […] aveva dichiarato che avrebbe iniziato la sua attività impiccando qualche sacerdote» (1), immaginando forse che questi esempi sarebbero stati sufficienti ad incanalare i successivi eventi politici nell’alveo dei suoi progetti. Alla fine però dovette prendere atto di una realtà ben diversa, scrivendo allo zar: «“Non bisogna illudersi […] e conviene sapere che, fino a quando ci sarà nel paese il cattolicesimo, il governo non riuscirà a sottometterlo”» (2).

Di quel tempo, tra gli abitanti del luogo, rimase viva — e lo è ancora oggi — la “leggenda” secondo cui ai piedi del Monte c’era una cappella in cui erano andati a pregare i ribelli che «i cosacchi, chiusa a chiave la porta […], in tre giorni seppellirono vivi […] con la [stessa] terra del monte. Col passare del tempo le travi sono marcite, il tetto è sprofondato ed è per questo che la collina è affossata al centro…» (3) .

Poi arrivarono i sovietici. Durante i primi anni dell’occupazione, il “monte” patì poco la loro presenza. Ma non poteva durare a lungo, considerato che «numerosa gente portava a piedi le croci per erigerle sul monte, [arrivava] […] dalla Lettonia, dall’Estonia, dalla Bielorussia e persino dall’America [dicendo:] “Quante sofferenze, quante malattie hanno portato gli uomini su questo monte. Ed esso le accoglieva tutte. Era il Golgota lituano” » (p.177).

collina_croci_2E allora, quasi per “festeggiare” il secolo dalle violenze zariste, «il 5 aprile 1961, di buon mattino, arrivarono presso il Monte delle Croci numerose macchine. Uomini sconosciuti cominciarono a rovesciare le croci. Alla distruzione procedevano i militari, la polizia ed alcuni carcerati. Le croci in legno vennero bruciate sul posto, mentre quelle di pietra e di cemento le spaccarono e le portarono a Šiauliai [(si dice per pavimentare strade) e, nella misura di due camion,] a Bubniai. In un giorno tutte le croci sono state distrutte. Nei dintorni e sugli incroci delle strade vigilavano i poliziotti controllando che la gente non si dirigesse verso il Monte delle Croci. Nei pressi del monte vi era un servizio armato. Si temeva qualche sommossa della popolazione» (Ibid.).

L’anno dopo, «nel 1962 [— per dimostrare forse con ancora maggior forza che “ovunque” non avrebbero più tollerato simboli religiosi —] gli ateisti, fatto intervenire l’esercito, fecero saltare le cappelle dei Calvari di Vilnius e nella stessa notte portarono via le macerie, ricoprendo di terra e spianando i luoghi dove esse sorgevano» (p.377).

Il pellegrinaggio dei fedeli si affievolì. Le foreste intorno tornarono silenziose e sempre meno furono attraversate dai loro inni e dalle loro litanie. Senza però spegnersi del tutto, se è vero che «il giorno della Pentecoste vi giungono i pellegrini da tutti gli angoli della Lituania e recitando le orazioni percorrono a piedi i 7 chilometri di sentieri dove sorgevano le cappelle dei Calvari. Mani ignote di persone devote compongono delle croci con i sassi e le ornano di fiori» (Ibid.).

Anche il Monte sembrava ormai privo di vita. La sua terra rimossa aveva però conservato i semi delle croci, che cominciarono perciò lentamente a ricrescere, finché, piano piano, non tornarono ad essere di nuovo visibili, grazie al concime costituito dall’irriducibile coraggio dei fedeli. Come, per esempio, quello del rev. Algirdas Mocius della parrocchia di Lauksodis che il 14 settembre 1970, «[…] scalzo e con i piedi sanguinanti, portò per 65 chilometri una croce di legno […] [fino a “quel” monte] e la eresse nella festività dell’Esaltazione della Croce nel luogo dove era passata la furia distruttrice degli ateisti» (pp.177-178).

