“La Strategia Gramsciana e la via italiana al comunismo”.

GramsciS. Alessio, 30 luglio 2001

INTRODUZIONE al SEMINARIO ESTIVO

di

ALLEANZA CATTOLICA:

di Domenico Bonvegna

Occuparsi oggi del PCI, per chi «fa politica», soprattutto se si tratta di studiarne la teoria dell’azione, e cioè il modello operativo per conquistare il potere e per fare la Rivoluzione in Italia, può sembrare esercizio di tipo archeologico. Infatti, «il comunismo è morto, il PCI non esiste più e i suoi “eredi” sono altra cosa, vogliono altro e lo perseguono con altre modalità».

Invero, tutte queste proposizioni sono meno scontate di quanto possa sembrare, e comunque sono discutibili siccome tutt’al più vere solo di una verità relativa. Ma anche a volerle prendere per buone, ugualmente si deve ritenere l’attualità di un’indagine che invece parrebbe, ad un primo superficiale esame, inattuale e perciò inutile. E ciò per una serie di ragioni che sembrano buone a chi scrive.

Se è vero che, come sosteneva il primo storico marxista russo, Mihail N. Pokrovskij, «la storia è politica rivolta al passato» [1], e se è vero, come sostiene il reggente nazionale di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, che «chi sbaglia storia, sbaglia politica», allora tutt’altro che inutile è l’attenzione ad una storia, quella del PCI, che per quanto recente e molto prossima alla cronaca, è politicamente assai significativa.

Nessuno può negare che il presente ed il futuro hanno radici nel passato. Quindi scrutare nel passato recente della nostra storia il ruolo che vi ha svolto un soggetto come il PCI, certo di non scarsa rilevanza, può aiutare a comprendere meglio, da un lato, l’azione dei suoi «eredi» – che, per esempio, se hanno rinunciato a molto dal punto di vista dottrinale, non hanno rinunciato al relativismo ed alle sue conseguenze operative, che con un eufemismo possono essere sinteticamente descritte come «spregiudicatezza» nell’agire –, e dall’altro può essere utile per meglio decifrare la nostra condizione storica, di cui il PCI è stato uno dei principali artefici.

Nemmeno è indifferente, per prendere posizione nei confronti di soggetti politici come oggi i Democratici di Sinistra (DS), e ieri il Partito Democratico della Sinistra (PDS), sapere come si comportasse ieri l’altro il loro papà, il PCI, ed a quale scuola si siano formati i loro dirigenti, tutti provenienti da quel partito.

Infine, non è forse inopportuno percorrere piste storiografiche che contribuiscano a prevenire una ricostruzione agiografica del proprio passato, onde nobilitarsi «ripulendo» le proprie ascendenze, da parte di chi, oggi (settembre 1999), detiene il potere e controlla i ministeri culturali.

È ovvio che scopi così ambiziosi non possono essere perseguiti, per non dire conseguiti, con un lavoro modesto come il presente. Esso però, spero non temerariamente, vuole essere una piccola indagine utile ai fini divulgativi affinché l’attenzione al tema rimanga ben desta. Per tali motivi, non può che essere una ricostruzione sintetica, e quindi che si avvale soprattutto di materiale fornito dalla parte «indagata», sicché l’essenziale apparato critico è formato per lo più, ma non solo, da documenti e scritti provenienti e divulgati da parte comunista, e cioè da autori, come Pietro Di Loreto, Giuseppe Carlo Marino e Miriam Mafai, molto vicini al vecchio PCI ed oggi ai suoi «eredi», pertanto al di sopra di ogni sospetto [2].

Ma prima di entrare in argomento, e non senza aver affidato il lavoro alla Santissima Vergine del Rosario affinché purifichi le intenzioni che lo ispirano e ne amministri l’eventuale frutto, mi sembra utile provare almeno ad impostare il tentativo di sfatare un luogo comune diffuso e tuttora condiviso, quello della «serietà» del PCI e quindi dei suoi «eredi», che determina complessi di inferiorità negli avversari, e troppo spesso ne condiziona, se non ne paralizza, l’azione.

Il mito della «serietà» del PCI.

