La Chiesa tra Rivoluzione e Controrivoluzione

Pisa, 13 gennaio 2015

sale parrocchiali della Chiesa di Santa Maria del Carmine

Trascrizione, non rivista dal relatore, del terzo incontro del ciclo “Itinerari della dissoluzione contemporanea”, organizzati da Alleanza Cattolica, Croce di Pisa.

Relatore: Don PIETRO CANTONI, Rettore del Seminario sezione “Beato John Henry Newman”, Docente di Teologia Trinitaria e Teologia Fondamentale allo Studio Teologico Interdiocesano di Camaiore, Moderatore della Fraternità San Filippo Neri, Collaboratore della rivista “La Roccia”

_____________________

Ho letto il titolo della conferenza ma non ci ho riflettuto molto, colpa mia. Se avessi potuto rifletterci più attentamente avrei suggerito un cambiamento, perché il libro Rivoluzione e controrivoluzione, che spero tutti voi conosciate, il secondo paragrafo del dodicesimo capitolo della seconda parte, è intitolato proprio “La Chiesa tra rivoluzione e controrivoluzione”.

La Chiesa è qualcosa di molto più alto e di molto più ampio della rivoluzione e della controrivoluzione. Un titolo più adeguato sarebbe stato: “La Chiesa e rivoluzione e controrivoluzione”. Ad ogni modo il titolo di ciò che vi dirò questa sera è “Riflessioni su Rivoluzione e controrivoluzione e la situazione attuale”. Ovvero oggi ci troviamo in una situazione che dà molto da pensare e credo sia il minimo che si possa dire.

Cosa è Rivoluzione e controrivoluzione? Per me è sempre stato un libro di formazione ed è sempre presente sulla mia scrivania e sul mio comodino, nel senso che l’ho sempre letto e riletto come un testo molto importante e ha una caratteristica: più che un libro da leggere è un libro “da fare”, nel senso che propone un metodo. La sua prospettiva è di introdurci ad una metodologia; è qualcosa di paragonabile ad un altro libro cui sono molto legato: il libro degli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, che è un altro libro “da fare”.

Rivoluzione e controrivoluzione è una metodologia che parte da alcuni presupposti, che non sono altro che il riassunto di ciò che il magistero della Chiesa ha detto da quando, potremmo dire, esiste il magistero ordinario stesso ovvero a partire da Gregorio XVI, agli inizi dell’1800. Da questo momento in poi la Chiesa è andata dispiegando una serie di giudizi sull’andamento della cultura e della società del suo tempo, dicendo che il cristianesimo venuto a contatto con la civiltà greco-romana ha dato origine ad una cultura e una civiltà cristiana; quella che noi possiamo chiamare “la cristianità”.

Ciò attraverso tappe consistenti: prima la civiltà greco-romana, poi le invasioni barbariche, in cui sembrava tutto fosse rimesso in discussione ma poi la Chiesa ha trovato energie straordinarie per convertire i barbari. Mediante il suo insegnamento e il suo apostolato ha avviato un processo di conversione per cui da queste invasioni di barbari è nata una nuova cristianità; una nuova civiltà che a partire dall’Umanesimo e poi col Rinascimento e la Riforma protestante ha cominciato a entrare in crisi avviando un processo che il professore Plinio Corrêa de Oliveira basandosi su dati della scuola controrivoluzionaria ha chiamato Rivoluzione.

Rivoluzione che conosce delle tappe: gli albori sono Umanesimo e Rinascimento in cui, mentre la cristianità medievale era tutta incentrata in Dio, pian piano questo centro si sposta e diventa l’uomo. La seconda tappa è la Riforma, in cui è messa in discussione l’autorità religiosa. A questo punto emerge un cristianesimo non senza chiesa ma senza una gerarchia ecclesiastica.