Intanto, la “guerra delle croci” cominciò ad assumere caratteristiche sempre meglio definite. In misura via via crescente, la croce fu sentita dai lituani come il simbolo della loro identità più autentica e più profonda; mentre i comunisti, proprio per questo, la considerarono sempre di più come il simbolo di un mondo da abbattere per poterlo poi ricostruire insieme all’“uomo nuovo”, finalmente privo di memoria storica, di “limiti” nazionali e non più menomato da credenze religiose.

Per spegnere la rinascente “passione” del popolo lituano per la croce e per inaridire la fertilità del Monte, verso la fine di aprile del 1973 i governanti ateisti mandarono di nuovo i bulldozer a devastarlo finché «[…] non vi rimase alcun segno dell’esistenza delle croci. Il monte, triste e deturpato, si guardava attorno aspettando che mani credenti e cuori sensibili incoronassero nuovamente il suo capo profanato con il simbolo della redenzione: la croce» (p.338).

«Mani credenti e cuori sensibili» non si fecero attendere molto. Meno di un mese dopo, a mezzanotte del 19 maggio 1973, una inconsueta processione di giovani si mosse lentamente alla periferia di Sauliai, verso il Monte, recitando il rosario e portando una pesante croce, «[…] abbellita di ornamenti simbolici: un cuore trafitto da due spade, sulle cui impugnature spiccavano una svastica e una stella rossa sovietica. [La portavano] […] in segno di penitenza […] [e] come simbolo di vittoria» (p.338). Molti, anche lontani, che sapevano di questa croce in movimento le dedicarono, nella stessa notte, un’ora di preghiera.

crociIl KGB aveva sguinzagliato i suoi agenti ma come Dio volle «[…] alle ore 2.30 il Monte delle Croci si adornò di una nuova e bella croce attorno alla quale vennero piantati fiori e accese candele. Poi tutti inginocchiati pregarono: “Cristo Re, venga il Tuo regno nel nostro paese!”» (p.339). Quattr’ore dopo, gli agenti del KGB, beffati, sradicarono la croce portandola via, ma già a mezzogiorno un’altra ne era stata piantata. «Gli ateisti continuarono a distruggerle, ma pareva che le croci rispuntassero dalla terra» (Ibid.).

La “guerra grande” entrava sempre più nel vivo.

L’audacia di quel trasporto di croce nei giorni del ricordo del sacrificio di Kalanta comportò anche una repressione amministrativa che ebbe come vittime altri giovani, a cominciare dallo studente cattolico Zenonas Mištautas, che gli agenti del KGB fermarono il 20 maggio 1973, per interrogarlo nella loro sede su «[…] cosa aveva fatto la notte precedente, se andava a servire la messa, che chiesa frequentava, chi erano gli altri che servivano la messa, chi partecipava all’adorazione, che cosa dicevano i preti nelle prediche, eccetera» (p.340).

Gli perquisirono poi la casa e lo interrogarono ancora, chiedendogli «[…] quante persone avevano portato la croce, chi l’aveva fatta, che strade avevano percorso, a che ora avevano eretto la croce sul monte, eccetera» (p.341). Zenonas non rispose mai, malgrado le continue minacce. Per la “rieducazione” lo affidarono alla scuola; i docenti ebbero anche il supporto del KGB, che interrogò ancora il povero studente. Ma non riuscirono a piegarlo.

Lo stesso giorno toccò anche al sedicenne Virginijus Ivanov di essere condotto, insieme a Zenonas, nella sede della Sicurezza e di essere sottoposto a interrogatori e minacce da agenti del KGB. Anche per lui ci fu poi la perquisizione della casa e un altro lungo e duro interrogatorio, protrattosi per tutta la notte «[…] che l’inquisito trascorse senza poter dormire. Ogni due ore un agente ricominciava a chiedergli informazioni sui preti, sul personale della chiesa, sui credenti, eccetera» (p.342). In seguito, Virginijus più volte non rispose alle convocazioni da parte della Sicurezza, fino ad essere espulso, in forza a un cavillo giuridico, dalla scuola superiore di musica.

