La politica, figlia dell’esperienza; la storia, politica sperimentale

De Maistre

Conte Joseph De Maistre (1753-1821)

PREFAZIONE

La politica, che forse è la più spinosa delle scienze, per la difficoltà, sempre risorgente, di discernere ciò che vi è di stabile o di mutevole nei suoi elementi, presenta un fenomeno singolare e capace di far tremare ogni uomo saggio chiamato all’amministrazione dello Stato: il fatto cioè che tutto ciò che il buonsenso intravede sulle prime in questa scienza, come verità evidente, si rivela quasi sempre, quando l’esperienza ha parlato, non soltanto falso, ma funesto.

A cominciare dalle basi: se non si fosse mai sentito parlare di governi e gli uomini fossero chiamati a deliberare, per esempio, sulla monarchia ereditaria o elettiva, verrebbe giustamente considerato un insensato chi scegliesse la prima. Gli argomenti contro di essa si presentano infatti cosi naturalmente alla ragione, che è inutile ricordarli.

E tuttavia la storia, che è la politica sperimentale, dimostra che la monarchia ereditaria è la forma di governo più stabile, più felice, più connaturale all’uomo; e che la monarchia elettiva è, al contrario, la peggiore specie di governo conosciuta.

In materia di popolazione, di commercio, di leggi coercitive e di mille altri argomenti importanti, vediamo quasi sempre la teoria più plausibile contraddetta e annullata dall’esperienza.

Citiamo qualche esempio.

Come fare per rendere uno Stato potente?

Bisogna incoraggiare innanzitutto, con ogni mezzo possibile, l’aumento della popolazione“.

Al contrario, sappiamo che ogni legge tendente a incoraggiare direttamente l’aumento della popolazione, a prescindere da considerazioni di altro genere, è nociva. È invece necessario cercare di stabilire nello Stato una certa forza morale che tenda a far diminuire il numero dei matrimoni e a renderli meno precoci. La prevalenza delle nascite sulle morti, stabilita dalle statistiche, non prova ordinariamente che il numero dei miserabili, ecc., ecc. Gli economisti francesi avevano abbozzato la dimostrazione di queste verità; il bel lavoro di Malthus è venuto a completarla. (1)

Come fare per prevenire la fame e la carestia?

Niente di più semplice: si deve proibire l’esportazione di cereali“.

Al contrario è necessario accordare un premio a chi li esporta. L’autorevole esempio dell’Inghilterra ci ha costretto a ingoiare questo paradosso.

Come fare per sostenere il cambio a favore di un certo paese?

“Bisogna senz’altro impedire l’uscita della valuta e vigilare quindi, attraverso severe leggi coercitive, che lo Stato non comperi più di quanto vende“.

Al contrario, tali mezzi non sono mai stati impiegati senza portare come conseguenza l’abbassamento del cambio o comunque, il che è lo stesso, l’aumento del debito della nazione; cosi come non si potrà mai imboccare una strada opposta senza farlo salire, ossia senza provare visibilmente che il credito della nazione è aumentato, ecc., ecc.

Ma questo genere dì considerazioni si ripropone di continuo soprattutto in ciò che la politica ha di più essenziale e fondamentale, e cioè nella stessa costituzione degli imperi. Sento dire che i filosofi tedeschi hanno inventato il termine di meta-politica per porlo, in rapporto a politica, nella stessa relazione che c’è tra metafisica e fisica. Mi sembra che questa nuova espressione sia molto ben trovata, per esprimere la metafisica della politica; infatti ce n’è una, e questa scienza merita tutta l’attenzione degli osservatori.

Uno scrittore anonimo, che si occupava molto di questo genere di speculazioni e che cercava di esplorare le fondamenta nascoste dell’edificio sociale, si credeva in diritto, circa vent’anni fa, di proporre, come altrettanti assiomi incontestabili, le proposizioni seguenti, diametralmente opposte alle teorie del tempo:

1. Nessuna costituzione è frutto di una deliberazione: i diritti dei popoli non sono mai scritti, o lo sono solo come semplici dichiarazioni di diritti anteriori non scritti.

2. L’azione umana, in questi casi, è talmente limitata che gli stessi uomini che agiscono sono solo delle circostanze.

3. I diritti dei popoli, propriamente detti, derivano quasi sempre dalla concessione dei sovrani, e possono essere allora verificati storicamente; ma i diritti del sovrano e dell’aristocrazia non hanno né data né autori conosciuti.

