Della distruzione violenta della specie umana

guerra romana

Conte Joseph De Maistre (1753-1821)

Purtroppo non si sbagliava quel re del Dahomey, paese dell’Africa interna, il quale diceva tempo fa ad un inglese: Dio ha fatto questo mondo per la guerra; tutti i regni, grandi e piccoli, l’hanno praticata in ogni tempo, benché con principi differenti (1).

La storia dimostra, disgraziatamente, che la guerra, in un certo senso, è la condizione abituale del genere umano; vale a dire che il sangue umano deve scorrere senza interruzione sul globo, qua o là, e che la pace, per ogni nazione, non è che una tregua.Si cita la chiusura del tempio di Giano sotto Augusto; si cita un anno del regno guerriero di Carlo Magno (l’anno 790) in cui egli non fece la guerra (2). Si cita una breve epoca dopo la pace di Ryswick, nel 1697, e un’altra ugualmente breve dopo quella di Carlowitz, nel 1699, in cui non vi furono guerre, non solo in tutta l’Europa, ma nemmeno in tutto il mondo conosciuto. 

Ma queste epoche non sono che attimi. E d’altra parte, chi può sapere quel che accade sull’intero globo in tale epoca o in tal altra?

Il secolo che finisce cominciò per la Francia con una guerra crudele, che terminò solo nel 1714 con il trattato di Rastadt. Nel 1719, la Francia dichiarò guerra alla Spagna; le ostilità cessarono con il trattato di Parigi nel 1727. L’elezione del re di Polonia riaccese la guerra nel 1733; la pace fu fatta nel 1736.

Quattro anni dopo, scoppiò la terribile guerra per la successione austriaca, e durò senza interruzione fino al 1748. Otto anni di pace cominciavano a cicatrizzare le piaghe di otto anni di guerra, quando l’ambizione dell’Inghilterra costrinse la Francia a prendere le armi. La guerra dei Sette anni è fin troppo conosciuta.

Dopo quindici anni di riposo, la rivoluzione americana trascinò di nuovo la Francia in una guerra di cui neanche tutta la saggezza umana avrebbe potuto prevedere le conseguenze. Si conclude la pace nel 1782; sette anni dopo, comincia la rivoluzione: essa dura tuttora; e fino a questo momento è costata alla Francia forse tre milioni dì uomini.

Dunque, considerando solo la Francia, abbiamo quarant’anni di guerra su novantasei. Se altre nazioni sono state più fortunate, altre ancora lo sono state molto meno.

Ma non è sufficiente considerare un punto del tempo e dello spazio; bisogna gettare un rapido sguardo su quella lunga sequenza di massacri che macchia tutte le pagine della storia. Si vedrà la guerra infierire senza interruzione, come una febbre continua segnata da spaventose impennate di acutezza. Prego il lettore di seguire questo quadro, a partire dal declino della repubblica romana.

Mario stermina, in una battaglia, duecentomila cimbri e teutoni. Mitridate fa sgozzare ottantamila romani; Silla gli uccide novantamila uomini in un combattimento impegnato in Beozia, dove egli stesso ne perde diecimila. Arrivano, ben presto, le guerre civili e le proscrizioni. Cesare da solo fa morire un milione di uomini sul campo di battaglia (prima di lui, Alessandro aveva avuto questo onore funesto).

Augusto chiude per un istante il tempio di Giano; ma lo apre poi per secoli, stabilendo un impero elettivo. Alcuni buoni principi lasciano respirare lo Stato, ma la guerra non cessa mai, e sotto l’impero del buon Tito, seicentomila uomini periscono nell’assedio di Gerusalemme. La distruzione degli uomini provocata dalle armi dei romani è veramente terribile (3). II basso Impero non presenta che un seguito di massacri.

A cominciare da Costantino, che guerre e che battaglie! Licinio perde ventimila uomini a Cibalis; trentaquattromila ad Adrianopoli, e centomila a Crisopoli. Le nazioni del Nord incominciano a muoversi. I franchi, i goti, gli unni, i longobardi, gli alani, i vandali, ecc., attaccano l’Impero e lo dilaniano gli uni dopo gli altri.