Sorte simile toccò a Mečislovas Jurevičius che la stessa sera del 20 maggio, come Zenonas e Virginijus, fu portato dagli agenti del KGB nella loro sede, dove venne «[…] sottoposto a stringenti interrogatori per sapere se aveva portato la croce, che strada aveva seguito il corteo, quante persone avevano portato la croce, chi ne aveva organizzato il trasporto, chi l’aveva costruita, quali preti avevano sollecitato il suo trasporto sul monte…» (p.339). Dopo una notte in prigione, fu interrogato altre volte sui preti che conosceva, sui bambini che servivano la messa e così via; alla fine lo rimandarono a casa, con l’inquisitore che lo congedò minaccioso con queste parole: «Noi sappiamo bene che avete portato la croce in onore di Kalanta» (p.340).

La Cronaca conclude il racconto di questi avvenimenti in modo ammirevole: «Le persecuzioni degli agenti del KGB non soltanto non hanno spaventato la gente, ma anzi hanno perfino ispirato un maggior coraggio. Una delle giovani che parteciparono al trasporto della Croce ha scritto: Lituano, prendi coscienza della tua forza! Essa sta in Cristo e nella nostra reciproca unione! Rimani irremovibile e coraggioso a guardia di tutto ciò che è sacro al tuo cuore. Non permettere che venga profanato anche il Monte delle Croci. Non lasciarlo deturpato e nudo. Porta là la tua gioia e il tuo dolore, la speranza e la vittoria, porta là il tuo amore e la tua fedeltà a Dio, porta là la tua Croce!”» (pp.343-344).

Un anno dopo, però, «[…] centinaia di croci erano nuovamente sorte sul monte: alcune piantate in terra, altre collocate sulle croci più grandi, altre ancora appese agli alberi. Può darsi che l’odio degli ateisti le distrugga nuovamente, ma [— garantisce con forza l’autore della Cronaca —] una cosa è certa: esse risorgeranno!» (4).

E allora, nell’ottobre del 1974, per la terza volta arrivarono i bulldozer a saccheggiare e profanare il Monte. «Tuttavia, nonostante l’ennesimo scempio, sul Monte delle Croci di nuovo cominciano ad essere innalzate altre croci grandi e piccole. La fede del lituano è più forte del braccio dei malvagi» (p.247).

Ma intanto stava cambiando qualcosa: «La profanazione del Monte delle Croci ha fatto nascere una nuova idea: se non ci è possibile erigere le croci su di esso, cominciamo ad innalzarle davanti alle nostre case, dentro di esse, nei nostri cuori ed in quelli del nostro prossimo» (p.344). Da parte loro, gli “altri”, instancabili e accaniti, cominciarono a sradicarle anche da lì: si passava dalla “grande guerra” alla “guerriglia”.

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(1) Claudo Carpini, Storia della Lituania – Identità europea e cristiana di un popolo, Città Nuova Editrice, Roma 2007, pp.106-107.

(2) Ibid., p. 106

(3) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 1-10, La Casa di Matriona, Milano 1976, p.80

Da qui in avanti, tutte le citazioni riportate e indicate con il solo numero di pagina, sono tratte da questa stessa fonte

(4) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic.11-20, La Casa di Matriona, Milano 1979, p.81

2. La “guerriglia”

Prima degli anni ’70, nella prospettiva della “guerriglia” la Cronaca segnala solo pochi episodi. Come, ad esempio. quello avvenuto nel 1969 nel villaggio di Šatraminai, quando il presidente del kolchoz aveva fatto distruggere «[…] un’artistica croce […] [che] veniva protetta come monumento artistico [e che] i credenti […] adornavano di fiori» (1). O come quello di Miežoniai, dove nel 1964 fu fatta scomparire una croce giubilare di granito che i giovani dell’Azione cattolica rurale «[…] avevano eretto […] lungo la strada del villaggio [e sulla quale] vi era scolpita l’iscrizione: “A Dio e alla Patria”» (2).

chiesa_Lituania_1Qualche tempo dopo, nello stesso anno, la croce fu ritrovata, buttata, nei pressi di una torbiera, in una cava piena d’acqua e da lì «[…] portata nel cimitero parrocchiale, [da dove però] […] di notte scomparve […]. [E] fino ad oggi non si è potuto sapere dove e come gli ateisti l’abbiano distrutta» (3).

