Blog di Aldo Maria Valli 31 Gennaio 2025
di Martin Grichting
I cristiani del XXI secolo vivono in Occidente in Stati che si definiscono democrazie liberali. A differenza di quanto accadeva nel Medioevo e all’inizio dell’età moderna, le istituzioni politiche non sono più influenzate dalla fede cristiana, o lo sono solo in misura residuale. Ciò è particolarmente evidente nei concetti morali. In modo semplicistico si potrebbe dire che le democrazie liberali sono «permissive»: non consentono proprio tutto, ma molto. Il Medioevo e l’inizio dell’età moderna appaiono invece «repressivi».
All’epoca, infatti, le opinioni e i comportamenti che si discostavano dal cristianesimo erano spesso repressi con la censura, l’esilio o addirittura il rogo. In nome della fede vera, non si voleva concedere diritto di esistere all’«errore» nello Stato e nella società. A tal fine, la gerarchia ecclesiastica si alleò con il potere secolare per far rispettare la fede cristiana nella vita delle persone. Tra le conseguenze di questa politica vi sono l’Illuminismo ostile alla religione e, infine, la Rivoluzione francese. Entrambi questi eventi hanno profondamente plasmato l’Occidente fino ai giorni nostri. E ci si può chiedere, al di là di un giudizio morale, se l’alleanza medievale tra trono e altare abbia giovato o danneggiato a lungo termine l’annuncio del Vangelo.
Comunque sia: i sovrani repressivi cattolici – e protestanti – furono rovesciati. Ciò limitò anche l’influenza della Chiesa. Essa non può più aspettarsi che lo Stato imponga con la forza, se necessario, i contenuti della sua fede e l’insegnamento della sua morale. La conseguenza nota a tutti è che oggi le democrazie liberali permettono la presenza di diverse religioni e ideologie, il divorzio e il matrimonio omosessuale, la selezione prenatale, l’aborto, il suicidio assistito eccetera. Indubbiamente, l’individualismo indotto dal liberalismo mina anche il matrimonio e la famiglia. Il tasso di natalità è ai minimi storici e il liberalismo rischia così di autodistruggersi. Infatti, le persone che l’Occidente, sempre più spopolato, importa per colmare i vuoti in termini di capitale umano, rifiutano in gran parte il liberalismo e lo aboliranno non appena ne avranno l’occasione.
Il liberalismo moderno ci ha portato libertà personale, progresso tecnico e benessere. Dovremmo esserne grati. Nessuno vuole rinunciare a questi risultati. Certamente come cristiani non possiamo gioire della decomposizione di ciò che costituisce l’umanesimo cristiano, tuttavia, dopo le esperienze fatte, imporre a tutti tramite lo Stato, se necessario con la forza, la fede cristiana e i relativi precetti morali non può essere la soluzione. Soprattutto bisogna ricordare che la coercizione è contraria alla fede cristiana stessa. E la parabola di Gesù della zizzania e del grano, che alla fine lascia al Signore il giudizio sulla verità e sull’errore, vale ancora oggi (Mt 13,24-30).
Uno sguardo alla storia rivela che il mondo non è sempre stato com’era nel Medioevo e nella prima età moderna. Questa epoca non è né l’unica possibile né può essere postulata come modello inevitabile con cui misurare il nostro tempo. Infatti, c’è già stato un tempo in cui i cristiani non dettavano le leggi dello Stato. Già una volta hanno vissuto in uno Stato «permissivo». Erano i primi secoli del cristianesimo, e il comportamento dei cristiani di allora può quindi essere fonte di ispirazione per il presente.
