La “terza via” di Camaldoli

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Papi e laici della moderna Dottrina sociale

Articolo pubblicato da Il Secolo d’Italia del 9 giugno 1999

di Alcide Cutturone

Sul saggio “La terza via” di Anthony Giddens si è scritto molto, anche sul nostro giornale. Mi piace solo sottolineare la recente recensione di Aldo Di Lello al libro di Michael Novak “Esiste una terza via?” nel quale lo studioso americano confuta facilmente le antiquate e fallimentari ricette dell’attuale idolo del sinistrismo britannico, europeo e stratunitense. Novak una decina di anni fa è stato davvero un “rivoluzionario” con il suo “Lo spirito del capitalismo democratico e il Cristianesimo”, perché mise finalmente ordine all’interno del mondo cattolico, in parte ancora schiavo di approssimazioni sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti del capitalismo.

Purtroppo anche ai nostri giorni si registra una vulgata che vuole la Dottrina sociale delle Chiesa in equilibrio tra libertà economica e statalismo, tra capitalismo e socialprogressismo. In altri termini c’è ancora chi parla e sostiene una “terza via”, la quale sin dalla “Rerum novarum” sarebbe stato il percorso privilegiato accettato dalla Chiesa. Nel senso che il magistero avrebbe rifiutato sia il liberalismo che il socialcomunismo. Il che non corrisponde a verità, perché se è vero che i Pontefici, a partire da Pio IX che con il “Sillabo” condannava il liberalismo filosofico e gli errori di questo sul versante della morale e della verità cattolica, sul piano strettamente socio-economico criticavano il capitalismo, mai lo condannarono.

Il che è importante rilevare, perché anche dopo la pubblicazione della “Centesimus annus”, che costituisce una chiarissima rivalutazione del libero mercato, ancor oggi si critica giustamente, e non solo dal Papa e dalle autorità ecclesiastiche, il capitalismo selvaggio, le strutture liberticide dei grandi monopoli e quella competizione senza regole che non assicura le condizioni di base perché tutti partecipino allo sviluppo.

Del resto lo stesso Giovanni Paolo II nella “Sollecitudo rei socialis” (1987), dopo aver ribadito la continuità d’indirizzo della Dottrina della Chiesa, ha esplicitamente affermato: “La Dottrina sociale della Chiesa non è una ‘terza via’ tra capitalismo liberista e collettivismo marxista… Non è neppure una ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di una attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo.

Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o la difformità delle linee dell’insegnamento sull’uomo e sulla sua vocazione terrena”. Il Magistero, cioè, non ha progetti ma interpreti e giudica quelli degli altri, della società, delle comunità intermedie per suggerire poi le scelte più appropriate alla promozione del bene comune. La per giudicare, la Chiesa si avvale di un criterio valido in tutti i tempi e in tutti i luoghi: il rispetto della persona e la salvaguardia della libertà dell’uomo dei popoli. Tesi che Don Sturzo sintetizzava così: “La libertà è unica e individuabile; si perde la libertà politica e culturale se si perde la libertà economica, e viceversa”.

Ad evitare possibili equivoci e fraintendimenti va ripreso dalla “Centesimus annus” un passo fondamentale. Giovanni Paolo II, alla domanda se dopo il fallimento del comunismo il sistema sociale vincente sia il capitalismo e se verso di esso debbano essere indirizzati dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società, così risponde: “Se per capitalismo si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di economia d’impresa o di economia di mercato o semplicemente di economia libera”.

Ora come si faccia a inserire il relitto della “terza via” nel contesto del pensiero della Chiesa è un mistero, perché questa scelta altro non è che “contaminatio”, incontro e convivenza impossibile tra libera iniziativa e la sua negazione. Eppure ci furono dei cattolici, nell’immediato secondo dopoguerra, che ebbero la presunzione di interpretare e riproporre la Dottrina della Chiesa secondo i parametri della propria ideologia statalistica.

Stiamo parlando, per l’esattezza, del famoso “Codice di camaldoli”, un testo pubblicato nel 1945 ed elaborato da un gruppo di laici cattolici, guidati da Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni. Per il lettore che non conosce il problema andrebbero aggiunte altre informazioni. Ci riserviamo di farle, se necessario, in altra circostanza.

