di Marco Respinti
Il mondo della letteratura, non solo quello dei fan della fantascienza in senso stretto, piange la scomparsa dell’insuperabile Ray Bradbury, morto il 5 giugno all’età di quasi 92 anni. Perché il talentuoso scrittore – noto anche ai profani per titoli immarcescibili entrati addirittura nel gergo quotidiano anche di chi ne ha nel tempo smarrito l’origine, per esempio Cronache marziane (1950) e Fahrenheit 451 (1951) – è stato un alfiere di quell’umanesimo pieno, rotondo e mai al ribasso che dovrebbe essere, e grazie ad alcuni irriducibili «eroi» caparbiamente ancora è, il mondo delle «belle lettere», secondo il modello classico – cioè intramontabile – del vir bonus dicendi peritus.



Nel “[…] clima di “crisi” che attualmente investe […] le istituzioni pubbliche […] sulle quali la convivenza umana si fonda” (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla prima sessione della Conferenza permanente del Ministero dell’Interno della Repubblica Italiana su La cultura della legalità, dell’8-7-1991, n. 1, in L’Osservatore Romano, 8/9-7-1991), il quarto capitolo dell’opera Da representação política, Saraiva, San Paolo 1972, pp. 77-89. La traduzione è redazionale. 

Tempi n-23 – 13 giugno 2012
Tempi giugno 8, 2012