Fu negli anni ’70 — in particolare intorno alle ultime due distruzioni del Monte (nell’aprile ’73 e nell’ottobre ’74, dopo la prima nell’aprile ‘61) —, che la “guerriglia” si intensificò.

Se quella nei cuori si servì soprattutto del sistema scolastico (di cui dirò più avanti), la “guerriglia” lungo le strade e davanti e dentro le case comportò un’utilizzazione di strumenti non solo tecnici — come nella “grande guerra”— ma quasi sempre anche amministrativi.

La signora Paulina Grigaliūnaitė doveva essere una donna forte e fedele, se il 18 giugno 1972 aveva avuto il coraggio di erigere una imponente croce di legno alta 5 metri davanti la sua casa, nel villaggio di Vilkablauzdés. L’amministrazione provinciale ne ordinò la rimozione immediata, ma la signora Paulina non diede ascolto a quell’ordine. E allora «nella notte tra il 7 e l’8 agosto 1972 la croce venne segata e portata via. Ancora oggi è opinione comune che ciò sia stato compiuto dagli attivisti del partito. Perché non si sentisse il rumore durante il taglio venne messo in moto un trattore» (4).

L’anno successivo, l’8 maggio 1973, toccò al parroco di Šaukėnai — che si era permesso di piantare «[…] nel proprio cortiletto una croce di legno» (p.361) — scatenare le ire degli ateisti, nella fattispecie del «segretario dell’organizzazione di partito del sovchoz, Daraška [che arrivò a dichiarare:] […] “Non sarò più io se non butterò giù quella croce!”» (ibidem). Uno dopo l’altro, intimarono al parroco di abbattere la croce e lo minacciarono: il vice presidente del Comitato esecutivo della provincia, il presidente della circoscrizione, il segretario del komsomol, l’incaricato del Consiglio per gli affari religiosi. Ma il rev. Švambrys ogni volta si rifiutò. Alla fine, l’incaricato, «dopo aver esaminato la croce e rendendosi conto che il parroco non l’avrebbe mai rimossa, […] [si limitò a pretendere] che almeno venisse spostata più lontano dalla strada» (p.362).

Nel 1974 la “guerriglia” contro le croci aumentò di intensità, interessando anche elementi “immateriali” ad esse connessi. Come nel caso del parroco di Labanoras, che a marzo fu pesantemente richiamato «[…] per aver […] benedetto nel cimitero le croci tombali e per aver organizzato nel medesimo una processione nella ricorrenza dei Defunti nel 1973» (p.364). Per benedire — ammonì il sostituto del presidente della provincia — sarebbe stata necessaria «[…] una specifica autorizzazione della provincia»! (ibidem).

Nello stesso anno, lungo una strada del villaggio di Puodžiai era caduta una vecchia croce. Al fedele che chiese il permesso per innalzarne una nuova, l’amministrazione provinciale non solo lo negò ma in più diffidò il richiedente e gli impartì — tramite un suo funzionario — questa “lezione”: «[…] se la croce è crollata vuol dire che ha finito la sua esistenza, e non è permesso erigerne un’altra» (p.36).

In altri casi, i funzionari del partito provvidero direttamente alle “azioni” contro le croci, come per esempio nel villaggio di Tryškiai, quando, nella primavera di quell’anno, «[…] demolirono e […] buttarono nel vicino laghetto» (p.75) una vecchia croce in cemento piantata lungo la strada.