Il “Codice Camaldoli” è un documento di cultura sociale e religiosa, nel quale si sintetizzano, come in un prontuario, i lineamenti di riferimento ideale e pratico per un’attività politica volta alla ricostruzione dopo il collasso bellico. I princìpi vengono sottoposti alla riflessione della “comunità cristiana” in parte come discendenti della Dottrina cattolica, in parte come integrazione di quelli espressi nei documenti ufficiali.

Doveroso aggiungere che il documento, in genere, si caratterizza per un notevole spessore contenutistico ed è animato da forte passione civile, afflato religioso e da una non comune competenza giuridica. Stato, famiglia, educazione, lavoro, proprietà privata, produzione, attività economica pubblica, vita internazionale, costituiscono i capitoli del Codice.

Ciò che ha sempre suscitato maggiore interesse, polemiche, contrasti valutativi, consensi e dissensi è la trattazione delle funzioni dello Stato in campo economico. Il Codice è palesemente schierato per una economia mista, che vede lo Stato non solo come regolatore, ma anche come protagonista dell’attività economica.

Si legga il seguente passo: “La giustizia sociale si pone quale concreta espressione del bene comune, come fine primario dello Stato e di ogni altra autorità. Le esigenze della giustizia sociale legittimano, dunque, in via primaria, l’intervento positivo delle autorità , sia per promuovere, coordinare e limitare nell’interesse del bene comune le attività degli individui e delle comunità locali, regionali, professionali, sia per svolgere una diretta attività economica”. E’ il manifesto della “terza via”, dove confluisce tutto e il contrario di tutto: democrazia e dittatura, libertà e dirigismo, iniziativa privata e centralismo, solidarismo cristiano e collettivismo marxista, utopia dell’eguaglianza e Stato assistenziale.

Il Codice è piuttosto avaro nelle citazioni dei documenti pontifici, ma ha una palese propensione nella valorizzazione della “Quadragesimo anno” (1931) di Pio XI. Papa Ratti nell’enciclica afferma con forza il principio della sussidiarietà, secondo il quale “siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. Giacché compito dello Stato è quello di supplire alle carenze e alle inadeguatezze del corpo sociale, non di soffocarlo, distruggerlo o assorbirlo.

Ebbene, gli intelligentissimi e scrupolosi ideatori ed estensori del Codice mostrano, in proposito, una cecità assoluta. Ignorato e rimosso l’avvertimento del Pontefice sulla necessità che lo Stato faccia soltanto il suo mestiere e non l’industriale, l’appaltatore, o il produttore di panettoni. Le ragioni di simile, voluta miopia sono chiarissime: agli autori del Codice non interessava la storia del movimento sociale cattolico, che aveva portato, tra l’altro, alla costituzione del Ppi sturziano. Inoltre i veri redattori del capitolo sull’attività economica dello Stato, Peronetto e Saraceno, erano dirigenti dell’Iri, quindi statali e statalisti.

Per la Democrazia Cristiana dei decenni successivi il Codice fu l’abbeveratoio principale. Nazionalizzazioni, creazione di enti statali onnivori e dissipatori, concentrazioni dirigiste e parassitarie, risalgono, oltre che al connubio col progressismo socialista e cattocomunista, al magistero del Codice di Camaldoli.

E fa impressione che esponenti di questo progressismo, che si dicono amanti e cultori delle libertà politiche ed economiche tornino ogni tanto con nostalgia al Codice. Citiamo un solo nome, quello di Rosa Russo Jervolino, del Ppi, che recentemente se ne è uscita con espressioni di questo genere: “Non ci vuole uno storico raffinato per sapere che i dieci punti, ai quali tuttora ci ispiriamo, dell’Appello ai liberi e forti di Don Sturzo risalgono assai prima della contrapposizione col comunismo… la nostra identità era già precisa. Nacquero poi il Codice di Camaldoli e le riflessioni sull’assetto del nuovo Stato… Ecc., ecc.

Non ci vuole uno… storico raffinato per smontare simili fantasie, almeno per quanto riguarda Don Sturzo, il più severo antistatalista del dopoguerra e che nei suoi scritti non ha mai nominato il Codice, perché antitetico alle sue battaglie per la libertà. L’aria greve e soffocante dello statalismo, che incombeva sull’Italia, non la sopportava.

Ma la sopporta benissimo la Jervolino, che probabilmente non ha letto o non ricorda cosa c’è scritto nel Codice. Ha ragione Di Lello quando, a conclusione della recensione citata, scrive: “Quando passa per l’Italia, la “Terza via” diviene sempre meno liberale e sempre più socialista”.

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