Eric Voegelin «Hitler e i tedeschi» edizioni Medusa

Il Foglio 7 gennaio 2006

L’INSOSTENIBILE STUPIDITA’DEL PENSIERO MODERNO

L’ascesa nazista non fu merito di Hitler, ma colpa di un popolo che al cristianesimo preferì il cretinismo. Un saggio di Eric Voegelin

Massimo Boffa

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Il Foglio 7 gennaio 2006

Il filosofo che voleva fermare la crisi dell’Europa ripartendo dal principio di realtà

Marco Respinti

Mi è capitato tra le mani in questi giorni un testo, appena uscito, di Eric Voegelin (19011985). La cosa è già di per sé degna di nota, poiché in Italia le opere di questo filosofo tedesco sono state pubblicate in maniera disordinata e sono piuttosto difficili da trovare. Non è mai stato, infatti, un pensatore alla moda. Un suo grande estimatore fu il cattolico Augusto Del Noce, che scrisse su di lui un bel saggio, a mo’ di introduzione al libro di Voegelin “La nuova scienza politica” (Edizioni Borla 1968).

Ma anche Lucio Colletti consigliava ai suoi studenti la lettura di “Il mito del mondo nuovo” (Rusconi 1970), dove le ideologie rivoluzionarie del Novecento venivano presentate come la versione secolarizzata dell’escatologia gnostica cristiana, in perenne rivolta contro la realtà.

Voegelin fa parte della famiglia filosofica dei critici della modernità. Oggi lo si direbbe un “teocon” ante litteram. I suoi due punti di riferimento sono il pensiero classico (Platone, Aristotele) e la tradizione giudaicocristiana (Bibbia, Agostino, Tommaso), concepiti come i fondamenti saldi e irrinunciabili a partire dai quali assicurare l’ordine, sia nella società che nell’animo umano. Il cuore dell’ideologia moderna sta invece, precisamente, non solo nel rifiuto di questa antica saggezza ma anche nel conseguente rifiuto dei limiti storici e naturali della condizione umana, alla ricerca di un’impossibile perfezione che conduce solo al disordine.

Quanto alla sua biografia, Voegelin è uno di quei molti filosofi che negli anni Trenta furono costretti ad abbandonare l’Europa (nel 1938 lasciò Vienna, dove insegnava) per trovare rifugio in America in seguito all’avvento del nazismo. Negli Stati Uniti formò una schiera agguerrita di allievi ma, come nel caso di Leo Strauss, cui lo avvicinano molte posizioni teoretiche, si trattò sempre di un seguito minoritario rispetto ai principali trend in voga nelle università americane. Minoritari, ma combattivi, come dimostra anche la rivoluzione politicospirituale in atto oltre oceano. E oggi la sua eredità intellettuale è coltivata nell’Eric Voegelin Institute a Baton Rouge, Louisiana.

Detto tutto questo, il testo che ho tra le mani è piuttosto singolare. Si chiama “Hitler e i tedeschi”, è edito da Medusa, con una introduzione molto bella di Riccardo De Benedetti. Raccoglie le lezioni che Voegelin tenne nel 1964 all’Università di Monaco. Era la prima volta che ritornava in Germania dopo il suo lungo esilio e volle affrontare, di fronte agli studenti di un paese che non riusciva ancora a guardare in faccia il proprio recente passato, il tema per tutti più doloroso, quello delle responsabilità.

Un anno prima Hannah Arendt aveva pubblicato “La banalità del male”, dove, sulla scorta del dibattimento al processo Eichmann svoltosi in Israele, mostrava come il meccanismo dello sterminio aveva potuto funzionare anche grazie alla solerzia con cui i molti burocrati dell’Olocausto avevano eseguito il loro compito.

Voegelin non vuole trattare il tema storicamente, in senso stretto. Non gli interessa discutere delle cause politiche, economiche, geostrategiche che contribuirono a portare il nazismo al potere: la crisi della Repubblica di Weimar, l’inflazione, il Trattato di Versailles, eccetera. Vuole capire come è stato possibile che un popolo intero si consegnasse a Hitler e lo seguisse nella sua avventura: “Il nostro problema è la condizione spirituale di una società nella quale i nazionalsocialisti riuscirono a raggiungere il potere. Quindi non sono i nazisti a rappresentare per noi un problema ma i tedeschi”.

