Il superesercito di Kim

nord_Corea_armyArticolo pubblicato su la Repubblica
del 27 luglio 2004

«In divisa per avere rispetto»

di Marcello Ansaldo (inviato)

KAESONG (COREA DEL NORD) – Viaggiando in Corea del Nord capita spesso di imbattersi in sciami di scolari che tornano al villaggio con l’immancabile divisa, talvolta imbrattata di terra. «Quanti anni hanno?», si chiede indicando una classe di alunni che sembrano di seconda elementare. «Undici», è la risposta. E che cosa mangiano?  «Riso, verdure». E poi? «Quello che trovano, anche bacche, foglie, radici».

Se nella capitale Pyongyang i bambini sono festosi e paffuti, lo stesso non può dirsi dei loro compagni che vivono nella periferia più profonda del Regno eremita. Jong Sun, un paio di treccine nere dietro uno sguardo smunto, è figlia di agricoltori di Kaesong, non lontano dal confine che divide la penisola. Ha 7 anni ma è 20 centimetri più bassa e pesa una decina di chili in meno rispetto a una sua coetanea della Corea del Sud. I 200 grammi che racimola in giro ogni giorno la portano, assieme a pochi altri alimenti, al misero totale di 700 calorie, essendo proteine e grassi di solito non disponibili nella dieta.

I nordcoreani oggi non muoiono più di fame, ma il menù del regime è scarso e varia a seconda delle zone e dell’attività svolta. A Pyongyang si mangia di più e meglio rispetto a Kaesong. Né mancano i ristoranti. Ogni città, grande o piccola, ne ha di buoni: puliti e aerati, con le tovaglie linde, il pesce secco o fresco condito nei piattini di ceramica colorata, le zuppe fumanti servite da eleganti cameriere con l’immancabile distintivo di Kìm Il Sung appuntato sulla giacca rossa.

I clienti non mancano: turisti, funzionari, diplomatici, quadri del partito, operatori umanitari, ospiti. Il conto è salato, eppure esistono famiglie disposte a sacrificare l’equivalente dello stipendio mensile di un impiegato per andare una sera a mangiar fuori in un posto decente e ben illuminato. Le razioni migliori spettano però all’esercito. Ecco perché molti ragazzi, terminato il periodo di leva definito «volontario» che varia dai 5 agli 8 anni (fino a 6 per le donne), decidono per la ferma. Entrare nelle forze armate significa salire nella scala e nella considerazione sociale.

All’ombra delle caserme che, recintate e inaccessibili, spuntano ovunque nel montagnoso paesaggio coreano, ci sono cibo e vestiti. E possibilità di accedere alle cariche del partito dei lavoratori del popolo. Poco importa se durante gli anni di leva non siano previsti congedi, e ogni dodici mesi le lettere ammesse alla famiglia siano appena un paio.

Le scuole appaiono disadorne, ma disciplina e istruzione sono ferree. Le condizioni peggiori appartengono però agli ospedali. Norbert Vollertsen, un medico tedesco, le definisce «orrbili». «Sono senza riscaldamento o senz’acqua – spiega – alcune cliniche sembrano ferme all’età della pietra. Ho riscontrato malnutrizione, infezioni, disordini intestinali dovuti a deficienza vitaminiche e alimentari, ma le diagnosi più importanti riguardano stati di depressione e paura».

Non pochi ospedali nordcoreani dispongono di strutture decenti e personale competente, formatosi soprattutto in Germania Est. E’ il materiale a scarseggiare. Non ci sono antibiotici, anestetici, siringhe, guanti chirurgici. Al posto delle flebo vengono appese delle lattine di birra.

La Corea comunista non mangia, ma si arma. Spende un terzo del suo Pil in progetti di Difesa. vende missili balistici a Siria, Iran e Yemen. Produce armi chimiche e biologiche. L’esercito, che risponde direttamente agli ordini di Kim Jong Il, è composto da un milione e duecentomila uomini. Addentrarsi nelle pieghe interne del paese significa imbattersi ogni giorno, a ogni angolo, in giovani vestiti di panno verde bloccati sull’attenti, immobili, solitari, con l’evidente consegna di coprire il punto di visuale consentito dalla posizione occupata. nelle campagne soldati impenetrabili si succedono uno ogni cento metri. Sbucano dietro gli alberi, sopra un cippo, dopo una galleria, regalando all’ospite la sensazione di una realtà sigillata.