Attila mette l’Europa a ferro e fuoco. I francesi gli uccidono più di duecentomila uomini presso Chàlons; e i goti, l’anno seguente, gli fanno subire una perdita ancora maggiore. In meno di un secolo, Roma è presa e saccheggiata tre volte; e in una sommossa che scoppia a Costantinopoli, quarantamila persone vengono scannate.

I goti si impadroniscono di Milano, e vi uccidono trecentomila abitanti. Totila fa massacrare tutti gli abitanti di Tivoli, e novantamila uomini al sacco di Roma. Compare Maometto; la spada e il Corano percorrono i due terzi del globo. I saraceni corrono dall’Eufrate al Guadalquivir. Distruggono da cima a fondo l’immensa città di Siracusa; perdono trentamila uomini presso Costantinopoli, in un solo combattimento navale, e Pelagio ne uccide loro ventimila in una battaglia di terra.

Queste perdite non erano nulla per i saraceni; ma il torrente incontra l’ardimento dei franchi nelle pianure di Tours, dove il figlio del primo Pipino, in mezzo a trecentomila cadaveri, lega al suo nome l’epiteto terribile che ancora lo distingue. L’islamismo portato in Spagna vi trova un rivale indomabile. Mai forse si vide tanta gloria, tanta grandezza e tanta carneficina.

La lotta dei cristiani e dei musulmani, in Spagna, è un conflitto di ottocento anni. Parecchie spedizioni, e pure parecchie battaglie, vi costano venti, trenta, quaranta e fino a ottantamila vite.

Carlo Magno siede al trono e combatte per mezzo secolo. Ogni anno decreta su quale parte dell’Europa deve inviare la morte. Presente ovunque e ovunque vincitore, schiaccia nazioni di ferro, come Cesare schiacciava le effeminate genti dell’Asia. I normanni cominciano quella lunga serie di devastazioni e di crudeltà che ci fanno fremere ancora.

L’immensa eredità di Carlo Magno viene lacerata; l’ambizione la copre di sangue e il nome dei franchi scompare alla battaglia di Fontenay. L’Italia intera è saccheggiata dai saraceni, mentre i normanni, i danesi e gli ungheresi devastavano la Francia, l’Olanda, l’Inghilterra, la Germania e la Grecia. Le nazioni barbare si stabilizzano finalmente e si addomesticano. Questa vena non da più sangue; se ne apre subito un’altra: cominciano le crociate.

L’Europa intera si precipita sull’Asia; è praticamente incalcolabile il numero delle vittime. Gengiz-Khan e i suoi figli sottomettono e devastano il mondo, dalla Cina fino alla Boemia. I francesi, che si erano fatti crociati contro i musulmani, si fanno crociati contro gli eretici: la crudele guerra degli albigesi. Battaglia di Bouvines, dove trentamila uomini perdono la vita. Cinque anni dopo, ottantamila saraceni periscono all’assedio di Damietta.

I guelfi e i ghibellini cominciano quella lotta che doveva cosi a lungo insanguinare l’Italia. La fiaccola delle guerre civili si accende in Inghilterra. Vespri siciliani. Sotto i regni di Edoardo e di Filippo di Valois, la Francia e l’Inghilterra si scontrano più violentemente che mai, e danno inizio a una nuova epoca di carneficine. Massacro degli ebrei; battaglia di Poitiers; battaglia di Nicopoli: il vincitore cade sotto i colpi di Tamerlano, che ripete le gesta di Gengis Khan. Il duca di Bourgogne fa assassinare il duca d’Órléans, e comincia la sanguinosa rivalità fra le due famiglie. Battaglia di Azincourt. Gli hussiti mettono a ferro e fuoco una grande parte della Germania. Maometto II regna e combatte per trenta anni.

L’Inghilterra, respinta nei suoi confini, si lacera con le proprie mani. Le case di York e di Lancaster la bagnano nel sangue. L’ereditiera di Bourgogne porta i suoi Stati nella casa d’Austria; e in quel contratto di matrimonio è scritto che gli uomini si scanneranno per tre secoli, dal Baltico al Mediterraneo. Scoperta del Nuovo Mondo: è la condanna a morte per tre milioni di indiani.