Nei primi giorni del successivo agosto, il parroco di Skriaudžiai ricevette una sanzione pecuniaria per aver violato «[…] i decreti governativi sulla procedura per l’esecuzione delle costruzioni» (p.164). La violazione era consistita nell’aver eretto pochi mesi prima, il 30 giugno, «[…] sul sagrato della [sua] chiesa quattro belle croci lituane» (ibidem). In più — trattandosi di un ostinato recidivo, già sanzionato due volte in passato, prima, con una multa, per avere riverniciato la chiesa di Barzdai (nel 1970) e poi, con il trasferimento alla nuova sede, per aver eretto altre quattro croci sul sagrato di essa — alla metà di dicembre ricevette un severo ammonimento da parte del Comitato esecutivo della provincia per le sue prediche contro gli interessi della società sovietica e la sua scuola.

Nel 1975, l’intensità della “guerriglia” subì un ulteriore incremento.

collina_croci_3Nella cittadina di Silalè l’aria in quell’anno si fece pesante. Per cominciare, il direttore dell’ufficio della posta — su ordine del segretario del partito comunista locale — proibì al postino di recapitarla. Il motivo: «[…] aveva portato una croce durante i funerali»! (p.252). Poi, al parroco fu vietato «[…] di riparare l’orologio della chiesa [perché] non è ammissibile che l’orologio della chiesa batta le ore e segni il tempo…»! (ibidem).

Il responsabile della sezione di propaganda del partito comunista, nel mese di marzo, «[…] salì perfino sul campanile per assicurarsi che l’orologio non fosse in grado di funzionare, in quanto ciò… potrebbe nuocere alla propaganda ateistica!» (ibidem). Infine, ad aprile fu impedito l’ammodernamento dell’impianto elettrico della chiesa, vietando il collegamento del nuovo cavo alla rete.

Il 28 marzo — il giorno del Venerdì Santo — nel cimitero della città di Panevėžys, per “festeggiarlo” ateisticamente, furono abbattute 28 croci e — forse per completare la “festa” — «[…] anche un’alta ed artistica scultura della S.Vergine Maria [fu] rovesciata dal suo piedistallo» (pp.252-253). Tutti ovviamente pensarono ad un’azione organizzata dagli ateisti, perché soltanto quelli come loro «[…] potevano pensare a profanare delle croci il Venerdì Santo, giorno del sacrificio di Cristo e della esaltazione della Croce» (p.253).

Quel Venerdì Santo fu, in qualche modo, “festeggiato” anche nella cittadina di Anykščiai. Erano ormai tre anni che Algis Ladiga — figlio di un generale lituano morto in Siberia — stava scolpendo, in una cava, un’artistica croce in pietra per la tomba della madre. Non riuscì a portarla a termine perché il governo della provincia prima mandò «[…] ben cinque auto […] a fare un sopralluogo alla cava, divenuta ormai famosa, dove s’ergeva il monumento ancora incompiuto [e poi] […] nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo […] il monumento scomparve» (pp.255-256). Quella notte furono visti nella cava una gru e un camion, dei quali erano rimaste anche le impronte sul terreno. Ma la croce che Algis aveva scolpito per sua madre non fu mai più ritrovata.

A maggio, lo “scandalo” della croce toccò la sensibilità “stradale” del Comitato esecutivo provinciale della città di Mažeikiai. Una coraggiosa vecchietta — Emilija Gelumbauskienė — aveva eretto davanti casa, a distanza di quattro metri dal marciapiede, una bella croce di quercia, che riscuoteva l’ammirazione dei passanti. Questo, però, non piaceva ai “governanti”, che ne intimarono la demolizione «[…] in quanto essa era stata eretta senza la necessaria autorizzazione e inoltre trovandosi nei pressi di una pubblica via, in posizione alquanto visibile, “scandalizzava” i vicini» (p.408).

Nel mese di maggio l’ingiunzione fu perentoria: la signora Emilija aveva tempo fino alla fine del mese per rimuovere lo “scandalo”. «Io non demolirò la croce e non permetterò neppure agli altri di farlo» (p.409), comunicò la signora al funzionario.