Nell’Impero romano i cristiani non si distinguevano tanto per ciò che facevano, quanto piuttosto per ciò che non facevano. Infatti, semplicemente non sfruttavano ciò che lo Stato permissivo consentiva o addirittura propagandava. In concreto: i cristiani non andavano ai giochi circensi, dove per divertimento venivano uccisi uomini. Si tenevano lontani dalle terme e da altri luoghi di prostituzione. Evitavano il culto pagano degli idoli. Non praticavano il divorzio, che era consentito. Non esercitavano nemmeno determinate professioni. In un catalogo per i candidati al battesimo risalente all’inizio del III secolo, nella «Traditio apostolica», si legge: «Se qualcuno è scultore o pittore, bisogna insegnargli a non realizzare immagini idolatre. O smette di farlo, oppure viene respinto». Anche le attività di gladiatore, cantante e interprete delle divinità erano incompatibili con il ricevimento del battesimo. Anche essere insegnanti poteva essere problematico, fintanto che ciò comportava l’insegnamento della dottrina politeista. All’inizio anche l’esercizio di cariche pubbliche era delicato, perché comportava l’idolatria.
È la lettera a Diogneto del III secolo che riassume la pratica dei cristiani. Di loro si dice che «non differiscono dagli altri uomini né per patria, né per lingua, né per costumi» e che si adeguano «ai costumi del luogo nell’abbigliamento, nel cibo e in ogni altro aspetto della vita». Quindi: niente ghetti, ma convivenza solidale con tutte le persone nelle questioni civili. Ma valeva anche: «I cristiani si sposano come tutti gli altri e generano figli, ma non li abbandonano» e questa pratica era l’equivalente dell’aborto odierno. La Lettera di Diogneto riassume infine il concetto in una frase, quando parla dell’atteggiamento dei cristiani nei confronti dei loro concittadini pagani: «Hanno una tavola comune, ma non un giaciglio comune».
I cristiani reagirono quindi in modo positivo, ma anche sicuri di sé di fronte allo Stato «liberale», rinunciando ai diritti civili che spettavano loro. Si trattava di una politica liberale in uno Stato permissivo. Infatti, con l’aumento del numero dei cristiani, le pratiche pagane come i giochi circensi o l’idolatria non avevano più mercato e furono quindi abbandonate. Allo stesso modo, anche l’uccisione e l’abbandono dei neonati caddero in disuso. Anche l’omosessualità e la pederastia persero il riconoscimento sociale. Molte pratiche contrarie al cristianesimo furono quindi eliminate non a livello politico-legale, tramite il potere statale, ma a livello di società civile.
I cristiani salirono sulle barricate solo quando lo Stato divenne illiberale. Infatti, l’antica Roma non si accontentava più che i cristiani si astenessero da pratiche come l’adorazione degli dei. Piuttosto, lo Stato esercitava una coercizione, esigendo che l’imperatore fosse venerato come una divinità. A questo punto iniziò il martirio dei cristiani. Come osserva Tertulliano, esso divenne il seme del cristianesimo.
Questo comportamento dei cristiani può essere trasferito ai giorni nostri. Ciò non significa che i cittadini cristiani non debbano cercare di influenzare l’elaborazione delle leggi dello Stato esercitando i propri diritti politici. Questo fa parte della coerenza che si vive come cristiani. Tuttavia, anche oggi sarebbe difficile determinare in quali casi una maggioranza – al momento ipotetica – di cristiani dovrebbe esercitare una certa cautela legislativa per mantenere la pace sociale. In altre parole: per evitare la guerra civile, i cristiani dovrebbero essere «permissivi» anche loro in determinate questioni in qualità di legislatori statali, ovvero consentire cose che in realtà rifiutano in base alla propria fede.
Indipendentemente da questa questione, che non può essere chiarita in modo definitivo e che comunque difficilmente si porrà nel prossimo futuro, almeno nell’area europea, c’è prima di tutto un altro aspetto da considerare: anche oggi non sarebbe necessario agire, ma piuttosto non agire. I cristiani dovrebbero innanzitutto imparare nuovamente che fare ciò che fanno tutti non è il metro di misura del cristiano. Già nei tempi antichi Giovanni Crisostomo diceva ai fedeli: «Non citatemi le leggi emanate da coloro che sono fuori. Dio non vi giudicherà in quel giorno secondo quelle leggi, ma secondo quelle che egli stesso ha emanato». Oggi, quindi, un cristiano dovrebbe sapere e dire a se stesso: abortire, divorziare, contrarre un matrimonio omosessuale, aiutare altri a suicidarsi, suicidarsi, praticare la selezione prenatale eccetera: un cristiano semplicemente non fa queste cose. Lo Stato permissivo lo consente, molti lo fanno, ma io no. Questa sarebbe la risposta «economica» alla libera economia di mercato consentita dallo Stato in materia di questioni morali.