Kaesong, cittadina che conduce all’ingresso della zona smilitarizzata di Panmunjom sul fatidico 38mo parallelo e che si raggiunge da Pyongyang con un treno piombato, pullula di soldati. A Goseong, altro varco fra le due Coree, le pattuglie di frontiera hanno la faccia truce, i modi spicci e le baionette innestate sui fucili. Un’atmosfera da Guerra fredda.

Sul regime grava il sospetto di dotarsi, o di essere in procinto di farlo, della bomba atomica. Quanto meno di possedere nella centrale di Yongbyon plutonio sufficiente ad assemblare più ordigni nucleari. Pyongyang ha ora ammesso per la prima volta di brandire l’arma letale. «Il nostro paese – recita un comunicato del ministero degli Esteri – ha ripreso l’attività nucleare per scopi pacifici. Stiamo costruendo un nuovo reattore a grafite per il quale abbiamo terminato la conversione di 8 mila barre di combustibile spento, ma in futuro, per far fronte all’atteggiamento ostile degli Stati Uniti, il plutonio così ottenuto potrebbe essere destinato ad aumentare la nostra forza di deterrenza atomica».

Il caso nucleare è adesso oggetto di una complicata partita diplomatica a sei, dove i tentativi di Usa, Russia, Giappone e Corea del Sud di far accedere la Corea del Nord (affiancata dall’alleata Cina) dai suoi minacciosi propositi, si scontrano su un tavolo esagonale il cui colore verde dà un tocco di ottimismo alla flebile speranza di un accordo. ma l’impressione generale è che prima di muovere qualsiasi passo, Pyongyang attenda il responso delle urne americane.

La vittoria dei democratici è infatti guardata con una certa impazienza dal Regno eremita, che ha sperimentato le intransigenze di Bush dopo le generose aperture di Clinton, capace di inviare la Albright da Kim Jon Il.

Una leggenda metropolitana che circola sul 38mo parallelo evidenzia la preferenza accordata dal «Caro leader» allo sfidante Kerry. Nella recente visita compiuta dal premier giapponese Koizumi a Pyongyang, la delegazione nipponica avrebbe lasciato nelle mani degli agenti i telefoni cellulari, non ammessi in Corea del Nord. Si narra che le guardie del corpo di Kim, giocando con l’agenda elettronica del primo ministro di Tokyo abbiano trovato il numero del presidente Usa e gli abbiano inviato a nome del governo del Sol levante il seguente messaggio in inglese: UR a loser, Kerry 4 prez (sei un perdente, Kerry diventi presidente).

Crollerà prima o poi Kim Jong Il? «Sono sicura di no – dice con filo di voce una donna di 67 anni, maestra di danza, che ne ha passati 8 nel campo di concentramento di Yodok per il solo aver spettegolato sulla moglie del Capo, da lui accantonata per un’attrice – quando Kim Il Sung ha tramandato il potere al figlio gli ha detto: lascia perdere l’amministrazione, guarda piuttosto alla potenza militare».

Sono i gulag infatti lo spauracchio di oppositori e nemici. Oggi ammonterebbero a 23, concentrati soprattutto nell’est del paese. Duecentomila prigionieri. Le storie raccontate dai rari fuggiaschi, una volta raggiunto il confine più permeabile, quello cinese, non promettono nulla di buono sulla prospettiva di rimettere insieme famiglie separate da 50 ani di aperta ostilità.

«Korea is one», ripetono come automi i sudditi del Nord a ogni visitatore. Ma nonostante i proclami dell’una e dell’altra capitale la riunificazione appare un sogno irrealistico, il suo desiderio un’ipocrisia. Specie per l’insopportabile atteggiamento da colonizzatori adottato da molti sudcoreani mentre, varcando la frontiera, visitano terre che a dar loro retta gli apparterrebbero da sempre.

Ammette un diplomatico occidentale: «Non lo si può dire, ma in realtà nessuno, tranne la Corea del Nord, vuole la riunificazione. Non la vogliono, per motivi diversi, le grandi potenze che vedrebbero modificare l’attuale assetto geopolitica. E non la cerca il governo del Sud, che si vedrebbe cadere addosso il fardello di 22 milioni di disperati».

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