Nessuno toccò la sua croce.

Questa particolare sensibilità dei funzionari della provincia di Mažeikiai fu colpita nello stesso mese da un’altra croce, anch’essa troppo vicina alla strada e quindi da abbattere. Si trovava nel villaggio di Pievėnai ed era molto venerata dai fedeli, che le attribuivano anche «[…] un significato rituale perché portando un defunto al cimitero per la sepoltura […] [facevano] sostare [davanti ad essa] la bara» (ibidem). I fedeli, perciò, opposero resistenza all’ordine di demolizione e «[…] temendo che la croce potesse essere distrutta, l’hanno rimossa dal suo posto e innalzata di nuovo sul sagrato» (ibidem).

A giugno, l’attacco toccò anzitutto a due croci all’interno del kolchoz “Terra libera” nella provincia di Biržai: il presidente della circoscrizione «[…] ingaggiò due uomini e le fece abbattere» (p.455).

A metà dello stesso mese, stessa sorte toccò a una croce in prossimità del villaggio di Briniai, della circoscrizione di Kučiūnai, che «[…] venne rovesciata con un bulldozer e ridotta in pezzi; e i pezzi furono nascosti sotto il serbatoio di carburante» (p.359). La storia di questa frantumazione è significativa, perché dimostra come per il regime sovietico, senza sprezzo del ridicolo, qualsiasi scusa fosse buona per eliminare ogni traccia di storia e di religione dal panorama lituano.

All’inizio del secolo, nel 1901, un vescovo di passaggio — accolto dai fedeli di tre villaggi, Pazapsiai, Briniai e Kalėdiškiai — «[…] aveva espresso il desiderio che a ricordo di quell’incontro in quel punto venisse innalzata una croce» (ibidem). In quel punto furono erette tre croci, una da ciascun villaggio. Venne il kolchoz e realizzò un deposito di carburante al loro fianco; passò il tempo e le rovinò. I fedeli decisero, allora, di rifarne una nuova in sostituzione delle tre usurate. Ma «dopo Pasqua, il presidente della circoscrizione di Kučiūnai […] e l’architetto della provincia di Lazdijai rimproverarono la popolazione per aver innalzato la croce in un posto così poco bello. Sarebbe stato meglio scegliere un luogo migliore, nei pressi dell’abitato…» (ibidem). E — loro, gli esteti — contro il “brutto” si videro costretti a mandare ancora una volta il bulldozer…

Lenin_statuaIl 1° luglio, poi, il Comitato esecutivo del Soviet dei lavoratori della provincia di Lazdijai deliberò per la demolizione, entro il 15 del mese, di un abuso edilizio da parte dell’azienda ittica di Meteliai, nel villaggio di Buckūnai. L’abuso edilizio consisteva, naturalmente, in una croce, eretta peraltro sul terreno di proprietà. In particolare, secondo il verbale dell’architetto della provincia, si trattava di «”Una croce in legno, verniciata di verde, con la fronte rivolta verso la strada Miroslavas-Simnas, […] eretta presso l’entrata principale dell’abitazione, su una base a gradini di cemento» (p.313).

Se l’azienda non avesse provveduto direttamente, «[…] l’opera di demolizione […] [sarebbe stata] affidata all’associazione volontaria dei vigili del fuoco, che […] [avrebbe poi rimesso ai proprietari] la fattura delle spese sostenute» (ibidem). Non avendo l’azienda provveduto, il 25 luglio prima arrivarono, per una ricognizione preliminare, un incaricato della polizia, il segretario della circoscrizione e il dirigente dell’azienda ittica di Meteliai; poi, dopo circa un’ora, — secondo l’esposto del proprietario — «[…] un automezzo dei Vigili del Fuoco […], sul quale […] si trovavano due uomini piuttosto ubriachi: il comandante dei vigili del fuoco di Lazdijai […] [e un] operaio del Comitato esecutivo di Lazdijai […]. Questi individui, dopo aver spaventato […] moglie e i […] figli [del proprietario] rovesciarono la croce in un’aiuola di fiori e se ne andarono in fretta» (p.357).