4. Queste stesse concessioni sono sempre state precedute da uno stato di cose, indipendente dalla volontà del sovrano, che le ha rese necessarie.

5. Sebbene le leggi scritte non siano mai altro che dichiarazioni di diritti anteriori, non tutti questi diritti possono però essere scritti.

6. Più si scrive, più l’istituzione è debole.

7. Può darsi la libertà solo una nazione che già la possiede; (2) l’influenza umana non si estende infatti oltre lo sviluppo dei diritti esistenti.

8. I legislatori propriamente detti sono uomini straordinari che forse non appartengono che al mondo antico e alla giovinezza delle nazioni.

9. Questi legislatori, anche con la loro meravigliosa potenza, non hanno mai fatto altro che raccogliere elementi preesistenti, e hanno sempre agito in nome della divinità.

10. La libertà, in un certo senso, è un dono dei re; perché quasi tutte le nazioni libere furono costituite da re. (3)

11.Non vi fu mai nazione libera che non avesse nella sua costituzione naturale germi di libertà tanto antichi quanto essa, e nessuna nazione tentò mai efficacemente di sviluppare, attraverso le sue leggi fondamentali scritte, diritti diversi da quelli che erano presenti nella sua costituzione naturale.

12. Una qualsiasi assemblea di uomini non può costituire una nazione. Una impresa del genere merita anzi di ottenere un posto tra gli atti di follia più memorabili. (4)

Non sembra che dal 1796, data della prima edizione del libro citato, (5) sia accaduto nel mondo qualcosa che abbia potuto indurre l’autore a ricredersi sulla sua teoria. Crediamo, anzi, che in questo momento possa essere utile svilupparla pienamente e seguirla in tutte le sue conseguenze, di cui una delle più importanti è senza dubbio quella che si trova enunciata in questi termini nel capitolo decimo della stessa opera:

L’uomo non può creare sovrani. “Al massimo può servire di strumento per spossessare un sovrano e abbandonare i suoi Stati a un altro sovrano già principe… Del resto non è mai esistita una famiglia sovrana cui si possa attribuire un’origine plebea. Se si manifestasse un tale fenomeno, segnerebbe una nuova epoca del mondo“. (6)

Si può meditare su questa tesi, ratificata recentemente in maniera cosi solenne dalla censura divina. Ma non si può sapere se l’ignorante leggerezza del nostro tempo non arriverà, a dire, seriamente, che “se lo avesse voluto, sarebbe ancora al suo posto” ; come del resto va ripetendo da due secoli che “se Richard Cromwell avesse avuto il genio di suo padre, avrebbe reso stabile il protettorato nella sua famiglia” ; il che equivale a dire: “Se quella famiglia non avesse cessato di regnare, regnerebbe ancora“.

È scritto: sono io che creo i RE (Prov 8, 15). Non è affatto una frase da pulpito ne una metafora da predicatore; è la verità letterale, semplice e palpabile. È una legge del mondo politico. Dio fa i re, letteralmente. Egli prepara le stirpi regali; le matura entro una nube che nasconde la loro origine. Esse appaiono poi coronate di gloria e di onore; si stabiliscono; ed ecco il maggiore segno della loro legittimità. Si fanno avanti come da sé, senza violenza da una parte e senza visibile deliberazione dall’altra: è una specie di tranquillità magnifica, che non è agevole esprimere. Legittima usurpazione mi sembrerebbe (se non fosse forse troppo audace) l’espressione propria per caratterizzare questi tipi di origine che il tempo si affretta a consacrare.

Non ci si lasci dunque per nulla abbagliare dalle più belle apparenze umane. Chi ne riunì infatti in misura maggiore di quello straordinario personaggio della cui caduta tutta l’Europa riecheggia ancora? Si vide mai una sovranità apparentemente più consolidata, una maggiore riunione di mezzi, un uomo più potente, più attivo, più temibile? Per lungo tempo lo vedemmo calpestare venti nazioni, mute e agghiacciate dal terrore; la sua potenza infine aveva gettato certe radici che potevano far disperare la speranza.

Eppure ora è caduto, e cosi in basso che la pietà che lo contempla indietreggia, per paura di esserne toccata. Si può qui osservare d’altronde, di passaggio, che, per una ragione un po’ diversa, è divenuto altrettanto difficile parlare di quest’uomo e dell’augusto rivale che ne ha liberato il mondo.

