Davos, la realtà irrompe sulla montagna incantata del globalismo

Atlantico 2 Febbraio 2026

Ritorno della storia e della politica tradizionali, messo alle corde il mondo incantato e irreale (ma che ha fatto danni molto reali) del globalismo astratto e dei suoi esperti

di Fabrizio Borasi

Ciò che è avvenuto negli scorsi giorni durante lo svolgimento della riunione annuale del World Economic Forum tenutasi nella cittadina turistica di Davos, nelle Alpi svizzere, è stato il segnale di come è cambiato il mondo negli ultimi anni.

Gli “illuminati” di Davos

La riunione di Davos, alla quale da sempre partecipano alcuni dei maggiori esperti in campo economico e finanziario, nonché i responsabili delle più importanti istituzioni internazionali sia pubbliche che private che operano in quei settori, ha rappresentato per decenni una sorta di vetrina delle migliori idee in materia e al tempo stesso un modello da seguire al quale i rappresentanti degli stati, anch’essi sempre presenti alle suddette riunioni, erano “moralmente” tenuti ad adeguarsi.

Essa ha rappresentato per anni il fiore all’occhiello della globalizzazione, il luogo dove venivano indicati gli obiettivi da raggiungere e le strade da percorrere per realizzare il mondo nuovo, il mondo perfetto che doveva seguire la fine della storia tradizionale, e in particolare la fine della storia dei Paesi occidentali, dominata dalle decisioni politiche degli stati sovrani.

Naturalmente le riunioni di Davos sono sempre state un concentrato di idee competenti e profonde, ma come sempre accade, quando le stesse non sono basate sul principio del miglioramento empirico e verificabile della realtà, ma su quello della sua radicale e definitiva trasformazione, le stesse hanno inevitabilmente assunto un valore astratto, legato più ai numeri e alle statistiche che alla realtà concreta e alle società fatte di uomini in carne ed ossa.

Le enunciazioni dei vari esperti ed operatori hanno a loro volta assunto il tono di dogmi indiscutibili, basati su una forma di “scienza” (economica e sociale) ampiamente staccata dalla realtà empirica.

In sostanza la mentalità presente a Davos, con tutto il rispetto per la competenza e le buone intenzioni dei partecipanti è sempre stata quella, per usare un termine del pensatore ed economista empirico Thomas Sowell, degli intellettuali “unti” o “illuminati”, chiamati ad enunciare una serie di principi da calare nella realtà, come un calco sulla creta, in genere senza tenere in gran conto dei risultati spesso negativi di tale impostazione.

Insomma era come se, anche fisicamente, i principi del mondo globalista venissero decantati e definiti in maniera pura nell’aria rarefatta delle montagne svizzere per poi essere calati sui luoghi bassi dell’umanità: una mentalità culturale, più che un atteggiamento psicologico si badi bene, molto più vicina alle concezioni evolutive della storia di Karl Marx che a quelle empiriche e concrete di Adam Smith.

La montagna incantata

Eppure, a chi avesse voluto coglierlo, esisteva nella tradizione della cultura occidentale, in particolare in quella letteraria, un sorta di avvertimento che avrebbe potuto mettere in guardia rispetto alla pretesa di calare dall’alto le proprie idee.

Davos, com’è noto, costituisce il luogo dove è ambientato il capolavoro dello scrittore tedesco Thomas Mann (1875 – 1955), “La montagna incantata”, pubblicato nel 1924. Il romanzo si svolge negli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale quando Davos, situata alle pendici del monte Schatzalp che dà il titolo al libro, era essenzialmente un luogo di cura per le malattie polmonari e narra le vicende di un gruppo di pazienti di un sanatorio (oggi trasformato in un albergo di lusso) dove lo stesso Mann fu ricoverato insieme alla moglie.