Nella democrazia liberale il magistero e il ministero pastorale dei vescovi e del papa rivestono un ruolo importante. Come già esposto, essi non possono più negoziare con lo Stato l’applicazione di leggi di ispirazione cristiana. Il loro compito consiste ora più che mai nel sostenere i fedeli nella difficile situazione in cui si trovano nello Stato liberale. Ciò avviene innanzitutto attraverso la cura pastorale e l’amministrazione dei sacramenti. Ma sarebbero necessari anche un annuncio integrale della fede, comprese le sue implicazioni etiche, e una coraggiosa testimonianza personale. Invece, proprio molti vescovi, soprattutto nell’area di lingua tedesca, tradiscono la dottrina della fede. I cristiani sono estremamente grati ai tre o quattro vescovi che fanno eccezione. Tuttavia, la maggior parte dei vescovi dei paesi di lingua tedesca – e forse non solo lì – mira a rimanere socialmente accettabile, al fine di mantenere la tassa ecclesiastica e continuare a godere dei privilegi offerti dallo Stato. Questo comportamento dimostra che non sono ancora arrivati alla democrazia liberale, ma continuano a pensare in modo medievale e cercano di preservare le ultime reliquie di quel periodo: il finanziamento statale della Chiesa e il suo carattere simile a quello dello Stato. Si presentano come progressisti, ma sono solo arretrati.
Tutto questo non è una novità. Già Heinrich Heine aveva riconosciuto questo spirito nei vecchi gesuiti. Si riferisce ai gesuiti che Blaise Pascal aveva criticato nelle «Lettres provinciales» a metà del XVII secolo. Pascal li aveva accusati di minare la dottrina morale della Chiesa con sofismi demagogici per renderla gradita ai potenti. Heine scrive di questi gesuiti apparentemente astuti in «Die romantische Schule» (La scuola romantica, 1833; cfr. libro II, III, ultimo paragrafo): «Lo spirito umano non ha mai ideato combinazioni più grandi di quelle con cui i vecchi gesuiti cercavano di preservare il cattolicesimo. Ma non ci riuscirono, perché erano entusiasti solo della conservazione del cattolicesimo e non del cattolicesimo stesso. A quest’ultimo, in sé e per sé, non tenevano molto; perciò talvolta profanavano il principio cattolico stesso, solo per portarlo al potere; si accordavano con il paganesimo, con i detentori del potere sulla terra e favorivano i loro desideri». Heine continua: quando era necessario, erano persino diventati atei. Ma invano i loro confessori avevano concesso le assoluzioni più benevole. E invano i loro casuisti avevano corteggiato ogni vizio e crimine. Invano avevano gareggiato con i laici nell’arte e nella scienza per usare entrambi come mezzi. Tutte le loro azioni e opere erano state inutili. Perché dalla menzogna non può sbocciare la vita. E Heine termina: «Dio non può essere salvato per mezzo del diavolo».
I successori contemporanei dei vecchi gesuiti vogliono preservare in questo senso un sistema di diritto ecclesiastico che risale a un’epoca ormai tramontata. A loro non importa la fede cattolica in quanto tale, bensì la conservazione delle sue strutture. Questa è la motivazione che li spinge a tacere di fronte all’indebolimento del matrimonio e della famiglia. Questi vescovi esonerano i loro collaboratori laici dal vivere secondo la morale matrimoniale della Chiesa. Si ingraziano i post-cristiani con la richiesta dell’ordinazione sacerdotale delle donne e dell’abolizione del celibato. Si mostrano fedeli al governo e preferiscono propagandare il buonismo di sinistra, verde e arcobaleno, piuttosto che prendere posizione contro l’aborto, la diagnostica prenatale, il suicidio assistito, la maternità surrogata ed il matrimonio omosessuale. Questo li esporrebbe infatti alle critiche e allo scherno dei post-cristiani. E questi ultimi potrebbero rispondere con la privazione, ovvero con la revoca dei privilegi statali.