«Serio» diventa sinonimo di «buono», «rispettabile», «affidabile»: «si può dissentire su qualche punto, anche su molti punti, ma non v’è nulla da temere realmente, il PCI (e poi il PDS, ed ora i DS) è “serio” e quindi non deve far paura, anzi ha fatto tanto bene all’Italia». Questo il luogo comune corrente, anche in ambienti anticomunisti.

Vediamo se è vero. Seppure si può convenire sulla «serietà» del PCI e dei suoi «aventi causa», non si può non notare che anche la mafia, per esempio, è da considerare «seria», molto seria. Non sto paragonando il PCI alla mafia, per il semplice motivo che il PCI è molto peggio della mafia. Questa, infatti, ha una vocazione territoriale limitata – o almeno fino a poco tempo fa così era – e limitati sono anche i suoi scopi.

Essa si propone di prelevare forzosamente soltanto una parte dei beni prodotti nel territorio che controlla o che cerca di controllare. Il suo fine di potere e arricchimento per quanto odioso è limitato: non vuole tutto, né delle ricchezze (cioè dei beni materiali), né delle coscienze (cioè dei beni morali). Pretende «solo» omertà e soggezione rispetto ai propri affari, ma non di trasformare la mentalità ed il modo stesso dell’esistenza di tutta la comunità nazionale, anzi di tutto il mondo, mediante l’espropriazione e la gestione centralistica di tutti i beni materiali per meglio controllare le coscienze.

Quest’ultimo, invece, lo scopo del comunismo, e quindi del PCI come componente del movimento comunista internazionale. «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo» [3], trasformazione che consiste nel «mutare la correlazione di forze politiche mediante il soggiogamento o lo sterminio di alcune classi della società» [4], e quindi, ultimamente, in un rifiuto della natura umana ed in un tentativo, espressione di una smisurata volontà di potenza, di modificarla radicalmente, in vista dell’uomo nuovo, «superuomo» che non abbia più bisogno di Dio, della patria, della famiglia, della proprietà: con l’Ottobre, «l’uomo si era levato, per la prima volta nella storia, non contro le circostanze sociali, ma contro se stesso, contro la propria natura» [5].

Il PCI, che ha sempre presentato il regime nato da quella Rivoluzione come il laboratorio di un mondo nuovo e migliore e come luogo iniziale di esso, non ha mai dato alla sua azione politica una prospettiva minore. Infatti, l’URSS staliniana è stata proposta come autentica metafora del paradiso in terra: «La parola “Stalin” e, l’altra, “URSS” – che ne definiva le realizzazioni storiche (la vittoria sul nazifascismo, l’edificazione in concreto del migliore dei mondi possibili) – ben al di là della bonaria immaginazione di un grand’uomo del popolo con i baffi alla quale si riferivano, valevano come una metafora laica del paradiso cattolico: esprimevano unitariamente l’ideale di una felicità assoluta, sintesi di moralità e benessere, in alternativa alle promesse inquietanti e corruttrici del capitalismo americanista» [6].

Cominciamo così a verificare se davvero «serio» equivale, con riferimento al PCI, a «buono», «affidabile», «rispettabile»: come la mafia, e più della mafia, il PCI mette la «serietà» al servizio di scopi e propositi da temere e contrastare tanto di più, quanto più «seriamente» perseguiti.

Ma il mito del «Grande Partito Comunista» di Gramsci, Togliatti, Berlinguer (Enrico Berlinguer, 1922-1984) etc., va sfatato anche in riferimento alla sua «serietà», se con questo attributo gli si vuol riconoscere almeno una certa quale superiorità etica e politica.

Eticamente superiori certo non possono essere considerati coloro che fin dall’inizio hanno falsificato la propria storia, facendola iniziare da Antonio Gramsci (1891-1937) e Palmiro Togliatti (1893-1964), cancellando con perfetta ed orwelliana costumanza «terzinternazionalista» il vero fondatore del PCd’I al tempo della scissione di Livorno, quell’Amedeo Bordiga (1889-1970) – che non trasformo certo qui in eroe –, caduto in disgrazia siccome ritenuto trotzchista (o qualificato trotzchista per farlo cadere in disgrazia) – come non trasformo in eroe Trockij (Lev Davydovic Bronstein, 1879-1940), il quale ha semplicemente subito il trattamento che avrebbe riservato agli altri se a prevalere nella lotta all’interno del partito fosse stato lui.