Innanzitutto va eliminato un equivoco, quello secondo cui i tedeschi furono sedotti dall’irresistibile fascino di Hitler. Il Führer non ingannò “tutti” i tedeschi: “Io compresi Hitler ancor prima che egli salisse al potere, e lo stesso fecero molti altri”. Il grande fisico Max Planck, ad esempio, che nel1933 era andato a perorare presso Hitler la causa dei docenti ebrei e fu costretto ad ascoltarne la risposta per quarantacinque minuti: “Quando tornò a casa era completamente distrutto. Era stato come ascoltare una vecchia contadina sproloquiare di matematica”. Altro che fascino. Per soccombere a quell’aura bisognava essere già spiritualmente corrotti, anzi affetti da “cretinismo morale e intellettuale”.

Qui Voegelin chiama in soccorso Robert Musil che, nel suo saggio “Sulla stupidità” (1937) aveva distinto la stupidità onesta, schietta, non malvagia, perfino simpatica, dalla stupidità intelligente e piena di pretese. Quest’ultima non è un difetto della mente, ma dello spirito, cioè un difetto morale.

Può raggiungere gravissime forme patologiche,come nella Germania nazista, eppure, in modi più silenti, è sempre in agguato. Può manifestarsi, come avvenne allora, sotto forma di sovreccitata credulità nell’idea romantica di “popolo”(opposta alla più sobria idea di “umanità”), un popolo le cui caratteristiche biologiche escludevano ebrei, zingari e così via. Ma è sempre in incubazione, quella stupidità, in ogni ideologia che all’umanità della persona sovrapponga identità e mete collettive (il riscatto del proletariato, dei diseredati, eccetera) nel cui nome si possa lecitamente fare violenza agli individui.

Voegelin individua due potenti fattori che sono alla base della corruzione ideologica e dell’analfabetismo spirituale di un’intera società: la negazione della realtà e la disumanizzazione anticristiana. Ogni ideologia, per funzionare, deve inventare una “secondarealtà”, nella quale i dati dell’esperienza, cioè la vita normale con il suo senso del giusto e dell’ingiusto, perdono ogni significato e sono sostituiti da una creazione immaginaria, da una “visione del mondo”.

Questa perdita di realtà si esprime nella perdita di senso delle parole, i concetti vengono sostituiti da luoghi comuni e il linguaggio diventa allucinato: un assassinio non è più un assassinio, lo sterminio di un popolo è un’operazione di igiene che serve a preservare l’integrità di una razza superiore. In contesti diversi, il massacro dei contadini che non vogliono cedere le mucche allo Stato è una gloriosa pagina della lotta contro il nemico di classe, la reclusione dei borghesi è una rieducazione, i tagliatori di teste sono la resistenza irachena. “Ne consegue – dice Voegelin – una concentrazione altissima di imbecillità”.

Ma è il fenomeno della disumanizzazione anticristiana, comune a nazismo e comunismo, che ci conduce nel cuore nichilista delle ideologie moderniste. L’uomo è uomo, ricorda Voegelin, nella misura in cui è imago Dei; tutti gli uomini sono uguali nella misura in cui sono immagine di Dio (“Questo è esattamente ciò che caratterizza il cristianesimo, la sua straordinaria conquista”).

Volgendo le spalle a Dio, il pensiero moderno ha inteso emancipare l’uomo dalla trascendenza, in realtà gli ha sottratto il fondamento della sua umanità: il senso del limite, del suo posto nell’ordine naturale. E pare di sentire un altro grande filosofo cristiano del Novecento, quel Nikolaj Berdjaev che invocava un “nuovo medioevo” per recuperare il limite sacro della persona umana contro la volontà di onnipotenza dei moderni.

Quella volontà senza freno, infatti, rischia continuamente di trasformarsi in libido, potente desiderio esistenziale non organizzato né dalla ragione né dallo spirito, puro capriccio dell’io per il quale ogni remora è, prima ancora che insopportabile, incomprensibile.

Non sarebbe male che questa congiuntura spirituale venisse meditata e tenuta in considerazione da tutti coloro che oggi giudicano “retrogrado” il tentativo di ancorare i sistemi democratici in cui viviamo a un’intuizione meno capricciosa, meno eugenetica, della vita umana e della morte.

E che si prestasse un maggiore ascolto alla voce di chi, come la Chiesa (che ha assunto su di sé, dice Voegelin, “il ruolo di guardiana del diritto naturale” degli antichi), cerca di mantenere vigile il senso dei limiti che non è bene valicare. Il nazismo, come esperienza storica, è finito. Non resta però un’eco, sia pure ingenua, della sua volontà di potenza in tante ideologie progressiste che aspirano a modificare la condizione umana, al di fuori da ogni rapporto con la natura, la tradizione e il sentimento del sacro?