Carlo V e Francesco I entrano sulla scena del mondo: ogni pagina della loro storia è rossa di sangue umano. Regno di Solimano; battaglia di Mohàcs, assedio di Vienna; assedio di Malta, ecc. Ma è dall’ombra di un chiostro che sorge uno dei più grandi flagelli del genere umano: appare Lutero, seguito da Calvino. Guerra dei contadini; guerra dei Trent’anni; guerra civile in Francia; massacro nei Paesi Bassi; massacro in Irlanda; massacro delle Cévennes; giornata di san Bartolomeo; uccisione di Enrico III, di Enrico IV, di Maria Stuarda, di Carlo I; e ai giorni nostri, infine, la rivoluzione francese, che proviene dalla stessa fonte.

Non prolungherò più oltre questo quadro spaventoso: il nostro secolo e quello che l’ha preceduto sono troppo conosciuti. Che si risalga fino alla culla delle nazioni; che si discenda fino ai nostri giorni; che si esaminino i popoli in tutte le possibili condizioni, dallo stato di barbarie a quello della più raffinata civiltà: sempre si troverà la guerra.

Per questa ragione, che è la principale, e per tutte quelle che vi si aggiungono, il sangue umano non cessa mai di essere versato per entro l’universo; ora di meno su una superficie più grande, ora più abbondantemente su una superficie meno estesa; di modo che questo flusso risulta pressappoco costante.

Ma di tanto in tanto sopraggiungono avvenimenti straordinari che lo alimentano prodigiosamente, come le guerre puniche, i triumvirati, le vittorie di Cesare, l’insurrezione dei barbari, le crociate, le guerre di religione, la successione di Spagna, la rivoluzione francese, ecc. Se si avessero delle tavole di massacri come si hanno delle tavole meteorologiche, chissà che non se ne scoprirebbe il meccanismo regolatore in capo a qualche secolo di osservazione (4)? Buffon ha egregiamente provato che una gran parte degli animali è destinata a morire di morte violenta. Avrebbe potuto, con tutta evidenza, estendere all’uomo la sua dimostrazione: ma ci si può attenere ai fatti.

È lecito dubitare, del resto, che questa distruzione violenta sia, in generale, un male cosi grande come si crede: per lo meno, è uno di quei mali che entrano in un ordine di cose dove tutto è violento e contro natura, e che producono delle compensazioni. In primo luogo, quando l’anima umana ha perduto la sua energia a causa della mollezza, dell’incredulità e dei vizi cancrenosi che seguono l’eccesso della civilizzazione, essa può essere ritemprata solo nel sangue.

Non è per niente facile spiegare perché la guerra produce effetti diversi secondo le diverse circostanze. Quel che si vede abbastanza chiaro è che il genere umano può essere considerato come un albero che una mano invisibile continuamente recide, e che spesso trae vantaggio da questa operazione.

A dire il vero, se si ferisce il tronco, o se lo si taglia in cima, l’albero può morire: ma chi può sapere quel che accade con l’albero umano? È comunque certo che il massimo di stragi va spesso congiunto con il massimo livello demografico, come si è visto soprattutto nelle antiche repubbliche greche, e in Spagna sotto la dominazione degli arabi (5).

I luoghi comuni sulla guerra non significano niente: non ci vuole grande acume per sapere che più uomini si ammazzano, meno ne restano per il momento; cosi come è vero che più rami si tagliano, meno ne restano sull’albero; ma sono le conseguenze dell’operazione che bisogna considerare.

Ora, seguendo sempre Io stesso paragone, si può osservare che il giardiniere esperto indirizza il proprio taglio meno alla quantità della vegetazione che alla fruttificazione dell’albero: sono dei frutti, e non del legno e delle foglie, che egli domanda alla pianta. Ora, i veri frutti della natura umana, le arti, le scienze, le grandi imprese, le alte concezioni, le virtù virili, dipendono soprattutto dallo stato di guerra.

Si sa che le nazioni non arrivano mai al più alto livello di grandezza di cui sono capaci, se non dopo guerre lunghe e sanguinose. Cosi, il momento di splendore per i greci fu l’epoca terribile della guerra del Peloponneso; il secolo di Augusto segui immediatamente la guerra civile e le proscrizioni; il genio francese fu dirozzato dalla Lega e raffinato dalla Fronda: tutti i grandi uomini del secolo della regina Anna nacquero in mezzo ai disordini politici. Per farla breve, si direbbe che il sangue è il concime di quella pianta che si chiama genio.