L’uno sfugge all’insulto, l’altro alla lode. (7) Ma torniamo al nostro argomento. In un’opera conosciuta solo da un piccolo numero di persone a San Pietroburgo, l’autore scriveva nel 1810: “Quando in una rivoluzione, due partiti si scontrano, se da un lato si vedono cadere vittime preziose, si può scommettere che questo partito, malgrado ogni apparenza contraria, finirà per vincere“.

Anche in questo caso si tratta di un’asserzione la cui verità è stata recentemente dimostrata nella maniera più mirabile e imprevista. L’ordine morale, come l’ordine fisico, ha le sue leggi, e la ricerca di queste leggi menta di occupare le meditazioni di un vero filosofo.

Dopo un intero secolo di futilità criminali, è giunto il momento di ricordarci chi siamo e di far risalire ogni scienza alla sua fonte. Questo è il motivo che ha spinto l’autore di quest’opuscolo a permettergli di evadere dalla timida cartella che lo tratteneva da cinque anni. Ne conserviamo dunque la data e lo riproduciamo tale e quale fu scritto a quell’epoca. L’amicizia ha causato questa pubblicazione e sarà forse tanto peggio per l’autore, giacché quella cara signora, in certe occasioni, è altrettanto cieca del fratello.

Comunque sia, lo spirito che ha dettato l’opera gode di un privilegio noto: può certamente ingannarsi talvolta su punti indifferenti; può esagerare o tenere un linguaggio troppo alto; può offendere la lingua o il gusto, e in questo caso, tanto meglio per i maligni, se per caso ce ne sono; ma gli resterà sempre la più fondata speranza di non offendere nessuno, perché ama tutti; e inoltre la perfetta certezza di interessare una classe di uomini assai numerosa e stimabile, senza poter mai nuocere a uno solo: questa fede rende assolutamente tranquillo l’autore.

S.Pietroburgo, maggio 1814

Note a prefazione:

(1) Può sorprendere il richiamo di de Maistre a Thomas Robert Malthus (1766-1834) che nel suo An Essay on the Principle of Population (1798) sostenne la tesi dell’esito catastrofico del crescente squilibrio tra la progressione geometrica dell’aumento della popolazione e la progressione aritmetica della produzione dei mezzi di sussistenza. Le teorie del Malthus, ampiamente riprese nell’Ottocento (può essere interessante ricordare che la società malthusiana di Londra fu fondata nel 1877 da Carlo Bradlaugh e dalla teosofa Annie Besant) e riproposte oggi in forma più sofisticata dalla Fao e dal Club di Roma si sono dimostrate scientificamente inconsistenti (per una loro recente confutazione cfr. Colin Clark, Il mito dell’esplosione demografica, Ares, Milano 1974); tuttavia è da ricordare che i mezzi preventivi suggeriti dal Malthus per frenare la crescita demografica escludono le pratiche anticoncenzionali, su cui i neomalthusismi fonderanno le loro teorie, e consistono nel ritardo dei matrimoni, nella volontaria rinuncia al matrimonio da parte dei tarati, e soprattutto nell’astinenza prematrimoniale e coniugale; è in questa chiave di elogio della castità e della continenza sessuale che de Maistre lesse evidentemente l’opera, senza poterne prevedere le successive deformazioni (N.d.T.).

(2) Machiavelli è chiamato qui come testimone: “Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficoltà mantiene la libertà” (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro I, cap. XVI).
(3) Questo principio deve essere preso in grande considerazione nelle monarchie moderne. Poiché tutte le legittime e sante franchigie di questo genere devono derivare dal sovrano, tutto ciò che gli è strappato con la forza è colpito da anatema. “Scrivere una legge – diceva molto bene Demostene – non è nulla: è IL FAR VOLERE che è tutto” (Olynth. III). Ma se questo è vero di un sovrano riguardo al popolo, che cosa diremmo di una nazione, cioè, per usare i termini più dolci, di un pugno di accesi dottrinari che proponessero una costituzione a un legittimo sovrano come si propone una capitolazione a un generale assediato? Tutto questo sarebbe indecente, assurdo, e, soprattutto, nullo.
(4) Citiamo nuovamente Machiavelli: ” È necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione ” (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro I, cap. IX).
(5) Considérations sur la France, cap. VI.
(6) Ibidem, cap. X, § 3.
(7) L’augusto rivale di Napoleone cui de Maistre si riferisce è Alessandro I
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