Insieme al protagonista, un giovane tedesco aspirante ingegnere, si concentrano una serie pazienti “intellettuali”, che espongono e dibattono, talora con esiti tragici come una sfida a duello tra due di loro, i massimi principi destinati a riformare il genere umano, principi non così diversi – tanto che qualcuno come l’economista britannico Sephen D. King nel suo libro del 2017 “Grave New World” ha provato a fare l’analogia – da quelli proclamati dagli esperti del World Economic Forum nello stesso luogo.

Il romanzo di Mann – uno dei capolavori della letteratura del XX secolo – copre sette anni di permanenza nel sanatorio del protagonista, durante i quali il tempo stesso sembra staccarsi e diventare astratto dalla realtà per seguire l’onda dei dibattiti, ora pacati ora accesi tra i protagonisti, scorrendo ora lento ora velocissimo.

Ritorno alla realtà

Solo alla fine dell’opera con lo scoppio della guerra e la decisione del protagonista di arruolarsi che lo porterà a morire in battaglia (anche se la cosa non è detta esplicitamente) la realtà irrompe nel mondo astratto ed ideale posto ad un’altitudine superiore a quella della vita quotidiana.

Qualcosa di simile, ma per fortuna di molto meno tragico è accaduto durante l’ultima riunione del Word Economic Forum: per dirla in sintesi, la politica è salita sulla montagna incantata e con la politica sono ritornate la fallibilità umana, la inevitabile divergenza di opinioni e soprattutto è ritornata la storia, che solo la pretesa di perfezione degli esperti aveva avuto la presunzione di mettere da parte.

Forse inevitabilmente, la messa in discussione dei dogmi economici e sociali del Forum è venuta dagli Stati Uniti, il Paese più legato di tutti sia alla libertà individuale che alla tradizione storica, dove le varie tesi (comprese quelle globaliste) possono avere successo, ma non diventano mai verità assolute e sono sempre soggette a critica.

Così il mondo della politica, con le sue scelte concrete, spesso non perfette ma basate sul principio del male minore, e con le sue decisioni prese non in base a una propria competenza “superiore”, ma in forza della responsabilità che ci si assume con esse, ha spezzato l’incanto del mondo tecnocratico, mettendone in luce gli errori passati e i pericoli futuri.

La debolezza dei dogmi globalisti

Le pretese equilibrate ma ferme del presidente Donald Trump (chi scrive spera che si sia ormai compreso che i suoi atteggiamenti da spaccamontagne rappresentano solo delle volute provocazioni) con il loro richiamo alla responsabilità nel campo della difesa militare, o le critiche più dirette alle scelte economiche europee e alle concezioni globaliste in genere pronunciate dal segretario al commercio Howard Lutnick, hanno messo in discussione e rivelato la debolezza a livello concreto di molti dei dogmi globalisti, proclamati negli scorsi anni durante le riunioni di Davos.

Innanzitutto, la fine irreversibile degli stati nazionali, destinati ad essere soppiantati dal mondo unificato in base ai principi del mercato finanziario e ai suoi “spiriti animali”, considerati capaci di produrre ricchezza, benessere ed eguaglianza in tutto il pianeta, livellando le attuali ingiustizie, in base ad una concezione del “libero” mercato globale non troppo diversa da quella marxista (il che spiega anche le improvvise “conversioni” di molti dal comunismo al presunto liberismo globale avvenute negli scorsi anni).

L’azione del presidente Trump ha indotto anche i Paesi europei ad adottare un’ottica statale: favorevoli o contrari al rafforzamento della presenza militare americana in Groenlandia i vari stati europei non si sono basati sui mercati e sul loro ruolo invincibile, ma sulle posizioni dei rispettivi governi.

Di fronte al possibile innalzamento dei dazi americani, non si sono levati gli esperti ad affermare che i mercati finanziati avrebbero resi inutili i dazi stessi, ma sono stati minacciati dei contro-dazi: come la si pensi (e chi scrive condivide la sostanza, anche se non i modi, delle azioni del presidente Trump) si tratta di un deciso ritorno della storia tradizionale e della politica, che mette alle corde il mondo incantato e irreale (ma che ha avuto nel recente passato conseguenze negative molto reali) del globalismo astratto e dei suoi esperti.