Non so se ci si intende bene quando si dice che le arti sono amiche della pace. Bisognerebbe almeno spiegarsi e circoscrivere il senso della proposizione; perché niente, di meno pacifico io vedo che i secoli di Alessandro e di Pericle, di Augusto, di Leone X e di Francesco I, di Luigi XIV e della regina Anna.

Sarebbe mai possibile che lo spargimento di sangue umano non avesse una grande causa e dei grandi effetti? (6) Si rifletta: la storia e la favola, le scoperte della fisiologia moderna e le tradizioni antiche, tutte insieme offrono materiali a queste meditazioni. Mi sembra che non sia più disdicevole procedere a tentoni per questa strada di quanto non sia il percorrerne mille altre ancora più lontane dall’esperienza umana.

Tuoniamo pure contro la guerra, e cerchiamo di distoglierne i sovrani; ma non cadiamo nei sogni di Condorcet, di quel filosofo cosi caro alla rivoluzione, che impiegò la sua vita a preparare la sventura della generazione attuale, lasciando benignamente la perfezione in eredità ai nostri nipoti. Non c’è che un mezzo per reprimere il flagello della guerra, ed è di reprimere i disordini che portano con sé questa terribile purificazione.

Nella tragedia greca di Oreste, Elena, uno dei personaggi del dramma, e sottratta dagli dèi al giusto risentimento dei greci, e posta in cielo a fianco dei suoi due fratelli, per essere con loro un segnale di salvezza ai naviganti. Apollo appare per giustificare questa strana apoteosi : “La bellezza di Elena – dice – non fu che uno strumento di cui si servirono gli dèi per far venire alle mani i greci e i troiani, e fare scorrere il loro sangue, al fine di prosciugare sulla terra l’iniquità degli uomini divenuti troppo numerosi” (Euripide, Oreste, vv. 1638-1642 [n.d.a.].).

Apollo diceva benissimo. Sono gli uomini che adunano le nubi, e si dolgono poi delle tempeste.

C’est le corroux des rois qui fait armer la terre;

C’est le corroux des cieux qui fait armer les rois .

(” È la collera dei re che fa armare la terra; è la collera dei cieli che fa armare i re.”)

Mi rendo ben conto che, in tutte queste considerazioni, siamo continuamente assaliti dall’immagine tanto penosa degli innocenti che periscono insieme ai colpevoli. Senza però addentrarci in tale problema, che riguarda quanto vi è di più profondo, basti soltanto considerarlo nel suo rapporto col dogma universale, antico quanto il mondo, della reversibilità dei dolori dell’innocenza a profitto dei colpevoli.

È da questo dogma, mi sembra, che gli antichi derivarono l’usanza dei sacrifici che praticarono ovunque, e che credevano utili non solo ai vivi, ma anche ai morti (10): usanza tipica, cui l’abitudine ci fa pensare senza stupore, ma di cui nondimeno è difficile cogliere la radice.

I sacrifici volontari, cosi celebrati nell’antichità, dipendevano pure dallo stesso dogma. Decio aveva fede nel fatto che il sacrificio della propria vita sarebbe stato gradito alla Divinità, e che avrebbe potuto compensare tutti i mali che minacciavano la sua patria (11).

Il cristianesimo è venuto a consacrare questo dogma, che è assolutamente naturale per l’uomo, quantunque paia difficile concepirlo per mezzo della ragione.

È dunque possibile che il cuore di Luigi XVI e quello della celestiale Elisabetta (12) abbiano anch’essi condiviso un tale sacrificio per salvare la Francia.

Si domanda talvolta a cosa servono quelle austerità terribili, praticate da alcuni ordini religiosi, e che sono pure dei sacrifici volontari; sarebbe come domandare a cosa serve il cristianesimo, poiché esso si fonda interamente su questo medesimo dogma amplificato, dell’innocenza che paga per la colpa.

L’autorità che approva tali ordinamenti sceglie alcuni uomini, e li isola dal mondo per farne dei condottieri.