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Il Foglio 7 gennaio 2006

Il filosofo che voleva fermare la crisi dell’Europa ripartendo dal principio di realtà

Marco Respinti

Per Augusto Del Noce la Modernità è “la storia dell’espansione dell’ateismo”. Ma non si tratta affatto del sogno nostalgico e passatista di tempi belli ma andati. Lo spiegò bene il filosofo tedescoamericano Eric Voegelin(19011985), affermando che “essenza della Modernità” è “il dipanarsi dello gnosticismo”. Così ne “La nuova scienza politica”, pubblicato in traduzione italiana nel 1968 a Torino da Borla e preceduto da un saggio di Del Noce su “Eric Voegelin e la critica all’idea di modernità”.

Da cui si evince l’idea che un conto è la Modernità e un conto l’evo moderno. “La nuova scienza politica” è un libro che, nella produzione voegeliniana, fa il paio con “Science, Politics, and Gnosticism”, ripubblicato quest’anno negli Stati Uniti. A riproporlo è stata la Isi Books, divisione editoriale dell’Intercollegiate Studies Institute di Wilmington, nel Delaware, uno dei maggiori think tank conservatori e fra i più ramificati nei campus universitari.

Il libro è una grandiosa (ri)affermazione del principio di realtà. Le cose, cioè, sono e non possono non essere, e anzi sono così come sono nonostante ogni tentativo di oscurarle, di trasformarle o di contrabbandarle semanticamente. Come appunto fa quello che Voegelin definisce “gnosticismo”, la suprema tentazione e il massimo tentativo di svicolare dal reale, di eluderlo, di beffarlo e – quando proprio esso rifiuta di farsi turlupinare – di fargli del male.

Cominciando con il cambiargli nome, con il chiamarlo diversamente da com’è. Magari, chissà, “grumo di cellule” invece che embrione umano.Centrale nella riflessione voegeliniana è la categoria di “gnosticismo”: sinonimo stesso d’ideologia, anzi, sua radice ed essenza. Ciò senza il quale l’ideologia sarebbe come l’acqua fresca: lo scollamento totale del pensiero dalla realtà, sostituita da un’alternativa che programmaticamente si propone la sovversione di quanto esiste giacché giudica quanto esiste intrinsecamente fatto male, sbagliato.

Come bene sintetizza un passo dell’undicesima delle “Tesi su Feuerbach” di Karl Marx, significativamente incisa persino sulla pietra tombale del padre del socialismo scientifico: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.

Voegelin enumera sei caratteristiche principali che permettono di individuare lo gnosticismo anche a ragguardevole distanza. L’insoddisfazione verso ciò che è attuale e ciò che è “actual”, ovvero verso ciò che è in atto, che esiste hic et nunc. Poi l’idea che gli aspetti insoddisfacenti del reale siano il prodotto di una organizzazione lacunosa del reale stesso, e questo sin dall’origine.

Quindi l’idea che la situazione non sia priva di speranza e dunque che per operare la salvezza ci si debba impegnare per una trasformazione storica della “costituzione dell’essere”. Ancora l’idea che la trasformazione dell’“ordine dell’essere” sia concretamente possibile attraverso l’azione umana, specialmente politica. Infine l’idea che per compiere la trasformazione siano necessari una formula o un progetto fondati su quella “conoscenza segreta” (la gnosi) che dischiude il mistero dell’ “ordine dell’essere” e che permette alle guide del movimento gnostico di riorganizzare il mondo.

In “Science, Politics, and Gnosticism” vengono quindi elaborati i due concetti su cui s’impernia tutta la speculazione voegeliniana: la “costituzione dell’essere” e l’“ordine dell’essere”. Vale a dire, la natura umana e la struttura del reale sono date, normative, immutabili. Sono ciò che fonda l’esistente secondo una gerarchia che possiede un fine. Per questo il programma dello gnosticismo – scagliato contro la costituzione e l’ordine dell’essere – non può che essere rivoluzionario.

L’ideologia è allora l’articolazione in filosofia dell’azione del disprezzo gnostico del reale, la quale, attraverso una prassi – la rivoluzione – conquista il potere operandola prima grande, fondamentale sostituzione. E’ il passaggio dall’ideologia all’ideocrazia, dove la seconda è il governo organizzato e intronizzato della prima, l’ideologia al potere. Il fine ultimo e ultimativo che si prefigge l’ordine nuovo ideocratico è peraltro la rivoluzione suprema, il completo ribaltamento e la totale sostituzione della costituzione e dell’ordine dell’essere esistenti.