Quest’ultimo è stato dominante soprattutto in Europa. Per anni le politiche statali e per quanto riguarda i Paesi aderenti all’euro, la politica monetaria della Banca centrale europea si sono basate su concetti tanto dogmatici quanto astratti: i limiti al debito pubblico, la differenza di prezzo (lo spread) sui mercati finanziari dei rispettivi titoli di stato e cose simili hanno rappresentato, anziché degli indicatori utili ma non decisivi ai fini delle scelte politiche, dei veri e propri totem, sull’altare dei quali sono state sacrificate le politiche sociali e le scelte economiche dei diversi stati.

Con conseguenze devastanti per molti Paesi, che hanno visto emigrare le proprie industrie e, cosa che vale anche per l’Italia, hanno visto in parte svanire il benessere frutto dell’industrializzazione portata avanti con fatica negli ’50 e ’60, e questo tra gli applausi di molti esperti nonché di politici che vantavano i pregi della concorrenza globale, una concorrenza peraltro sempre “drogata” dai minori costi di produzione dei beni (derivanti dai minori costi del lavoro) nei Paesi emergenti quali la Cina.

Due concezioni del potere

Mi sono soffermato un poco più a lungo sulla differenze tra gli stati Uniti e i Paesi europei, in particolare quelli continentali (la Gran Bretagna, pur ambivalente nella sua politica attuale è molto probabile che nel lungo periodo si allinei alle concezioni americane, dato che la comune cultura politica milita a favore di questa soluzione) perché dietro i contrasti avvenuti proprio durante il tradizionalmente molto corretto e unanime forum di Davos, si celano due concezioni diverse della società, o meglio del rapporto tra élites e società.

Pare che qualche alto burocrate europeo abbia affermato a voce non tanto bassa che tra qualche anno Trump non sarà più al potere, sottintendendo che i burocrati e gli esperti saranno ancora al loro posto. Proprio in questo sta la grande differenza: chi gestisce il potere pubblico anche in campo economico negli Stati Uniti è un rappresentante della popolazione e alla popolazione risponde, e forse già con le elezioni di mezzo termine del prossimo novembre Trump potrebbe vedere diminuire il suo potere.

In Europa, sia a livello di Unione che in misura crescente a livello di singoli stati, il potere viene gestito da tecnici che non sono responsabili della loro azione di fronte alla popolazione perché sottratti di diritto o di fatto al giudizio elettorale, e sempre maggiori sono le insofferenze verso l’elezione democratica: si ricordi quanto accaduto in Romania lo scorso anno.

Declino dell’Europa

Nell’epoca in cui Thomas Mann ambientò il suo romanzo, l’Europa era al massimo del suo successo e del suo potere e gli Usa erano solo una potenza emergente, ma le idee espresse dai personaggi della “Montagna incantata” con la loro astrattezza e la loro pretesa di disciplinare le cose umane davano già il segno dell’imminente crisi che avrebbe sconvolto il vecchio continente nel XX secolo con le feroci dittature e le due guerre mondiali.

Da allora l’Europa ha perduto gran parte della sua forza militare, e ha visto ridimensionare in maniera drastica sia il suo peso politico che quello economico, dato che oggi il primato globale è stabilmente americano e per fare riferimento ad un parametro spesso usato (ed abusato) dagli esperti tecnici, un punto di Pil americano in valore assoluto pesa più del doppio di un punto di Pil dell’Unione europea (anche aggregando i dati spesso contraddittori dei diversi stati).

Lungi da chi scrive dire che gli Stati Uniti sono perfetti, anche oltreoceano vi sono molte cose che non vanno, ma mi augurerei che a mente fredda e lasciando perdere quello spirito di confronto e antiamericano del tutto irragionevole che pervade molti esponenti delle élites europee, anche nel vecchio continente si abbandonasse definitivamente la montagna incantata per confrontarsi responsabilmente con la realtà empirica: i dogmi del perfettismo, economico e politico a parere di chi scrive, hanno già fatto fin troppi danni.