Corrispondenza romana Newsletter n. n. 1970 del 30 settembre 2026
La beatificazione di mons. Fulton John Sheen, celebrata il 24 settembre 2026 a Saint Louis, riporta l’attenzione su una delle figure più originali del cattolicesimo americano del Novecento. Per milioni di persone Sheen fu il volto televisivo di Life Is Worth Living: un vescovo capace di parlare di Dio, del peccato e della salvezza con una chiarezza rara sui mezzi di comunicazione. Nel 1951 Sheen era stato nominato vescovo ausiliare di New York, nel 1966 vescovo di Rochester e, nel difficile periodo del “post-Concilio” e della Rivoluzione culturale del Sessantotto, chiamato in Europa a reggere come arcivescovo titolare la diocesi di Newport, nel Galles (1969-1979).
«L’arcivescovo Fulton J. Sheen è stato un faro di fede, speranza e amore che per decenni ha brillato attraverso i mezzi radiofonici e televisivi – ha affermato Leone XIV il 1° giugno 2026 in un discorso rivolto a 150 partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, opera della quale il nuovo beato è stato direttore nazionale dal 1950 al 1966 –. Io stesso sono stato testimone della sua evangelizzazione quando ero giovane. Le sue trasmissioni hanno raggiunto milioni di persone con la speranza del Vangelo e le sue iniziative e i suoi sforzi hanno prodotto un enorme aiuto spirituale e materiale alle Chiese nelle aree di prima evangelizzazione» (cfr. L’urgenza della carità per guarire il mondo colpito da odio e violenza, L’Osservatore Romano, 1° giugno 2026, p. 4).
Prima di diventare un protagonista della televisione, Sheen aveva dedicato anni allo studio e alla confutazione del comunismo. Il 25 settembre, su Catholic World Report, Patrick Novecosky ha ricordato questo aspetto della sua eredità. Secondo Sheen, la questione decisiva posta dal marxismo non era soltanto economica. Riguardava la concezione dell’uomo: chi è, da dove viene e quale sia il suo destino. Se la persona viene considerata unicamente come il prodotto delle condizioni materiali e dei rapporti sociali, la sua libertà e la sua coscienza finiscono per dipendere da un progetto politico. È qui che Sheen individuava la radice dell’errore comunista.
La sua opposizione al comunismo maturò ben prima che la guerra fredda ne facesse un tema quotidiano della politica americana. Sheen non si limitava a denunciare le persecuzioni religiose nell’Unione Sovietica, benché fossero una prova terribile della natura del regime. Voleva risalire ai principi che le avevano rese possibili. Nel 1948 pubblicò Communism and the Conscience of the West, un titolo significativo: la diffusione del comunismo chiamava in causa anche la coscienza dell’Occidente. Un mondo che avesse dimenticato Dio e ridotto l’uomo alla sola dimensione materiale avrebbe incontrato difficoltà a confutare fino in fondo il materialismo marxista.
Sheen coglieva così una contraddizione. L’Occidente difendeva la libertà contro il totalitarismo sovietico, ma una parte della sua cultura tendeva a spiegare l’esistenza umana soltanto attraverso l’economia, il benessere e il progresso tecnico. Su questo terreno il conflitto con il comunismo rischiava di ridursi a una disputa sui mezzi più efficaci per produrre e distribuire ricchezza. La risposta cristiana, invece, partiva da un’altra verità: l’uomo è creato a immagine di Dio, possiede una coscienza che nessuno Stato può assorbire ed è chiamato a un fine che oltrepassa la storia.
Le conseguenze politiche di quell’errore sono profonde. Se il bene dell’uomo viene identificato con un assetto economico da realizzare nella storia, ogni opposizione può essere presentata come un ostacolo al progresso. La libertà religiosa diventa allora una concessione del potere; la famiglia e le comunità naturali vengono giudicate in base alla loro utilità per il progetto rivoluzionario. La promessa di emancipazione si rovescia nel controllo delle coscienze. Sheen comprendeva che, dietro il linguaggio della liberazione, era in gioco il diritto dell’uomo a riconoscere una verità superiore allo Stato.
La sua critica, tuttavia, non consisteva in una semplice difesa dell’ordine esistente. Proprio perché prendeva sul serio la dignità della persona, Sheen richiamava anche l’Occidente a un esame di coscienza. Alla vigilia della sua beatificazione, è uscita in traduzione italiana una sua nuova corposa opera, dal titolo Preti. Uomini del Mistero (con Prefazione e a cura di Guido Vassallo, Edizioni Ares, Milano 2026, pp. 536, euro 24), focalizzata sulla vocazione sacerdotale e sulla difesa della vita di Fede insidiata dal«secolarismo di massa del XX secolo» (p. 203).
Il suo anti-comunismo era dunque inseparabile dalla sua opera di evangelizzazione. Mons. Sheen non chiedeva ai cristiani di scegliere un campo geopolitico come sostituto della fede. Li invitava a ritrovare le ragioni spirituali per le quali vale la pena difendere l’uomo.
Il vescovo americano vede tra le cause della degenerazione dell’Occidente anche il venir meno del ruolo del sacerdote in difesa della fede del popolo, in quanto «le idee marxiste si sono inconsciamente radicate o diffuse tra alcuni pastori e alcune pecore della Chiesa» (Preti. Uomini del Mistero, p. 11). Il «santo vescovo», come definito da Leone XIV, ha combattuto in effetti il comunismo per oltre quarant’anni, analizzandolo non come un semplice sistema economico, ma come una filosofia di vita totale e una pseudo-religione totalitaria. «Marx – scrive infatti Sheen in Preti. Uomini del Mistero – ha secolarizzato l’idea del giudizio alla fine dei tempi che avrebbe inaugurato una “nuova terra”; la rivoluzione comunista è l’equivalente della Seconda Venuta. Il paradiso attraverso il comunismo, o dopo una grave e violenta distruzione del capitalismo, la pace finalmente arriva sulla terra» (p. 13).
Sulla terra, invece, il tentativo dell’Unione sovietica di rimodellare la natura umana ha lasciato dietro di sé solo un grande raccolto di dolore. 200.000 vittime del terrore rosso tra il 1918 e il 1920, 11 milioni di persone decedute o per la fame o per la dekulakizzazione, 700.000 esecuzioni tra il 1937 e il 1938, almeno 2.700.000 prigionieri morti nei gulag. Se a questo novero aggiungiamo anche le morti causate dai regimi controllati dall’URSS – Corea del nord, Cina, Cuba, Vietnam, Cambogia e altre nazioni dell’Europa orientale – il numero totale delle vittime sfiora i 100.000.000 e questo senza menzionare come l’ateismo di Stato, denuncia Sheen, abbia alla fine «portato alla distruzione dell’immagine stessa dell’uomo» (p. 503).
È questo il tratto che rende ancora attuale la testimonianza di Fulton Sheen. La caduta dell’Unione Sovietica ha segnato il fallimento di un sistema politico, ma non ha cancellato la tentazione di misurare la persona soltanto in termini di produzione, consumo o appartenenza collettiva. La domanda posta da Sheen resta però precisa: una società riconosce nell’uomo una creatura dotata di anima, coscienza e destino eterno, oppure lo considera materia da organizzare secondo i propri fini?