Come sappiamo proprio grazie alla Riforma protestante, basandosi su elementi oggettivi – vescovi che si comportavano male, ecc. – Lutero ha buttato l’acqua sporca con dentro il bambino, eliminando la gerarchia e buona parte dei sacramenti. E’ stata insomma fortemente compromessa l’autorità religiosa. Poi abbiamo la Rivoluzione francese, in cui viene compromessa l’autorità politica.

Terza tappa la rivoluzione comunista, in cui viene compromessa l’autorità economica. Il professor Plinio sosteneva nei suoi scritti che vi sarebbe stata anche una quarta tappa della rivoluzione: la Quarta rivoluzione, che avrebbe avuto come centro di azione l’uomo. Eliminata l’autorità religiosa, eliminata l’autorità politica, eliminata l’autorità economica, viene compromessa anche quella forma di autorità che troviamo in noi stessi per cui l’uomo pensa di dover mettere un po’ d’ordine dentro le sue passioni e invece la prospettiva rivoluzionaria porta ad una dissoluzione dell’unità dell’uomo.

Queste sono considerazioni che in Alleanza Cattolica abbiamo fatto per tanto tempo e abbiamo identificato questa Quarta rivoluzione con quello che viene chiamato anche, in termini più semplici, Il Sessantotto. Io allora avevo diciotto anni, e mi ricordo che cominciò una prospettiva rivoluzionaria la quale già si presentava tendenzialmente in quelle forme che si manifestano oggi. Questa è un po’ la prospettiva rivoluzionaria descritta in Rivoluzione e controrivoluzione.

Plinio Corrêa de Oliveira

Che cosa ha detto il professor Plinio a proposito della Rivoluzione? Che bisogna reagire, ma non basta una mera reazione; bisogna mettere in campo una vera controrivoluzione, perché la reazione è un qualcosa di immediato e può anche diventare ideologica, infatti Plinio Corrêa de Oliveira cita una frase molto bella di Joseph De Maistre, secondo il quale la controrivoluzione non è una rivoluzione di segno contrario ma è il contrario della Rivoluzione: cioè non si tratta di reagire, anche un po’ violentemente, e di contrapporsi ma bisogna concepire il contrario della rivoluzione e innestare un processo che il professore Plinio identifica in tre dimensioni. La Rivoluzione comincia con le tendenze, ovvero mentre quando si vive in una società ordinata si ama anche l’ordine pian piano comincia a farsi strada un non apprezzamento dell’ordine; le tendenze diventano idee e le idee diventano fatti. Questo ovviamente in estrema sintesi.

Che cosa è successo oggi? E’ intervenuto un cambiamento radicale. Come sempre succede nella storia vi sono degli eventi di cui ci si rende solo progressivamente conto. Mio fratello Giovanni Cantoni, che molti conoscono, ha uno stile di esposizione un po’ particolare, in quanto parla molto per immagini, una volta ha buttato là questa immagine: dobbiamo prendere coscienza che la nonna è morta. Cosa intendeva?

Che la cristianità è morta, non c’è più. Quella cristianità che è stata costruita e che andava difesa contro la rivoluzione è arrivata al punto di scomparire. E’ una consapevolezza antica e che non è cominciata ieri l’altro. Esiste una letteratura della crisi della cristianità i cui autori principali, che io sappia, sono Oswald Spengler, il quale ha scritto La caduta dell’Occidente, la cui prima edizione è del 1918, ovvero al termine della Prima guerra mondiale, evento catastrofico che ha enormemente colpito l’immaginario umano, la consapevolezza delle persone.

In esso Spengler descrive come la civiltà occidentale sia arrivata al suo punto di maturazione e di decadenza. Lo fa in termini molto drastici e non in tutto condivisibili ma la cosa interessante è che si è accorto che la civiltà stava crollando. Un altro autore, che scrive nel 1927 e che anche in questo caso non raccomando, è René Guénon col suo libro famoso La crise du monde moderne; poi ha scritto un altro libro sulla stessa linea e che ne sarebbe la continuazione: Il regno della quantità e i segni dei tempi del 1945.

