Il problema insolubile di Gerusalemme

GerusalemmeArticolo pubblicato su Il Giornale

di Rino Cammilleri

Finalmente il rospo è uscito dallo stomaco: il problema di Gerusalemme è religioso. Dunque insolubile. Certo, per molti non è una novità; ma i più, assuefatti a interpretazioni “economiche” o “politiche”, facevano fatica a comprendere quanto che sta succedendo da quelle parti, e proprio mentre i negoziati di Camp David sembravano agli ultimi sgoccioli.

Perché i palestinesi paiono quelli che hanno mandato le carte all’aria con tutto il tavolo? Perché proprio adesso? Perché, stando a quel che dice Nabil Shaat (ministro palestinese per la Progettazione e la Cooperazione internazionale), Barak ha tirato fuori all’ultimo momento il coniglio dal cilindro, rivendicando a Israele la Montagna del Tempio. Che per i musulmani è Haram el Sharif, la Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più sacri dell’islam.

Ci sono, sì, altri temi da trattativa: le frontiere, il ritorno dei profughi, l’accesso alla preziosissima acqua. Ma su questi è relativamente facile mettersi d’accordo, perché in casi del genere prevale il principio di Paperon de’ Paperoni: meglio sedere in due su un mucchio di dollari che da soli su un mucchio di rovine. Il che manda a gambe levate la visuale marxista della storia, il cui unico motore sarebbe l’economia.

Invece, è proprio vero il contrario: per i problemi concreti un compromesso prima o poi si trova. Non così per le idee. Soprattutto quelle che non dipendono dagli uomini ma dalla Divinità. Per queste, ci si scanna. La storia insegna (se la storia qualcosa insegna) che le più orrende carneficine sono avvenute per colpa delle ideologie (che erano, e sono, religioni laiche o filosofie religiosamente vissute) o delle religioni.

Shaat, negoziatore a Camp David e Sharm el-Sheik, ha esternato al suo corrispondente americano (l’ebreo Stanley Sheinbaum, consulente di Clinton; Corsera del 21 u.s. ) il dilemma in cui si dibatte inutilmente Arafat: i paesi arabi, suoi sostenitori, vogliono, sì, giungere alla pace; ma non possono -sottolineo: non possono– cedere sui luoghi sacri. Pena la perdita totale del consenso da parte dei loro sudditi. In quella benedetta Spianata di Al Quds («la santa», cioè Gerusalemme) c’è la roccia di Abramo, sulla quale il padre comune di ebrei, musulmani e cristiani approntò il sacrificio di suo figlio Isacco.

Da quell’episodio è scaturita la Promessa. In quel punto esatto Maometto fu rapito al cielo. Gli arabi, diffusori dell’islamismo, discendono da Ismaele, primogenito che Abramo ebbe dalla schiava Agar. Ed è inquietante leggere il passo della Bibbia in cui il Signore promette ad Agar: «Moltiplicherò assai la tua discendenza e non la si potrà contare a causa della sua moltitudine». Ismaele «sarà come un onagro nella steppa; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui; e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli» (Gen 16,10).

Secondo gli ebrei, la primogenitura di Abramo, con le conseguenti promesse di Dio, passò a Isacco, loro capostipite. Secondo i cristiani il rigetto del vero Messia, Gesù, tolse la primogenitura a Israele. Secondo gli islamici, venuti per ultimi, il Profeta definitivo è Muhammad; dunque, i veri eredi delle promesse divine sono i seguaci di Allah.

Da questo inestricabile groviglio i cristiani si sono chiamati fuori: il fallimento delle Crociate medievali li ha costretti a riflettere: Deus non vult. A riflettere sul fatto che il Sacrificio cristiano può essere effettuato ovunque, che «il Regno di Dio è dentro di voi», come dice il Vangelo. E che «il tempio dello Spirito» è il «corpo» umano, come chiarisce s. Paolo. Una religione dell’intenzione e dell’interiorità, quella cristiana.

Non così l’ebraismo e l’islam. Il primo non può replicare il Sacrificio se non nel Tempio di Gerusalemme, che non esiste più dall’epoca della distruzione romana del 70 d.C. Si potrebbe ricostruire, lì, sul monte di Sion, per riallacciare il patto di alleanza con Jahvé. Ma il luogo è il medesimo della Moschea di Omar. Anche l’islamismo è legato a luoghi, e nessun credente musulmano può entrare nel paradiso di Allah se non compie i pellegrinaggi prescritti nei luoghi santi.

Il “diritto” su Gerusalemme è di origine religiosa per i tre popoli del Libro. Anche i cristiani vi vantano diritti da duemila anni. E’ infatti dai tempi di Costantino che là sorgono le grandi basiliche cristiane, come quella del Santo Sepolcro. Ma dal VII secolo in poi, tranne la breve parentesi delle Crociate, la Palestina è stata dominata dall’islam. Nel 1536 il sultano Solimano il Magnifico stipulò un regime di «capitolazioni» per i Luoghi Santi con il re di Francia Francesco I (il re «cristianissimo» della nazione «primogenita della Chiesa» aveva tutti i titoli per assumere questa rappresentanza).

Tale regime fu confermato ancora nel Congresso di Berlino del 1878. Grazie ad esso il papa Pio IX poté restaurare il Patriarcato Latino in Gerusalemme. L’11dicembre 1917, crollato l’impero ottomano, il generale inglese Allenby entrò in Gerusalemme affiancato dal colonnello francese Piépape e dal colonnello italiano D’Agostino. Il protettorato inglese, però, non riconobbe il regime delle antiche capitolazioni e favorì la creazione di uno stato ebraico.

Già nel 1904 il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, era stato ricevuto dal papa Pio X, cui aveva proposto un passaggio in massa al cattolicesimo dei suoi seguaci se il Vaticano avesse appoggiato la causa sionista. Ma papa Sarto non si prestò a barattare una questione eminentemente religiosa con un fatto esclusivamente politico. Da quel momento, la posizione del Vaticano fu quella ancora oggi ribadita: l’internazionalizzazione di Gerusalemme quale unica soluzione del problema dei problemi.

La Palestina, piccolo territorio senza frontiere naturali in cui si parla una quantità spropositata di lingue diverse e si praticano una trentina di culti, ha davvero una vocazione internazionale; Gerusalemme è la città sacra per due miliardi di persone nel mondo intero. Gli Stati Uniti e gli altri Paesi che si affannano per risolverne la questione, in verità sono molto più estranei alla storia del Medio Oriente di quanto lo sia la Santa Sede. La quale avrebbe anche molto da insegnare. Per esempio, lo statuto di extraterritorialità che il Concordato del 1929 con lo stato italiano ha accordato alle basiliche romane potrebbe essere utilmente esteso ai Luoghi Santi palestinesi.

Insomma, un voce cristiana in capitolo potrebbe rappresentare, da quelle patri, un fattore di pace e compromesso. La si giri come si vuole, se c’è una soluzione è in questa via. Nel 1975 il presidente israeliano David Ben Gurion auspicava Gerusalemme come sede dell’Onu. Dal che si evince che gli osservatori più avveduti erano e sono del medesimo avviso. Lo stato di Israele potrà anche domare quest’ennesima Intifada, ma dovrà continuare a dormire col mitra sotto il cuscino in una situazione di perenne assedio. Così come l’antico regno crociato. E si sa come, alla lunga, questo andò a finire.

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