Un comportamento di questo tipo rende difficile ai cristiani opporsi alla corrente post-cristiana dominante. Infatti, essi si trovano in contraddizione non solo con quest’ultima, ma anche con il proprio episcopato. Come quest’ultimo possa pensare che i post-cristiani rimangano fedeli alla Chiesa grazie alla sua politica conformista rimarrà per sempre un mistero. Infatti, se la Chiesa approva ciò che fanno i post-cristiani, questi ultimi si sentono confermati nella loro opinione dalla Chiesa. Perché quindi dovrebbero cambiare idea?
Tuttavia, non ovunque nella Chiesa universale prevalgono condizioni simili a quelle dei paesi di lingua tedesca. Ci sono molti vescovi, intere conferenze episcopali, che incoraggiano i fedeli nel loro impegno nella società civile. Li sostengono con un chiaro annuncio della dottrina della fede a vivere in modo cristiano senza compromessi sbagliati. Ed è evidente che in questi paesi la Chiesa prospera meglio, in parte addirittura fiorisce.
Affinché i cristiani non si limitino a seguire ciò che fanno tutti, la testimonianza coraggiosa della gerarchia ecclesiastica non è certamente sufficiente. È necessario anche il sostegno reciproco dei fedeli. Questo inizia nel matrimonio cristiano tra i coniugi e si manifesta in una moltitudine di iniziative della società civile. Possono essere scuole e asili sostenuti da genitori cristiani. Ci sono anche strutture sanitarie che operano secondo i principi cristiani. E anche se lo Stato ora esige in modo invadente che l’assistenza al suicidio sia consentita nelle istituzioni ecclesiastiche, essa non viene comunque praticata. Infatti, se tutti nella casa di cura sono cristiani, nessuno richiederà il veleno e quindi non verrà somministrato. Da menzionare sono anche le associazioni di giuristi cristiani che, con i mezzi dello Stato di diritto e sulla base dei diritti fondamentali, difendono i cristiani nei tribunali contro gli attivisti woke e i loro alleati nell’apparato giudiziario e statale.
Il movimento pro-vita, con le sue iniziative e offerte di sostegno, è anch’esso una delle attività civili più significative dei cristiani. Molti vescovi dei paesi di lingua tedesca trovano questo impegno dei laici imbarazzante e fastidioso, perché disturba la pace superficiale con la corrente post-cristiana dominante. Anche i cristiani che richiamano l’attenzione sulle persecuzioni dei cristiani – quelle nei paesi islamici, ma anche quelle interne, perpetrate con volto amichevole dagli attivisti di sinistra, ecologisti e woke – sono contrari alla politica di appeasement dei vescovi. Non bisogna però lasciarsi scoraggiare e si dovrebbero portare avanti tali iniziative nella società civile.
Non da ultimo, i media fondati e gestiti da laici cattolici rivestono grande importanza. Soprattutto nell’area di lingua tedesca, essi sono spesso in contrasto con i media controllati dalla gerarchia ecclesiastica. Questi ultimi devono seguire la politica volta al mantenimento dei privilegi della Chiesa di Stato. I loro collaboratori lo fanno anche per interesse personale, perché vogliono continuare a beneficiare dell’imposta ecclesiastica. Le iniziative mediatiche private dei laici, invece, possono sostenere senza riserve la dottrina della Chiesa. Sono quindi un sostegno da non sottovalutare per molti fedeli, che vengono così sottratti all’isolamento e incoraggiati a non seguire semplicemente la corrente dominante della società. E non bisogna sottovalutare nemmeno questo: le iniziative private da parte di laici coraggiosi, soprattutto nel settore dei media, aiutano i sacerdoti che rimangono fedeli all’intero magistero della Chiesa e che per questo sono sotto la pressione dei loro vescovi e delle loro amministrazioni. Anche questi pastori, infatti, con la loro testimonianza disturbano la politica dei vescovi di Stato. I media cristiani privati offrono però sostegno in questo senso, rendendo pubblica la vera situazione della Chiesa e ricordando continuamente ciò che vale nella Chiesa universale.