Alla fine della prima guerra mondiale e alla fine della seconda guerra mondiale molti si sono accorti che c’era qualcosa che non andava. Secondo un altro autore che forse molti di voi conoscono: Ernst Nolte, queste due guerre non sarebbero che una unica guerra civile europea, iniziata nel 1915, con una breve interruzione per poi riprendere e durare fino al 1945.

Questo secolo che ci sta alle spalle, il XX, è stato descritto dal Plinio Corrêa de Oliveira in un famoso articolo del 1951: Il secolo della guerra, della morte e del peccato. Ed effettivamente è stato un cataclisma col quale le guerre del passato non sono paragonabili.

Insomma ci si è accorti che stava succedendo qualcosa di grosso, su cui la Chiesa ha riflettuto. Il Magistero è una funzione molto importante della Chiesa, in quanto essa si fa insegnante, e spesso dice delle cose che al momento non sono capite ma vengono capite dopo. Faccio qualche piccolo esempio: pensate al rischio del socialismo.

Il socialismo è apparso improvvisamente sulla scena con Il Manifesto di Marx ed Engels nel 1848, ma Pio IX aveva messo in guardia contro il socialismo nel 1846, due anni prima. Il magistero della Chiesa è profetico, e lo dico non per farvi pensare che i soggetti di questo magistero siano dei personaggi straordinari di suprema intelligenza, anche se in qualche caso è vero, ma è un fatto di fede. Noi siamo convinti che la Chiesa parla per assistenza speciale dello Spirito Santo e molto spesso anche al di là dei limiti delle persone che si fanno soggetto del Magistero, che in molti casi neppure loro capiscono bene quello che stanno dicendo.

La Chiesa si è resa conto che stava accadendo qualcosa di drastico e di radicale, cioè che questa grande civiltà era arrivata alla sua fine. C’è un autore: Jean Marie Daniélou, il quale ha scritto un libro sulla teologia della storia, secondo cui – siamo nel 1953 – la civiltà cristiana è ormai in stato di decomposizione. Pensate cosa direbbe oggi. Mio fratello, che come ho detto ama le immagini, dice: è come una balena spiaggiata. La morte è già avvenuta ma la decomposizione avviene lentamente; è un processo che può durare anche molto tempo, perché la balena è grossa, e arriva anche una ultima fase – quando la decomposizione è ormai avanzata – particolarmente fastidiosa a causa del grande fetore che emana.

Voi penserete che sono particolarmente pessimista, ma è soltanto realismo in quanto siamo pienamente dentro a questo processo. Attualmente la nostra antica civiltà cristiana è morta da tempo, decomposta e in stato di putrefazione; se non sentite la puzza basta guardarsi intorno.

La Chiesa di questo se n’era accorta e come ha affrontato la situazione? Vi leggo qualche passo. Il primo è di san Giovanni Paolo II ed è tratto dalla Lettera apostolica “Nuovo millennio ineunte” del 2001: «E’ ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la società cristiana che pur tra le tante debolezze che sempre segnano l’umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici».

Ma mentre il Magistero prende atto del fatto che questa esistenza non c’è più, invita a non lasciarsi andare al pessimismo. Dice sempre san Giovanni Paolo II: «Intorno a noi dilaga una visione pessimistica dell’evoluzione che il sentimento religioso sta vivendo. Questa concezione fatalistica proviene in realtà da una estensione indebita dei mutamenti culturali avvenuti negli ultimi due secoli.

L’intensità dell’esperienza religiosa in una determinata società dipende da molti fattori e nella storia ha avuto spesso sviluppi imprevedibili. Nessun pessimismo fatalistico può essere accettato dal credente, al quale la fede insegna che è Dio colui che opera nel cuore e opera come vuole, secondo il beneplacito misterioso della Sua volontà. O deve forse dirsi che oggi il braccio del Signore è raccorciato?».

