Venne l’ora degli istinti

Marcuse

Herbert Marcuse

Pubblicato su Avvenire del 25 ottobre 1988

Scopriamo i sospettabili antenati della cultura trasgressiva

Così Marcuse e soci scatenarono i deliri di una generazione

di Mario Marcolla

L’Ultimo tango a Parigi proiettato sul piccolo schermo qualche settimana fa, ha riproposto una serie di considerazioni critiche e di valutazioni che trascendono il fatto oramai banale del film e del suo impianto ideologico e culturale.

Il giudizio degli intellettuali laicisti non entra quasi più nel merito dell’offesa al «comune senso del pudore», che solitamente accompagna simili proiezioni. Ciò valeva in Italia prima dell’attacco contestativo, seguito al ’68, al fondamento religioso e popolare della nostra gente. Ora, la cultura della trasgressione si è diffusa in maniera insidiosa in larghi strati della società italiana e si tratta soltanto di valutare l’adeguatezza del messaggio di Bertolucci a raggiungere gli scopi immediati del successo televisivo.

Da parte cattolica, però, resta un discorso di fondo tutto da svolgere che Valerio Volpini ha cominciato ad impostare nella sua dura intervista ad Avvenire, concessa lo stesso giorno della proiezione televisiva: «Il nostro tempo vive nella superstizione dell’autonomia intellettuale e del nuovo. la trasgressione è qualcosa che sostituisce l’intelligenza, la capacità di discernimento, la critica. Dopo essersi presentata come spargimento di sangue all’epoca delle Br, la trasgressione come costume e abito mentale è scomparsa con il fallimento dell’ideologia violenta, ma è diventata un modo per comunicare il vuoto… ».

Il rimando agli anni di piombo è giustificato perché accanto alla lotta armata che comincia a manifestarsi agli inizi degli anni ’70, ha inizio l’esplosione delle rivendicazioni libertarie che hanno a fondamento la liberazione sessuale, simbolo di un affrancamento totale dai limiti della «morale corrente, vecchio borghese e cattolica».

Enzo Peserico, nei Quaderni di Cristianità (n.5, 1986) ricostruisce con chiarezza la duplice valenza della contestazione titolando un suo saggio sull’argomento: Gli «anni del desiderio e del piombo». Dal Sessantotto al terrorismo, ove per desiderio si deve intendere la discesa «in interiore homine» per operarvi un’azione distruttiva dei tradizionali valori della religiosità, dei modelli ideali che incarnano l’amore cristiano: soprattutto l’idea e la realtà della famiglia, pilastro insostituibile di una società naturale modellata sui dettami evangelici (Cfr il libello Contro la famiglia, Stampa alternativa, Roma 1970 sequestrato, condannato e poi ripubblicato in edizione interamente aggiornata nel 1976).

La formula di questa discesa «in interiore homine» per rovistare psicanaliticamente negli abissi dell’inconscio, venne espressa nel Sessantotto in una dichiarazione di Herbert Marcuse, falso maestro di un’intera generazione, secondo la quale la rivolta giovanile era «una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale. Una ribellione totale. Essa trova origine nel profondo degli individui. Questi giovani non credono più nei valori di un sistema che cerca di informare e di assorbire tutto. per vivere un’esistenza governata dagli istinti vitali finalmente liberati, i giovanio sono disposti a sacrificare molti beni materiali» (Marcuse: manifesto del nuovo Adamo, intervista a cura di Mauro Calamandrei in L’Espresso, 24 marzo 1968).

falsa la premessa e false le conseguenze: «per vivere un’esistenza governata dagli istinti finalmente liberati», alcuni giovani cominceranno ad uccidere e molti altri a inebriarsi con droghe, perché il fine essenziale della contestazione sapientemente strumentalizzata era la distruzione dell’ordine esistente, nella società e nell’uomo, per impiantarvi il «mondo nuovo» del permissivismo e del consumismo. la letteratura al riguardo è oggi assai vasta. ma a noi preme sottolineare come «la rivoluzione erotica», «espressione degli istinti vitali finalmente liberati», ha cercato la colonizzare il nostro Paese.

Scriveva al riguardo l’indimenticabile amico Rodolfo Quadrelli in un libro che avrebbe meritato (come d’altronde tutte le sue opere ora introvabili) maggiore attenzione da parte di tutti: «L’influenza della psicanalisi è stata determinante. Interpretandola bene o male, si dice che la repressione sessuale è causa di turbe psichiche, e l’atto sessuale diventa normativo, inteso al buon funzionamento della macchina.