Tutte queste iniziative dimostrano che una società libera e aperta presenta anche dei vantaggi per i cristiani, perché crea spazi di libertà che non esistono nei regimi autoritari. I diritti liberali hanno inoltre assunto – paradossalmente – la funzione di scudo protettivo all’interno della Chiesa. Infatti, consentono soprattutto ai laici di sottrarsi alla linea regressiva e talvolta repressiva dei vescovi, che tacciono e combattono parti della dottrina ecclesiastica e cercano di imporre questa linea alle loro diocesi. La libertà di opinione e di riunione garantita dallo Stato è per loro un limite che non possono superare.
È tuttavia chiaro che uno Stato permissivo corre sempre il rischio di diventare repressivo. Come già illustrato, questo era vero già nell’antica Roma. La «dittatura del relativismo» denunciata dal cardinale Ratzinger prima della sua elezione all’ufficio petrino nel 2005 è oggi alle porte. L’ex ministro dell’Interno slovacco Vladimir Palko ha descritto adeguatamente questa minaccia nel suo libro «Die Löwen kommen» (Arrivano i leoni), facendo riferimento all’antichità.
La dittatura del relativismo era una realtà nei primi secoli. All’epoca, infatti, lo Stato non esigeva tanto dai cristiani che abiurassero il cristianesimo. Si trattava piuttosto – nel senso del relativismo – che i cristiani accettassero anche la religione di Stato dominante come parte della propria fede. Oggi accade qualcosa di simile. Come cristiani non dovremmo più distinguerci rifiutandoci di fare certe cose. Da oltre due decenni, ormai, per i credenti cristiani che vogliono diventare ginecologi o ostetriche è come affrontare un calvario. L’obbligo di partecipare agli aborti li avvicina alla situazione dei primi cristiani, che non potevano esercitare determinate professioni. Anche essere insegnanti può diventare di nuovo problematico. In Svizzera, un insegnante di un liceo statale è stato recentemente licenziato perché si è rifiutato di rivolgersi a uno studente che si era ridefinito donna come tale, secondo il nuovo genere inventato, a prescindere dalla biologia e dalle scienze naturali. La Corte suprema svizzera (Tribunale federale), che agisce in modo sempre più apertamente cristianofobo e subordina la libertà religiosa al dogma del wokeismo, ha approvato questo licenziamento. Con questa nuova forma di persecuzione dei cristiani, allontana i cristiani dallo Stato e dalla democrazia liberale.
Quindi anche oggi può esserci il martirio. Il progresso della civiltà dovrebbe aver fatto sì che ormai scorra solo inchiostro da stampa e non più sangue. E non viene più tagliata la testa, ma «solo» l’onore. Non è più la vita ad essere minacciata, ma «solo» l’esistenza economica. Questo martirio incruento è però anche oggi un seme del cristianesimo. Infatti smaschera gli Stati post-liberali e woke come nemici della libertà. E mostra a sempre più persone che la fede cristiana è una realtà liberatoria.
Come già detto, anche nel Medioevo ci furono persecuzioni, per così dire speculari alla situazione odierna: allora erano i dissidenti non cristiani a soffrire. Oggi sono i cristiani a soffrire in Stati formalmente liberali, ma infettati dal wokeismo. La sofferenza sembra inevitabile in questo mondo e in questo tempo, perché non esiste uno Stato perfetto per tutti. Tuttavia, sorge la domanda: cosa è più appropriato alla fede cristiana? Se guardiamo al nostro Signore Gesù Cristo, dobbiamo dire: è meglio subire un’ingiustizia che commetterla.
Questa è la versione italiana, curata dall’autore, del saggio «Besser Unrecht leiden als Unrecht tun» apparso in tedesco in corrigenda.