Parlo di ottimismo ma questi termini vanno capiti; non si tratta di una questione sentimentale ma di capire che è finito qualcosa però noi dobbiamo muoverci per la nascita di qualcosa d’altro.

Prosegue san Giovanni Paolo II: «Non sappiamo quali saranno le caratteristiche della civiltà cristiana del terzo millennio». Il Papa non sa ancora quali saranno ma dà per scontato che ci saranno e questo non deve sorprenderci. Neppure i santi papi dell’inizio avevano potuto prevedere la sintesi culturale del Medioevo e i medievali a loro volta non avrebbero immaginato neppure lontanamente l’espansione missionaria dei secoli successivi. «Nessuna meraviglia dunque che il futuro ci resti oscuro. Ciò che possiamo tuttavia dare per certo è che l’avvenire offrirà anche a noi l’epifania di un nuovo aspetto della pienezza dei tempi».

Qui il Papa fa riferimento alla caduta dell’impero romano. Oggi ci sono degli storici, ne cito uno francese, Michel De Jaeghere, purtroppo non ancora tradotto in italiano, che ne Les Derniers Jours: La Fin de l’Empire romain d’Occident, pubblicato nel 2014, paragona la situazione attuale con il crollo dell’impero romano trovando una serie di analogie fortissime. Anche allora i nostri padri avevano l’impressione che stesse finendo il mondo. Per uno che era cresciuto con quella forza e sicurezza che l’impero comunicava, a vedere che tutto stava crollando molti padri della Chiesa erano convinti che stesse finendo il mondo; e lo possiamo anche capire.

Però dobbiamo pure vedere come qualcuno aveva capito che stava finendo un mondo e non il mondo. E cosa avevano pensato di fare? Era inutile mettersi a difendere quello che ormai non era più possibile difendere, quindi provarono a trasmettere e comunicare il più possibile di ciò che di buono, di vero, di autentico c’era in questa civiltà perché potesse essere come un seme per la futura rinascita.

Questi personaggi sono molto concreti: san Manlio, san Torquato, san Severino, san Boezio, il quale ha fatto il ministro di Teodorico e soprattutto ha tradotto molte opere dal greco al latino e ha creato le basi per lo sviluppo culturale dell’Occidente. Poi c’è stato Cassiodoro, anche lui un grande dello stesso periodo, il quale ha fondato una specie di monastero, Vivarium in Calabria, dove ha gettato le basi della metodologia dello studio nel Medioevo: il Trivium e il Quadrivium.

Un altro ancora più importante per altri spetti, e anche lui patrizio romano, è stato Benedetto, il quale ha cominciato a fondare monasteri in cui venivano accolti i barbari e attraverso i monasteri ha educato le popolazioni barbare ad una prospettiva di civiltà tutto sommato romana.

Talvolta leggendo la regola di san Benedetto vi sono punti che fanno anche un po’ ridere; come là dove dice che il monaco non deve mai ridere. Ma io che vado spesso in Germania e quando ho ascoltato le risate dei tedeschi che nelle osterie avevano già bevuto una decina di birre ho capito cosa intendeva Benedetto. Insomma è l’educazione, che è entrata nella nostra civiltà. Noi non ci rendiamo conto di cosa i monaci ci hanno insegnato; ad esempio comunemente diciamo: «Vado a fare colazione», ma la parola “colazione” da dove viene? Dalle “collaziones” di san Giovanni Cassiano che erano lette nei monasteri. Il fatto di mangiare con la forchetta, il coltello, il cucchiaio e la tovaglia ce lo hanno insegnato i monaci.

Tutto questo è stato il frutto della trasmissione di questi personaggi straordinari e di questo se ne è accorto anche il professor Plinio Corrêa de Oliveira, il quale ha spunti molto importanti, come quello in cui dice: «Presentare la controrivoluzione come fosse una semplice nostalgia – non neghiamo d’altra parte la legittimità di questa nostalgia – significa mutilare la causa che si vuole servire». Il problema è lavorare al nostro livello, favorire la rinascita, che è un’altra cosa. Essere nostalgici, e mi rifaccio ancora ad una espressione di mio fratello, significa che l’utopia più pericolosa non è quella del futuro ma quella del presente, ovvero quando si pensa di vivere in una società che non esiste più. E’ un sogno e in politica i sogni non servono.