Il proprietario, il signor Ignas Klimavičius, non si lasciò intimidire e rispose, il 30 luglio, con un esposto alla procura, in cui raccontò con coraggio e intelligente ironia — che meritano la lunga citazione — quanto aveva dovuto subire: «Un anno fa ho eretto una croce di legno sul pianerottolo della scala della mia abitazione. In Lituania questa tradizione risale all’antichità: i cattolici che intendono venerare la croce la innalzano nelle campagne, la erigono davanti alle case, la appendono alle pareti delle abitazioni, la portano al collo e così via. Ero quindi convinto che per innalzare una croce sul pianerottolo di casa non occorresse alcun permesso da parte del governo, come non occorre alcun permesso per portare una croce al collo o per appenderla ad una parete della propria casa. Tuttavia i funzionari del Comitato esecutivo della provincia di Lazdijai stabilirono e ordinarono di abbattere questa croce. Logicamente, come cattolico, la croce posso soltanto venerarla e non profanarla, e perciò non ho eseguito l’ordine dal momento che mi sembra un reato il solo fatto di ordinare ad un cattolico la demolizione di una croce. Cosa accadrebbe se qualcuno ordinasse ad un comunista di stracciare un ritratto di Lenin o di abbattere una sua statua?» [ibid. pp.356-357].

Ovviamente, il suo esposto non produsse risultati. Per cogliere il clima della “giustizia” allora imperante, basti questo esempio. Il procuratore si rifiutò di mettere a verbale «[…] le dichiarazioni [rese anche per iscritto] delle tre donne, secondo le quali i distruttori erano completamente ubriachi» (p.358), salvo poi sentenziare che «non si sono trovati testimoni i quali abbiano confermato che la croce sia stata abbattuta da persone ubriache»(ibidem).

Poi, forse fu l’inverno lituano a proteggere le croci, spegnendo piano piano i fuochi della “guerriglia”, il cui racconto spero che sia stato sufficiente non solo a descrivere un fondamentale elemento caratteristico del comunismo ma anche a farlo “scoprire” ai più giovani (forse, però, anche a tanti “meno giovani”, per i quali tuttavia poteva essere acquisito qualche anno fa…): e cioè che l’odio antireligioso — ma soprattutto anticristiano e anticattolico — che si respira in questi giorni non è un sentimento improvvisamente e casualmente apparso sulla scena della storia, bensì rappresenta l’esito di una pervicace e scientifica seminagione, di cui la “guerra delle croci” è esemplare descrizione e prefigurazione.

Spero, infine, che questo racconto possa rendere più evidente il senso delle parole che il Beato Giovanni Paolo II pronunciò a Roma, nel 1990, nell’omelia durante la Celebrazione eucaristica nel Pontificio Collegio Lituano: «La croce è diventata il segno particolare dei Lituani: delle persone, delle famiglie, delle comunità e di tutta la società. […]  Il popolo che con tanta costanza e così fervorosamente si reca in pellegrinaggio su quel colle per piantarvi le croci, è lo stesso popolo che crede nella vita! “Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto” (Sal 89, 16). […] Il Signore ha già concesso alla Lituania una grande grazia per il fatto che la voce di questa piccola, ma nobile Nazione, è in grado di farsi sentire dappertutto» (5).

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(1) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic. 1-10, La Casa di Matriona, Milano 1976, p.75

(2) Ibid., p.79

(3) Ibid., p.80

(4) Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, fascic.11-20, La Casa di Matriona, Milano 1979, p.255

Da qui in avanti, tutte le citazioni riportate e indicate con il solo numero di pagina sono tratte da questa stessa fonte.

(5) Beato Giovanni Paolo II – Omelia nella Celebrazione eucaristica nel Pontificio Collegio Lituano, 1° luglio 1990 in www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1990/documents/hf_jp-ii_hom_19900701_collegio-lituano_it.html

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