E’ un fenomeno in radice religioso, anzi controreligioso come afferma Voegelin, coniando, all’inizio della propria carriera, l’espressione “religione capovolta” nel volume “Die politischen Religionen”, tradotto in italiano come “Le religioni politiche”, primo volume di “La politica: dai simboli alle esperienze” (Giuffrè).

Ribaltando il senso religioso fondato sulla trascendenza, la “religione politica” dello gnosticismo è – e non può non essere – totalitaria, giacché mira a immanentizzare completamente il fine trascendente del reale. La rivoluzione finale è infatti la trasmutazione totale che avviene dopo il lungo procedere e incedere della rivoluzione permanente.

Dio viene strappato dal Cielo per essere scaraventato a terra: è il sigillo della morte della costituzione e dell’ordine dell’essere, della norma e dello scopo in cui e con cui il creato è stato creato, in primis l’uomo. Se Friedrich Nietzsche profetizzava la morte di Dio e Nicolás Gómez Dávila gli rispondeva che quella teoria, pur interessante, lasciava totalmente indifferente per primo proprio Dio, è la sovversione della costituzione ordinata dell’essere l’unica uccisione che – colpendo in effigie – può avere ragione del Padreterno.

Al che consegue che è la difesa del principio di realtà l’apologetica più importante (e pure che, per salvaguardare con sicurezza la laicità, è molto meglio che i laici difendano quel Dio che garantisce la costituzione ordinata dell’essere).

Di fronte alla riduzione novecentesca della filosofia a filodossia, da amore per la sapienza ad amore per l’opinione, Voegelin proclamò allora un rinnovamento totale della scienza politica che, animata dalla ricerca della verità, sostituisse l’“episteme” (conoscenza) alla “doxa” (opinione).

Davanti al cataclisma dell’Ottantanove giacobino di Francia (che per Voegelin è una delle tappe chiave del progresso storico dello gnosticismo), Edmund Burke disse che la civiltà occidentale si trovava sull’orlo dell’abisso. Parlando della crisi in cui versava l’occidente, e per suo tramite il mondo,a fronte di un’altra tappa chiave del cammino dello gnosticismo, l’ex spia sovietica Whittaker Chambers osservò: “Pochi uomini sono tanto ottusi da non rendersi conto che la crisi esiste e che in ogni momento essa minaccia le loro esistenze. E’ uso comune definirla una crisi sociale.

Ma si tratta di fatto di una crisi totale: religiosa, morale, intellettuale, sociale, politica ed economica. E’ uso comune definirla una crisi del mondo occidentale. Ma di fatto interessa il mondo intero”. Lo studioso Michael P. Federici, che si è occupato delle critiche di Voegelin allo scientismo, osserva che “la concezione voegeliniana di gnosticismo fornisce il quadro di riferimento utile all’analisi della crisi occidentale.

Le componenti ideologiche della Modernità – nazionalsocialismo, marxismo, progressismo, scientismo e tutti gli altri ‘ismi’ –sono manifestazioni dello gnosticismo. Sono disordini spirituali e la corruzione della politica che generano è il prodotto del disordine dell’esistenza. Fare i conti con la crisi moderna significa trovare un’alternativa agli atteggiamenti gnostici”.

Dove? Per esempio nelle pagine de “La nuova scienza politica”, dove maturano gli esiti dello studio profondo della cultura antiideologica anglosassone a cui Voegelin aveva dedicato tempo e sforzi in gioventù (dallo studio del Common Sense britannico all’insegnamento della Costituzione statunitense).

Lo studioso vi afferma infatti che le istituzioni britanniche e statunitensi sono quelle meno incrostate di gnosticismo, e lì ripone la propria speranza. Negli anni Cinquanta, all’Università di Monaco, Eric Voegelin sbarcò con l’idea d’importare il modello costituzionale americano, antitesi allo gnosticismo. Proprio il testo della lectio inauguralis del 26 novembre 1958 a Monaco è il brillante saggio appena ripubblicato dalla Isi Books.

E in Italia? Con il titolo “Il mito del mondo nuovo: saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo”, l’aureo libretto voegeliniano trovò spazio nel1970 nel catalogo Rusconi. Nel 1990 fu riproposto con una nuova presentazione di Francesco Alberoni (la prima era di Mario Marcolla). Da allora, in Italia dell’opera voegeliana si sono perse le tracce. Ed è davvero un peccato.

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