La nostalgia può servire a pensare com’era bello il Medioevo. Quando entriamo in una qualunque chiesa medievale e vediamo i simboli che ci sono…. Come ha detto Benedetto XVI quando si pensa al Medioevo si pensa soltanto all’inquisizione o alle crociate ma quando si entra nelle chiese si vede che queste non sono state costruite da persone cupe e arrabbiate ma da persone con una fede profonda, che oggi non è neppure più capita.

Se entriamo in una grande cattedrale siamo assediati dai giapponesi che scattano fotografie, ovvero persone che sono lì per catturare qualche immagine ma che non capisce più la ricchezza che c’è dentro. Certamente è importante coltivare questa bellezza ma va fatto in una prospettiva: la prospettiva di una ricostruzione.

Prima abbiamo detto, e oggi se ne parla: siamo alla fine del mondo? Perché tutto crolla e lo fa in modo strano. Quando una persona arriva a pensare che due uomini o due donne possono mettere su famiglia c’è qualcosa che non va. Sono evidenze in cui anche lo sforzo che mettiamo in campo per dimostrare la ragione di questo o di quello richiede uno sforzo terribilmente faticoso. Come si fa a dimostrare l’evidenza? Cito sempre una battuta di Padre Pio il quale, quando gli dicevano che c’era qualche psicologo che sosteneva che le stigmate gli erano venute a furia di pensare a Gesù sul crocifisso, rispondeva: «Dite a quel medico che pensi molto di essere un bue, vediamo se gli crescono le corna».

E oggi sono messe in crisi le evidenze fondamentali, ovvero siamo al punto in cui veramente si potrebbe pensare di essere alla fine del mondo. Dobbiamo allora porci la domanda: siamo alla fine del mondo o di un mondo?

I passi della Scrittura sono molti ma uno è importante: Matteo, capitolo 24 versetto 14: «Questo vangelo del regno sarà annunciato in tutto il mondo perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli e allora verrà la fine». I teologi e i cristiani si sono sempre regolati su questo: bisogna che il Vangelo sia annunciato in tutto il mondo. Ci può essere una interpretazione un po’ grossolana del tipo: in fin dei conti oggi trovare qualcuno che non sa chi è Gesù è difficile, quindi… Ma quando parliamo dell’annuncio del Vangelo parliamo della comunicazione di una informazione o di qualcosa di un po’ più importante? La civiltà greco-romana ad esempio non è stata soltanto “informata” che Gesù è il figlio di Dio che si è incarnato ma le verità del cristianesimo sono entrate nel tessuto vivo di questa civiltà trasformandola.

Se ci guardiamo attorno possiamo pensare che oggi Gesù è conosciuto un po’ dappertutto e dobbiamo anche dire che il personaggio Gesù Cristo è anche stimato. Prendiamo il popolo ebraico; oggi per trovare un rabbino che sia proprio convinto che Gesù è stato messo in croce giustamente perché era un mascalzone ci vuole il lanternino. Ce ne sono, ma sono personaggi assolutamente marginali e l’opinione comune del popolo ebraico è che Gesù era un grande ebreo e l’hanno fatto fuori i romani.

Nel mondo induista Gesù è un avatar di Visnu, pertanto è accettato da tutti quanti. Nel mondo mussulmano Gesù secondo l’escatologia del Corano sarà colui che verrà alla fine dei tempi e giudicherà tutti e anche Maometto. Ma Gesù, il figlio di Dio che è venuto a salvare il mondo e manifestare concretamente la misericordia di Dio per questo mondo è entrato nella testa dei popoli?