Né eticamente superiori sono mai stati quei dirigenti che hanno prima isolato i Gramsci ed i Terracini (Umberto Elia Terracini, 1895-1983) in mano al nemico fascista (salvo poi «riabilitarli» secondo convenienza), e poi pronunciato il famoso appello ai «fratelli in camicia nera» («Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!») [7] all’epoca della proclamazione dell’ Impero sui colli fatali di Roma; che hanno ingoiato il «patto Molotov-Ribbentrop», dimenticando subito il loro antifascismo e la solidarietà internazionalistica con la Polonia aggredita [8]; che in Spagna hanno provveduto – e fra essi anche il «buono» Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) – prima alla «liquidazione» di militanti ed organizzazioni di parte repubblicana che non fossero di stretta obbedienza comunista e «cominternista» [9] e poi eventualmente a combattere contro gli insorgenti «nazionali», in perfetto stile, non tanto stalinista, quanto leninista (primo: dominare il partito, fino al punto di costruirsene uno «proprio», di scissione in scissione, selezionando tra i militanti i seguaci più fedeli al capo ed alla sua linea; secondo: conquistare al partito la leadership assoluta sul movimento rivoluzionario).

Che non hanno esitato a collaborare ad analoghe operazioni nei confronti del Comitato Centrale del Partito polacco [10], o addirittura di esuli antifascisti e comunisti di ogni nazionalità, e quindi anche italiani, rifugiatisi nella «patria dei lavoratori» [11]; che hanno ritenuto la morte nei campi di concentramento sovietici di migliaia di prigionieri italiani «espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia» [12], e che ancora alla fine degli anni ’40 si sono opposti presso i sovietici al rimpatrio dei prigionieri superstiti [13]; che hanno  utilizzato la guerra civile in Italia tra il 1943 ed il 1945, detta «Resistenza», per crescere organizzativamente, eliminare possibili avversari, ed affermarsi come forza egemone [14]; che quando «non pochi elementi partigiani (…) diedero vita alla tragica catena delle uccisioni nei confronti di ex fascisti, (…) di avversari politici, possidenti e soprattutto preti» [15], non hanno lesinato «appoggio e simpatia per questi (…) gruppi armati» [16], fino a giustificarne pubblicamente l’operato, con riferimento al cosiddetto «Triangolo della morte»: «Sarebbero zone dove, sì, sono morti parecchi traditori della patria e ben sono morti, pagando con la vita i loro delitti ed il loro tradimento» [17].

Che agli inizi della «guerra fredda» hanno svolto con piena consapevolezza il ruolo di «quinta colonna» in Italia del potere sovietico [18], compiendo vere e proprie azioni di spionaggio [19] e di tradimento della patria, cospirando affinché Trieste fosse lasciata a Tito (Josip Broz, 1892-1980) [20], ovvero dando informazioni ai sovietici sulla forza militare e sull’ economia nazionali, nonché sui nostri rappresentanti diplomatici nell’ URSS e nei suoi Stati satelliti [21], pure appartenenti ad un’alleanza politico-militare nemica; che hanno progettato l’eliminazione («affidandola» ai compagni d’oltrecortina) della moglie ebrea e polacca di Eugenio Reale, già viceministro degli esteri nei governi «ciellenistici» e poi ambasciatore d’Italia in Polonia, ritenendola colpevole del «raffreddamento» rivoluzionario del loro autorevole compagno [22]; che hanno organizzato boicottaggi e linciaggi morali – oltre a tenerlo sotto «osservazione» per conto del KGB, in vista di una possibile decisione di eliminarlo – del professor Vincenzo Palmieri, accademico napoletano, «colpevole» di aver speso la sua autorevolezza di medico legale in una perizia collegiale che rivelava la responsabilità sovietica del massacro di Katyn [23].

Che hanno preso, fino alla implosione dell’URSS, e per il tramite di quell’organizzazione criminale che era il KGB, danari che possono essere definiti senza retorica lordi del sangue e segnati dalla fame delle popolazioni vittime del comunismo [24]; che hanno assistito alla edificazione del Muro ed alla sua esistenza senza fiatare, o addirittura esaltandone la funzione, e continuando fino all’ultimo ad avere relazioni più che amichevoli con i suoi custodi e gestori (dalla presenza degli stand della DDR ai festival de l’Unità, agli scambi politico-commer-ciali, al contributo di Ehrich Honecker alla celebrazione del compagno Berlinguer in un volume a lui dedicato dopo la sua morte [25]).