Non c’è che violenza nel mondo; ma noi siamo viziati dalla filosofia moderna, la quale ha detto che tutto è bene, mentre invece il male ha tutto insozzato, e con certezza assoluta si può dire che tutto è male, poiché niente è al suo posto. Essendosi abbassata la nota tonica del sistema della nostra creazione, tutte le altre si sono abbassate in proporzione, secondo le regole dell’armonia, Tutti gli esseri gemono (13) e tendono, con fatica e dolore, verso un altro ordine di cose,.

Gli spettatori delle grandi calamità umane sono indotti soprattutto a queste tristi considerazioni. Ma cerchiamo di non scoraggiarci: non c’è castigo che non purifichi; non c’è disordine che l’AMORE ETERNO non rivolga contro il principio del male.

È dolce, in mezzo al generale sovvertimento, presentire i piani della Divinità. Non vedremo mai tutto durante il nostro viaggio, e spesso ci inganneremo; ma in tutte le possibili scienze, eccetto le scienze esatte, non siamo forse ridotti a fare congetture? E se le nostre congetture sono plausibili, se hanno dalla loro l’analogia, se si appoggiano su idee universali, se soprattutto sono consolanti e tali da renderci migliori, che cosa a loro manca? Se non sono vere, almeno sono buone; o piuttosto, dito che sono buone, non sono forse vere?

Dopo aver considerato la rivoluzione francese da un punto di vista puramente morale, rivolgerò le mie riflessioni alla politica, senza tuttavia abbandonare l’oggetto principale del mio lavoro.

Note:

1 The hisfory of Dahomey, by Archibald Dalzel, Biblioth. Brit. Maggio 1796, volume 2, n. 1, pagina 87 [n.d.a.].

2 Hisfoire de Charlemagne del sig. Gaillard, tomo IT, libro T, cap, V [n.d.a.].
3 Montesquieu, Esprit des Lois, libro XXIII, capitolo 19 (n.d.a.).
4 Risulta, per esempio, dal rapporto stilato dal chirurgo in capo dell’esercito di S.M.L, che su 250.000 uomini impiegati dall’imperatore Giuseppe II contro i Turchi, dal 1° giugno 1788 al 1° maggio 1789, ne erano morti 33.543 di malattia e 80.000 in combattimento (Gazette nationale et étrsngère del 1790, n. 34). E da un calcolo approssimativo fatto in Germania, si vede che la guerra attuale era già costata, nel mese di ottobre 1795, un milione di uomini alla Francia e 500,000 alle potenze della coalizione (Estratto da un’opera periodica tedesca, nel Corriere di Francoforte del 28 ottobre 1795, n. 296) [n.d.a.].
5 La Spagna ha avuto, in quell’epoca, fino a quaranta milioni di abitanti; oggi ne ha appena dicci. – In altri tempi, la Grecia fioriva in mezzo alle guerre più crudeli; il sangue vi colava a fiumi, e l’intero paese pullulava di uomini. Sembrava, dice Machiavelli, che m mezzo alle uccisioni, alle proscrizioni, alle guerre civili, la nostra repubblica diventasse più polente, ecc. Rousseau, Contrat social, libro III, cap. IX [n.d.a].
6 Dignus vindice midus [L’intreccio è degno di un tale risolutore], Grazio, Arie poetica, 191 [n.d.a.].
(…)
10 Essi sacrificavano, letteralmente, per il riposo delle anime; e questi sacrifici, sostiene Platone, sono di una grande efficacia, a quel che dicono città intere, e i poeti figli degli dèi, e i profeti ispirati dagli dèi. De republica, libro II [n.d.a.],
11 Piaculum omnis deorum irae… Omnes minas periculaque ab deis, superis ìnferisque in se unum vertit [Vittima espiatoria dell’ira celeste… Attirò su se stesso tutte le minacce e i pericoli incombenti da parte degli dèi superi e inferi (trad. di Carlo Vitali)]. Tit. Liv. libro Vili, 9 e 10.
12 Sorella di Luigi XVI, che mori sul patibolo il 10 maggio 1794.
13 San Paolo ai Romani, VIII, 22 e sgg. Il sistema della Palingenesi di Charles Bonnet ha alcuni punti di contatto con questo testo di San Paolo; ma questa idea non lo ha condotto a quella di una anteriore degradazione: eppure esse si accordano benissimo insieme [n.d.a.].
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