Vedendo come spesso noi cattolici reagiamo di fronte proposte, come il Giubileo della Misericordia devo dire, ahimé, che è difficile possa entrare per opera nostra nella testa degli altri, perché non è entrato neppure nella nostra testa.

L’Islam parla della misericordia? Certamente! La maggioranza delle 144 sure del Corano cominciano con la basmala: “Bi-smi ‘llāhi al-Rahmāni al-Rahīmi”: In nome di Dio, Clemente, Misericordioso; ma cosa vuol dire in concreto nella mentalità e nell’ortodossia islamica? Che Dio è clemente e misericordioso con quelli che se lo meritano; ma Gesù è clemente e misericordioso solo con quelli che se lo meritano? Se fosse vero staremmo freschi.

Quel grande controrivoluzionario che è Nicolás Gómez Dávila, che apprezzo tantissimo, ha avuto il coraggio di dire: «Ho una unica speranza, che Dio sia ingiusto», e il suo direttore spirituale, quando gli ha fatto il funerale, ha citato questa frase. Ovviamente bisogna capire il senso: la speranza è che Dio non abbia quella giustizia umana che noi gli attribuiamo.

Il problema vero allora è questo: bisogna ricominciare. E qui cito ancora Giovanni Paolo II; lo faccio a memoria perché lo ha detto tante volte e penso sia evidente: è necessario dare vita ad una nuova evangelizzazione; questo nella consapevolezza che quella civiltà che la fede cristiana ha costruito ormai è finita, ma anche nella consapevolezza che può ricominciare.

Se dal punto di vista umano prendiamo in considerazione la situazione dell’Europa, tra immigrazioni, confusioni, calo della natalità… Non si ha il coraggio di dire che se la nostra economia va male è perché ci sono sempre meno braccia che lavorano, perché i figli non ci sono più. Una volta sono andato a Gerusalemme in pellegrinaggio e ho parlato con un patriarca, monsignor Laham, il quale ci ha ricevuto.

La gente gli ha fatto anche qualche domanda, ad esempio cosa pensava dei migranti che vengono da noi in continuazione, molti dei quali islamici, e il monsignore Laham mantenendo la calma ha preso una sedia, ci si è seduto è ha detto: «Secondo voi qualcun altro si può sedere su questa sedia? No, perché è occupata. Ecco, fate dei figli e vedrete che non verranno più». Molto semplice, ma è questa è la verità. Noi siamo in un mondo straricco, figli non ce ne sono più e loro arrivano. Si riproduce il fenomeno antico, che chiamiamo “invasioni barbariche” e i tedeschi “völkerwanderung”, migrazione di popoli. Ad un certo punto l’impero romano si era fatto flaccido e l’esercito romano era composto nella totalità da barbari, i quali ad un certo punto, visto che avevano in mano tutto, hanno preso anche il resto.

Davanti a questa situazione se ragioniamo solo umanamente…. E qui mi rifaccio al passo di un libro molto bello che consiglio di leggere, Rapporto sulla fede, l’intervista di Vittorio Messori all’allora cardinale Joseph Ratzinger, al quale ad un certo punto – rispondendo alla domanda di Messori, dopo una descrizione abbastanza cupa della situazione della Chiesa, se vi era una possibilità di ripresa – con la sua freddezza tipica disse: «Dal punto di vista umano non c’è assolutamente più niente da fare». Era il 1989 e oggi possiamo dire la stessa cosa: dal punto di vista umano il nostro destino, se non moriremo prima e se avremo la forza di non convertirci è che ci appenderanno da qualche parte e ci taglieranno la gola. Ma noi cristiani dobbiamo far conto sul punto di vista divino, basandoci anche su eventi storici. Quando è cominciata la nostra cristianità in Occidente Paolo è arrivato a Roma e cosa ha trovato?