E se questo – ma molto altro in realtà – si può dire sulla «serietà» morale dei comunisti italiani, si deve rilevare altresì come anche dal punto di vista più strettamente ideologico e politico, per dirla con Di Pietro, non ne abbiano azzeccata una, secondo le loro stesse ammissioni. Ci avevano detto, infatti, che senza Dio e senza Chiesa l’umanità sarebbe stata libera e felice, ed ora che non possono dirlo più (semplicemente perché si è rivelato manifestamente falso), pur pensandolo ancora, da un lato cercano di strumentalizzare il Papa ed il suo magistero, dall’altro sperano di risolvere la questione trasformando la religione «religiosa» – cioè la religione che crede in Dio – in una religione umanitaria, salvo essere pronti a far scattare una bella persecuzione amministrativa e culturale, contro l’«illegalità» e l’«intolleranza», che caratterizzano l’attività e la predicazione delle chiese.

Volevano l’Italia fuori della NATO ed esclusa dal «Piano Marshall» e avevano fatto una bandiera di queste posizioni, in nome della pace e dell’indipendenza nazionale: esse si commentano da sole. Applaudirono ai carri che invadevano Budapest, e a tutte le rivoluzioni comuniste e terzomondiste: applaudivano al terremoto che avrebbe lasciato dietro di sé solo lutti e rovine.

Proponevano un’economia socializzata e statalizzata, ed oggi riconoscono che non funziona. «Loro» dicono di voler «rivedere» – non potendole più difendere propagandisticamente – quelle riforme di struttura, da «loro» stessi volute [26], che hanno ingessato ed ingessano la vita sociale: dallo Statuto dei lavoratori alla riforma sanitaria statalista, dal sistema pensionistico «retributivo» al monopolio pubblico delle comunicazioni e delle fonti energetiche, dalla fiscalità persecutoria fino a tutti gli altri lacci e lacciuoli che impediscono la crescita economica.

Senza il «loro» decisivo contributo, almeno dall’inizio degli anni Settanta, non sarebbero state possibili le politiche di bilancio che hanno generato il mostruoso debito pubblico che grava sulle presenti e sulle future generazioni italiane. E si potrebbe continuare a lungo. Insomma, tutto quello che proponevano o che hanno realizzato si è rivelato tragicamente dannoso, e nessuna delle loro previsioni storiche e politiche si è realizzata.

Quel che importa, comunque, è che nessuno sia più succubo del mito della «serietà» del PCI e dei suoi eredi – sia nel senso dell’affidabilità e rispettabilità, sia nel senso dell’integrità morale, sia nel senso del valore delle scelte e delle prospettive politiche –, liberandosi così da ogni complesso d’inferiorità nei loro confronti.

La teoria dell’azione comunista: il leninismo.

Nella prospettiva di trasformare il mondo, il movimento comunista trova in Lenin (Vladimir Il’ic Ul’janov, 1870-1924) un organizzatore ed un teorico dell’azione formidabile. La sua forza è nell’essere assolutamente coerente con la dottrina: come questa dissolve nella dialettica ogni verità «data», così l’agire comunista, secondo Lenin e da Lenin in poi, si concede la massima libertà immaginabile, concepisce le proprie mani come assolutamente libere, anche dalla dottrina stessa.

È precisamente nella libertà di essere incoerenti rispetto all’ideologia che consiste la coerenza con essa, dato il suo carattere dialettico, cioè integralmente relativista [27]: «vero», «giusto» non hanno senso se non come traduzioni, per un mondo e per degli uomini che ancora non possono rinunciare a simili parole, del concetto di efficace, con riferimento alla capacità dell’azione di essere Rivoluzionaria, cioè di determinare cambiamenti effettivi nella storia [28].

Ed il primo cambiamento, condizione di tutti gli altri, cioè della Rivoluzione, è la conquista del potere da parte del partito Rivoluzionario, cioè del partito comunista. Se la teoria dell’azione ponesse degli ostacoli a tale conquista del potere, non sarebbe Rivoluzionaria: ed allora non solo la vecchia morale borghese, ma anche una pseudo morale rivoluzionaria vanno superate. Così «morale», sempre per usare una parola «vecchia» ma per il momento non ancora sostituibile, è solo ciò che consente la conquista ed il mantenimento del potere da parte del partito Rivoluzionario per fare la Rivoluzione.

Quindi, in questa coerenza dialettica, che sussiste proprio nella continua contraddizione, si combinano – ciò che appare all’osservatore «aristotelico» inconciliabile – la fede nelle leggi ferree della storia, e quindi una sua concezione deterministica, e la fede nell’onnipotenza dell’azione Rivoluzionaria, svincolata da ogni limite, quanto alla scelta dei mezzi e dei gesti da compiere, che non sia la valutazione delle probabilità di successo.

«La fede nell’onnipotenza dell’azione e l’idea delle leggi della storia (…): al culto della volontà (…) Lenin aggiunge le certezze della scienza tratte dal Capitale. La rivoluzione recupera nel suo arsenale ideologico quel surrogato di religione (…). E combinando, a disprezzo della logica questi due modernissimi elisir, prepara una pozione tanto forte da inebriare generazioni di militanti» [29]. «Con Lenin, il rivoluzionario si trasforma da levatrice della storia, da “personificazione” come il capitalista di categorie economiche oggettive, che gli dettano modi e tempi del suo agire, in una sorta di superuomo, che assume su di sé il compito di deviare il fiume della storia dal suo corso, di sottometterlo, costi quel che costi, alla propria demiurgica volontà di potenza» [30].

Applicando questo criterio, Lenin trascura le «fasi naturali dello svol-gimento storico», destinate a succedersi secondo leggi operanti «con bronzea necessità», non attende che «si siano sviluppate tutte le forze produttive, che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali» per il passaggio a «nuovi e superiori rapporti di produzione», cioè al socialismo. Egli non aspetta e passa all’azione.

Sfruttando una storica opportunità, la Prima Guerra Mondiale, sceglie la via «giusta» per fare la Rivoluzione in Russia, misurata sul panorama storico che ne costituisce l’orizzonte concreto. In un paese poco articolato socialmente, in cui la struttura del potere politico è rigida e  fortemente accentrata, Lenin, che ha formato il partito [31] come élite di Rivoluzionari di professione – «coorte di ferro» gerarchicamente ordinata, retta da una disciplina severissima, poco disponibile ad accogliere le istanze di democrazia interna –, che si prepara all’insurrezione armata per conquistare il «Palazzo», non appena se ne presenta l’occasione, lo conquista.

Questo è luogo non solo simbolico del potere, che vi è realmente concentrato nella sua maggior parte. Però, la via militare, rivelatasi efficace in Russia, tanto che la Rivoluzione è in realtà un golpe, presto mostra la sua inadeguatezza per l’Europa occidentale, dove vivono i «popoli dominanti», secondo l’espressione marxiana. Una alla volta falliscono o si esauriscono le insurrezioni armate, i golpe attuati o tentati sul modello di quello bolscevico, dalla Germania (Berlino, Monaco) all’Ungheria, ed anche in Italia.

Episodio determinante che costringe il mondo comunista a convincersi che non il paradigma di Lenin – «mani libere» nell’azione, primato del volontarismo Rivoluzionario e del costruttivismo sul rispetto formale delle leggi della storia –, ma la sua scelta concreta, la via «militare», non è quella «giusta» per la Rivoluzione in Occidente, è il cosiddetto «”miracolo della Vistola” – la battaglia in cui, il 15 agosto 1920, l’esercito dello Stato polacco “risuscitato” sotto la guida del maresciallo Jòzef Pilsudski, fermò davanti a Varsavia l’Armata Rossa in marcia verso il cuore dell’Europa per sostenere manu militari i moti spartachisti tedeschi» [32].

Tale episodio, insieme con tutti gli altri fallimenti, sollecita una riflessione, che parte dallo stesso Lenin, e che trova nell’italiano Antonio Gramsci uno dei suoi maggiori protagonisti, insieme con l’ungherese György Lukács [33] (1885-1971), sulle «difficoltà della Rivoluzione nei paesi a grande articolazione sociale, cioè nei cosiddetti “punti alti” del capitalismo» [34], che porterà alla elaborazione di una strategia per la quale «l’egemonia culturale ha il primato su quella politica» [35]: il «gramscismo», o per dir meglio il «marxismo-leninismo-gramscismo»

Note

1) Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekric, Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, Bompiani, Milano 1997, p. 5.

2) Si sono utilizzati soprattutto gli elementi documentalmente riscontrabili, onde evitare il sospetto di aver proceduto ad estrapolazioni tali da alterare il senso di ciò che viene riportato, ovvero di strumentalizzazione di scritti o dichiarazioni dal senso o dalla finalità diversi da quelli risultanti dalla citazione. Utilissime, però, per penetrare a fondo la psicologia dei protagonisti della storia del PCI e dello stesso partito, le opere dal tratto memorialistico di Massimo Caparara, particolarmente attendibili perché l’autore fu vicino al «Migliore», cioè al segretario generale del PCI, Palmiro Togliatti, quanto nessun altro tra i dirigenti di partito, quale collaboratore e fiduciario personale. Cfr Massimo Caprara, L’inchiostro verde di Togliatti, Simonelli, Milano 1996; Idem, Quando le botteghe erano oscure. 1944-1969 uomini e storie del comunismo italiano, il Saggiatore, Milano 1997; Idem, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, Milano 1999.

3) Karl Marx (1818-1883), Tesi su Feuerbach, in Friedrich Engels (1820-1895), Feuerbach e il punto d’approccio della filosofia classica tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1972, p. 86.

4) Così si esprimeva Feliks Edmundovic Dzerzinskij (1877-1926), primo capo e organizzatore della CEKA (Crezvycajnaja Kommissija po bor’be s kontrrevoljuciej i sabotazem, «Commissione Straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio»), la polizia politica segreta istituita con decreto del SOVNARKOM (acronimo del Consiglio dei Commissari del Popolo, il governo sovietico) il 7 dicembre 1917 con lo specifico compito di reprimere con il terrore – anche preventivo –  ogni possibile opposizione al potere bolscevico. Cit. in W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano 1994, p. 119.

5) Vladimir Maksimov, Uno sguardo nell’abisso, Spirali/Vel, Milano 1992, p. 27.

6) Giuseppe Carlo Marino, Autoritratto del PCI staliniano.1946-1953, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 12.

7) Cfr. Ruggiero Zangrandi (1915-1970), Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione 1, Garzanti, Milano 1971, pp. 90-91; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 44-45, 134; e Aldo Agosti (storico comunista), Palmiro Togliatti, UTET, Torino 1996,  pp. 205-208, e pp. 210-212 sulla «consegna del silenzio» riguardo Gramsci.

8) Cfr. Victor Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Ideazione, Roma 1998, pp. 8-11.

9) Cfr. Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, L’ombra dell’NKVD in Spagna, in AA.VV., Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano 1998, pp. 312-329 (313-317), e Gabriele Ranzato, La guerra di Spagna, Giunti, Firenze 1995, pp. 61-65 e p. 106.

10) Cfr, Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, Il Comintern in azione, in AA.VV., Il libro nero del comunismo, cit., pp. 255-311 (281-282).

11) Cfr. Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984, p. 144; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 11-19; e A. Agosti, op. cit., pp. 214-223.

12) Palmiro Togliatti, lettera a Vincenzo Bianco del 15 febbraio 1943, cit. in Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna 1998, p.165.

13) Ibidem, pp. 157-176.

14) «Togliatti confidò […] che il PCI era “chiamato a diventare il ‘commissario politico collettivo’ dell’Italia combattente per ripulire la resistenza dalle persone non fidate e puntare sull’insurrezione socialista” perché molti reparti erano “inquinati, con la gente arrivata lì per caso, militari fuggiti dal fronte ed elementi anarchici”». «Fin dall’inizio obiettivo prioritario era stato l’egemonia sul movimento partigiano per assumerne la guida politica» (Ibidem, pp. 88-89. La sottolineatura è mia). Cfr. anche Renzo De Felice, Rosso e nero, Baldini & Castoldi, Milano 1995, pp. 69-71.

15) Pietro Di Loreto, Togliatti e la «doppiezza». Il PCI tra democrazia e insurrezione (1944-1949), il Mulino, Bologna 1991, p. 73.

16) Miriam Mafai, op. cit., p. 47.

17) P. Togliatti, Togliatti chiama a difendere le libertà costituzionali calpestate dal governo del privilegio e dell’imperialismo straniero, in L’Unità 13 ottobre 1948 (la sottolineatura è mia).

18) «Uno dei miti più persistenti (…) è stato quello che interpreta la storia del PCI come una costante evoluzione verso una sempre maggiore autonomia da Mosca (…). Tale approccio ha portato a sottovalutare la caratteristica fondamentale di questo partito, l’appartenenza dei suoi dirigenti ad una élite rivoluzionaria guidata dall’Unione Sovietica» (E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 20), circostanza documentata dai resoconti, custoditi negli archivi di Stato e di partito a Mosca, delle centinaia di colloqui tra i dirigenti del PCI e l’ambasciatore dell’URSS a Roma, Mikhail A. Kostylev, dal quale gli italiani si recano quotidianamente «a rapporto» nella difficoltà di incontrare direttamente la leadership sovietica. «I dirigenti del PCI si sentivano in primo luogo e soprattutto rappresentanti degli interessi sovietici, anche quando rivestivano posizioni ufficiali nel governo italiano» (ibidem, p. 257).

19) «Durante gli anni della partecipazione delle sinistre al governo (…) il contenuto delle sedute (…), i problemi discussi e le decisioni prese erano spesso comunicati lo stesso giorno all’ambasciatore Kostylev da Togliatti o da altri rappresentanti comunisti del governo»  (ibidem, p. 131).

20) Cfr. Ibidem, p. 149.

21) Cfr. Ibidem, pp. 131-132.

22) Cfr. Ibidem, p. 259.

23) Cfr. V. Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, cit., pp. 61-62.

24) Cfr. Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano 1999.

25) Cfr. Erich Honecker, Un uomo di pace, così voglio ricordarlo, in AA.VV., Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità, Roma 1985, pp. 252-254.

26) «Il PCI, a partire dalla sua battaglia per le riforme di struttura, esercitò su tutti i processi della modernizzazione una spinta costante, conquistandosi un’egemonia che sarebbe fazioso disconoscere. Non era stato, infatti, il PCI, anche se non l’unico, certo un fondamentale motore della dinamica sviluppatasi nella formazione e nella crescita dello “Stato sociale”? Come sarebbe stato possibile, altrimenti, arrivare (…) all’avvio di più coraggiosi indirizzi neocapitalistici e alle affermazioni del settore dell’economia pubblica (…), alla nazionalizzazione delle fonti di energia, (…) e allo “Statuto dei lavoratori”?» (G. C. Marino, op. cit., p. 203).

27) Nessuna descrizione migliore del carattere dissolutore di ogni verità e radicalmente relativista della filosofia hegeliana, «anima» di quella marxista, cui dà il fondamentale contributo della dialettica, possiamo trovare oltre la potente sintesi di Engels: «Per questa filosofia non vi è nulla di definito, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null’altro esiste per essa all’infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell’ascendere senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso nel cervello pensante. Essa ha però anche un lato conservatore: essa giustifica determinate tappe della conoscenza e della società per il loro tempo e per le loro circostanze, ma non va più in là. Il carattere conservatore di questa concezione è relativo, il suo carattere rivoluzionario è assoluto – il solo assoluto che essa ammetta» (F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 13 e ss., cit. in Idem e K. Marx, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1974, Introduzione di Fausto Codino, p. 12).

28) «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» (F. Engels e K. Marx, Ibidem, p. 58).

29) François Furet (1927-1997), Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano 1995, p. 77.

30) Domenico Settembrini, Il fascino perverso del Diciassette, in Ideazione. I percorsi del cambiamento, anno quarto, n. 5, settembre ottobre 1997, p. 71.

31) «Una grande azienda per la demolizione e l’edificazione sociale», così Victor Serge (1890-1947), rivoluzionario poi caduto in disgrazia, definisce il partito di Lenin (V. Serge, L’Anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1991, p. 42).

32) Giovanni Cantoni, Le grandi linee politiche in Italia nel quindicennio dal 1979 al 1994 in una prospettiva contro-rivoluzionaria con qualche orientamento operativo, del 6 maggio 1994, inedito, p. 3.

33) Un ritratto umano ed intellettuale del filosofo marxista ungherese in F. Furet, op. cit., pp. 143-151.

34) G. Cantoni, op. cit., p. 3.

35) Ibidem.