Mentre il capitalismo primitivo, fondato sull’ascesi razionalizzata dei vizi spirituali, non poteva permetterlo, il nuovo capitalismo, largamente spersonalizzato, può permetterlo; o addirittura, nella sua più recente versione, può raccomandarlo, inteso com’è a liberarsi dalla famiglia e dal risparmio, entrambi potenti remore ai consumi» (Il Paese umiliato, Rusconi, Milano 1973, p.30).

Ma, per verificare il giudizio di Volpini, occorre andare alle fonti della cultura trasgressiva, ai testi ideologici pubblicati nei primi anni della contestazione, come ad esempio in Ma l’amor mio non muore (a cura di Riccardo Sguardi e Guido Vivi, Arcana, Roma 1971), un’antologia di documenti pubblicati tra il 1969 e il 1971, i quali ben riflettono il tema della rivoluzione politica e della rivoluzione sessuale.

Nella raccolta, impiantata sullo slogan «il personale è politico» come motivo conduttore del Sessantotto, si precisa che «per individuare il tutto bisogna cominciare con la frammentazione dell’individualità, in questo senso la comune è un progetto nel quale si tenta di realizzare l’optimum delle relazioni interumane. Dio, patria e famiglia sono storie dell’altro ieri!». Mentre «ogni rivoluzione politica è contemporaneamente una rivoluzione economica, sessuale e viceversa».

Dopo aver indicato i modi anche concreti per operare la violenza rivoluzionaria si passa ad esaltare l’uso delle droghe e degli allucinogeni, per giungere in chiusura alla esaltazione della Rivoluzione sessuale: «competenti medici» dicono che «l’aborto non è niente di più di un intervento medico ambulatoriale, come l’incisione di un foruncolo o la medicazione di una scottatura».

Indubbiamente questi erano i deliri di una gioventù usata per scardinare il sistema, come ha scritto Peserico nel saggio citato, questa antologia come altri scritti nei collettivi, nelle comuni e nei centri sociali «mostra come il coacervo di impulsi ideologici che caratterizza la nuova utopia – ricevuti da Karl Marx e da Marx Horkheimer, da Herbert Marcuse e da Wilhem Reich – spinga la Rivoluzione culturale verso un’unica direzione di marcia, che è anzitutto la negazione radicale dei valori tradizionali».

Certo, come afferma Volpini nell’intervista citata a questo giornale, «accostare terrorismo e offerta dal piccolo schermo della pellicola di Bertolucci» può «apparire azzardato…», ma non lo è se riandiamo al contesto politico e culturale di sedici anni or sono, quando il film apparve e fu giustamente censurato, e alla mentalità trasgressiva che intendeva alimentare.

Con ironia (quell’ironia che lo scrittore marchigiano invoca quale «uscita di sicurezza») Emanuele Samek Lodovici scriveva nel 1973 su Studi Cattolici: «La borghesia ha un bisogno profondo di film come Ultimo tango, perché dare spazio alle proprie tentazioni significa conquistarsi ancora un po’ di libertà; e il sesso è invero l’ultimo tripudio concesso a chi pensa che l’innalzamento dell’uomo si riduca al problema del buon funzionamento degli ascensori».

Volpini aggiunge ancora delle parole che bruciano e fanno riflettere: «Certo, è una trasgressione da quattro soldi, ma non mancano le conseguenze: l’esito può essere la mortificazione di tutta una vita, di tutto un costume, una sorta insomma, di assassinio morale».

Dalla infame definizione del matrimonio fornita da Kant («Il contratto tra un uomo e una donna per l’uso reciproco degli organi sessuali») alle manifestazioni dell’erotismo quale consumo di massa, la morale autonoma rivela i suoi esiti distruttivi. Il valore, come elemento che fonda gli atti quotidiani dell’uomo comune, viene negato da una scelta soggettivistica alla quale è lasciato libero sfogo, ad onta delle distruzioni che essa provoca sul piano morale.

Dal problema del sesso a quello della famiglia (già scossa dall’introduzione del divorzio e dell’aborto), il laicismo manifesta nelle sue varie sfumature lo spirito corrosivo dell’idea di modernità, la pretesa che essa racchiude di redimere l’uomo attraverso l’alterazione radicale delle strutture sociali. la lotta contro il male è per il laicismo dialettica incessante di negazione e di affermazione, ove la negazione corrisponde all’attacco agli istituti fondati sull’assenso religioso, e l’affermazione alla creazione della morale situazionale, provvisoria, legata al cosiddetto libero corso delle cose, al mai tanto deprecato senso della storia.

Il problema sollevato dal giudizio di Volpini è fondamentale per intendere il senso di una marcia che mercifica sempre più la persona e la assoggetta al rullo compressore del potere.