Vi leggo questo passo, il capitolo primo della Lettera ai romani, versetti dal 24 in avanti, che è la descrizione della società romana del suo tempo: «Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il creatore, che è benedetto nei secoli. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura e similmente i maschi. Lasciando il rapporto naturale con le femmine si sono accesi i desideri gli uni con gli altri commettendo atti ignominiosi maschi con maschi ricevendo così in sé stessi la retribuzione dovuta al loro tradimento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne. Sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia, pieni di invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità, diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia».

A questo punto cosa avreste fatto? Sareste scappati da un’altra parte e invece cosa ha fatto san Paolo? Si è rimboccato le maniche.

Certo, la cosa non è durata cinque minuti e chi vuole fare il militante della controrivoluzione deve avere il cuore grande. Per usare un termine usato anticamente e che oggi non è compreso: bisogna essere magnanimi. Chi ha animo grande è disposto a lottare oggi per qualcosa che lui non vedrà.

Quali esempi si possono fare? I contadini di una volta erano disposti a piantare anche una quercia, sapendo benissimo che loro non l’avrebbero mai vista; ma lo facevano per i loro pronipoti, perché c’era la mentalità di costruire qualcosa a lungo termine.

Se oggi in Italia siamo cristiani è perché san Paolo e san Pietro hanno cominciato ad annunciare il Vangelo a persone che non ne volevano sapere. Un altro esempio molto bello è san Daniele Comboni, al quale ad un certo punto gli scrive un amico di Verona, la sua città, dicendo: tu che stai lì e ti dai tanto da fare per questi negretti, ma sono davvero così bravi da meritare il tuo impegno e il tuo disagio in quel clima pessimo? La risposta: no, sono cattivi, sono crudeli, sono imbroglioni, sono feroci. Allora perché lo fai? scrive l’amico; risposta: perché i miei antenati erano come loro. Gli antenati di Comboni probabilmente erano Longobardi e secondo la Historia Langobardorum di Paolo Diacono erano personaggi che se li vedevi arrivare da lontano conveniva cambiare strada perché prima ti tagliavano la testa e poi sentivano se avevi qualcosa da dire.

Nella nostra comunità ci sono anche due africani del Benin, che appartengono ad una etnia molto importante perché anticamente avevano creato il regno del Dahomey e i francesi hanno dovuto faticare parecchio per piegarli. Parlando con Jules, uno dei due, egli spiegava che il loro ultimo re, che si chiamava Secuturé, fu mandato in esilio in Algeria, perché era talmente feroce che se lo avessero mandato in qualsiasi posto vicino lo avrebbero ucciso. Io gli ho detto che anche tra i miei antenati c’era un certo Albuino, re degli Euli, il quale per fare una gentilezza alla moglie Rosmunda si dice abbia preso un calice fatto col cranio del padre di lei facendola bere. Questi erano i nostri barbari.

Daniele Comboni diceva: se qualcuno è stato così coraggioso da avere a che fare con questi barbari e convertirli, pagando tutto quello che c’è stato da pagare, perché io non devo impegnarmi a convertire questa gente? Da cui tra l’altro stanno arrivando adesso delle persone straordinarie. Non so se avete letto il libro del cardinale Robert Sarah, Dio o niente, in cui egli fa vedere una fede fortissima, lui figlio di pagani. E poi questi due ragazzi di cui ho detto che vengono da un tribù che era veramente feroce. E’ straordinario; perché i cambiamenti possono avvenire e possono avvenire soltanto se si ha fede.

Allora cosa fare? Perché la situazione è questa: dobbiamo ripartire ricominciando con umiltà e pazienza, basandoci sulla fede e sulla preghiera. Da questo punto di vista la controrivoluzione ha un rapporto straordinario con la devozione mariana. Il professor Plinio lo ha detto in mille modi: se siamo devoti della Madonna e la preghiamo con fiducia possiamo cominciare questa opera straordinaria che è totalmente al di là delle nostre forze. Come diceva Giovanni Paolo II, come sarà la cristianità del futuro? Non lo sappiamo però ci sarà, se ci rimbocchiamo le maniche e ci diamo da fare

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: