Noi, stufe della scuola islamica

studentesse_veloArticolo pubblicato su
La Repubblica
14 settembre 2005

Parlano tre sorelle che studiavano in via Quaranta a Milano. Ora frequentano con il velo una statale

MILANO – «Eravamo stufe di stare nella scuola islamica di via Quaranta». Parlano per la prima volta, avvolte nello hijab, Saba, Almas e Halfa, tre sorelle pachistane che da due giorni frequentano un liceo pubblico italiano di Milano. Dicono: «Ci piacerebbe vestirci come le altre ragazze, ma la nostra religione non lo permette. Senza il velo mamma e papà non ci farebbero uscire di casa e ci hanno proibito di parlare con i maschi della nostra nuova classe. Ma vogliamo imparare l’italiano e restare in questo Paese».

di Teresa Menestiroli

MILANO – Saba, Almas e Halfa sono tre sorelle pachistane. Almas e Halfa sono gemelle, sono inseparabili, sono sempre vestite uguali. Hanno 17 anni. Saba è la maggiore, la più ribelle delle tre, e di anni ne ha 18. Dopo aver studiato in via Quaranta per due anni, da lunedì frequentano un istituto statale italiano di Milano dove vanno, con disinvoltura, con il capo coperto dalla hijab e il tradizionale kaftano che non lascia scoperto neanche un centimetro del loro corpo. Le abbiamo incontrate e per la prima volta, in un italiano ancora incerto, raccontano la loro esperienza.

Com’è andato il primo giorno di scuola?

«Benissimo».

Siete contente di essere in una scuola italiana?

«Molto. Aspettavamo questo momento da mesi».

Come mai?

«Eravamo stufe di stare in via Quaranta».

Perché?

«Lì le ragazze parlano solo in arabo. Qui invece abbiamo la possibilità di conoscere delle persone nuove, di fare amicizia anche con ragazze italiane e soprattutto di parlare la vostra lingua»

Non vi sentite a disagio a indossare il velo in classe?

«No, siamo abituate».

L’assessore ai Servizi Sociali del Comune di Milano Tiziana Maiolo ha scritto una lettera alle donne islamiche pregandole di lasciare che le loro figlie vadano a scuola vestite come le altre ragazze. A voi la hijbab dà fastidio?

«Molto – dice subito, senza timore, Saba, la sorella maggiore -. Con il velo addosso sento molto caldo». Saba indossa un velo nero, di lana, che le avvolge la testa e il collo. Almas e Halfa invece ne portano uno uguale, di cotone grigio, fissato sotto il mento da una spilla. «A noi no – rispondono all’unisono, come alla maggior parte delle altre domande -. Lo indossiamo sempre, fa parte della nostra religione».

Vi sentite diverse dalle vostre compagne di classe?

«Molto – dice subito, senza timore, Saba, la sorella maggiore -. Con il velo addosso sento molto caldo». Saba indossa un velo nero, di lana, che le avvolge la testa e il collo. Almas e Halfa invece ne portano uno uguale, di cotone grigio, fissato sotto il mento da una spilla. «A noi no – rispondono all’unisono, come alla maggior parte delle altre domande -. Lo indossiamo sempre, fa parte della nostra religione».

«No, perché?».

Per come vi vestite. Le ragazze italiane portano minigonne e pantaloni a vita bassa anche a scuola. Non vi piacerebbe essere libere di indossare quello che volete?

«Si, ma la nostra religione non lo permette». E Saba aggiunge: «Io il velo lo metto solo perché devo. Altrimenti i miei genitori non mi farebbero uscire di casa. Se fosse per me lo toglierei volentieri». Le gemelle sorridono, complici, mentre la maggiore inizia a slegare il foulard. Senza toglierlo, però.

Quando siete arrivate in Italia?

«Due anni fa».

Come mai siete andate a studiare in via Quaranta?

«Ha deciso nostro padre. Dall’anno scorso, al pomeriggio facevamo anche un corso di italiano. In tutto studiavamo dalle otto del mattino alle sei, tutti i giorni»

Perché avete cambiato scuola?

«In via Quaranta non imparavamo l’italiano. Dopo due anni, papà ha detto che non sapevamo parlare ancora bene e ha deciso di farci cambiare scuola».

La scuola araba non è bilingue?

«Si fanno lezioni in italiano, è vero, ma a scuola tutti parlano sempre in arabo».

Voi non conoscete l’arabo?

«Noi veniamo dal Pakistan e parliamo tre lingue: l’urdu, il punjabi e l’inglese. Di arabo capiamo solo alcune parole».

Come mai allora via Quaranta?

«Perché siamo mussulmane e lì si studia il Corano»

Pensate di restare in Italia dopo la scuola?

«Ci piacerebbe. Per questo vogliamo imparare bene la vostra lingua. Per integrarci e trovare un lavoro».

In via Quaranta studiano 500 bambini nell’illegalità. Le famiglie islamiche sbagliano a non voler mandare i loro figli nella scuola italiana?

«No, perché i genitori vogliono che i loro figli conoscano le regole della nostra cultura anche se vivono in un paese straniero. Spesso i bambini non ascoltano i genitori quando gli dicono come devono comportarsi. Solo andando a scuola tutti i giorni possono imparare la legge del Corano»

Eppure voi state frequentando la scuola statale

«Si, ma ormai siamo grandi»

Cosa direbbe vostro padre se vi vedesse parlare con un ragazzo fuori da scuola?

«Si arrabbierebbe. A noi non è permesso parlare con gli uomini»

Ma questo istituto è misto. Anche se la vostra classe, per coincidenza, è solo femminile, nei corridoi e all’uscita incontrate molti ragazzi. Come fate?

«Loro non ci parlano e neanche noi ci avviciniamo»

Vi dispiace?

«No»

Siete tornate in via Quaranta in questi giorni?

Risponde Saba, la più grande: «No e non ci voglio tornare. Le ragazze con cui studiavo mi hanno fatto arrabbiare».

Vi aspetta un anno difficile. Siete spaventate?

«Sappiamo che sarà dura ma siamo molto determinate. I professori della nostra classe sono tutti gentili con noi e anche gli studenti ci hanno accolto bene. Sicuramente sarà faticoso ma ne vale la pena».