La proposta distributista di Belloc e Chesterton

distributismIntervento di Fabio Trevisan nel corso dell’incontro sul tema: Un’economia a servizio della famiglia. La proposta distributista di Chesterton, Mc Nabb, Belloc e Medaille poco nota in Italia, che si è svolto martedì 6 Maggio a Verona presso la parrocchia di San Pietro Apostolo

(testo inviato a Rassegna Stampa dall’autore)

 

Faccio riferimento in particolare a due testi di Belloc: “L’Europa e la Fede” (1920) e “Lo Stato servile”(1913) e ad uno, considerato il manifesto del Distributismo, di Chesterton: “Il profilo della ragionevolezza”(1926).  La proposta cattolica distributista (assieme a P.Vincent McNabb) di questi giganti della letteratura e della storia (Belloc e Chesterton hanno scritto 250 volumi) va letta, come allora la leggevano, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, in particolare a quella Rerum novarum del 1891 di Papa Leone XIII a cui fecero continuo rimando ed approfondimento. Ho cercato di rispondere a queste due domande: “ Perché si tratta di un’autentica proposta cattolica? Che cos’è il Distributismo?”.

L’EUROPA E LA FEDE

Hilaire Belloc (1870-1953) è stato un grande storico cattolico e basterebbe soltanto leggere l’introduzione a questo saggio (La coscienza cattolica della storia) per rendersene esatto conto: “Io dico con intenzione la “coscienza” cattolica della storia: parlo di “coscienza”, cioè di conoscenza intima raggiunta attraverso l’identità … non di un “punto di vista cattolico sulla storia”… il cattolico guarda l’Europa dall’interno: non può esistere quindi un “punto di vista” cattolico della storia europea allo stesso modo che una persona non può avere un punto di vista su se stessa”. Poco più avanti  egli scriveva: “La visione che io ho di me non è un “punto di vista”, è una comprensione. Così è di noi che abbiamo la Fede e della grande storia dell’Europa…la Fede è l’Europa e l’Europa la Fede”.

Con grande vigore e consapevolezza Belloc manifestava la gloriosa Fede (con la F maiuscola) dell’Europa : “La Chiesa è l’Europa e l’Europa è la Chiesa … perché la Chiesa ha coscienza del terreno in cui la pianta della Fede gettò i suoi germogli”. Sono frasi cattoliche di una bellezza, semplicità e profondità sconvolgenti, che ci attestano e rispondono affermativamente al primo quesito: “Si tratta di un’autentica proposta cattolica?” .

Da profondo conoscitore della storia europea Belloc inveiva, anche con un leggero velo di ironia, contro i manuali scolastici : “Innumerevoli sono i manuali scolastici in cui una persona può leggere la storia generale della sua regione (beninteso europea) dal secolo quinto al sedicesimo, senza mai sentirvi nominare il Santissimo Sacramento…”.

Per Belloc la Fede aveva una dimensione pubblica che doveva rivelare la Fede intima e di questa Fede (privata e pubblica insieme) doveva esserne custode la Chiesa Cattolica Romana.  Il cattolico quindi aveva un’enorme responsabilità nel difendere l’Europa e la Fede, anche nella consapevolezza del processo rivoluzionario ininterrotto, sviluppatosi in particolar modo a partire dalla Riforma protestante (Cristo sì, Chiesa no), come faceva riferimento Belloc nel capitolo Cosa fu la Riforma: “Le vere cause (della Riforma) sono misteriose perché sono spirituali. Nella proporzione in cui la materia storica è di contenuto umano, essa scaturisce non da cause appariscenti ma da una rivoluzione nascosta, realizzatasi nello spirito umano…”.

Cosa accadde, secondo Belloc, soprattutto in forza di quella da lui chiamata “la defezione della Britannia” a partire da Enrico VIII ? Accadde che, sempre con le sue stesse parole : “La ricchezza nel cuore stesso della civiltà (cristiana) s’avvantaggiò di questa rivolta contro l’ordine poiché ritorna sempre a vantaggio dei ricchi negare le comuni concezioni del diritto e del torto, mettere in questione la filosofia del senso comune …il germe era lì; e la Riforma, cominciando nel modo che abbiamo visto ricevette aiuto dai ricchi e nello stesso tempo ne diede loro”.

Al termine di questo straordinario saggio, Belloc si chiese quale fu il vero effetto della Riforma, a cui rispose con queste impressionanti e terribili frasi : “Ora non ho che da determinare la conclusione di questa rovina, il suo risultato spirituale: l’isolamento dell’anima; il suo risultato sociale, che è conseguenza di quello spirituale: il prodigioso dispiegarsi di energie, il dominio dei pochi lasciato senza controllo né freno nella competizione, la sottomissione dei più, la rovina della felicità, la minaccia finale del caos”..

Anche la Rerum novarum ammoniva allo stesso modo già nell’introduzione (paragrafo 2): “Soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece … avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balìa della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza…”. Era l’esito della rottura dell’unità cattolica, che sempre con le parole di Belloc sottolineava: “Questo singolare e sorprendente risultato del lungo divorzio tra la mente sottrattasi al Cattolicesimo e la ragione, ha una ripercussione profonda nel mondo moderno…”. Il saggio di Belloc si chiudeva con queste acute e drammatiche riflessioni: “L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Poiché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede”.

LO STATO SERVILE

Continuando il parallelo con la Rerum novarum, in questo saggio del 1913 Belloc dedicava un intero capitolo al socialismo (Il socialismo è in apparenza la soluzione più facile al problema del capitalismo) così come nell’Enciclica la parte prima era denominata: “Il socialismo, falso rimedio”. Il tema centrale di quest’opera, Lo Stato servile, si poteva riassumere in una frase eloquente di Belloc : “Non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa (ecco l’origine del termine “distributismo”), protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”.

Anche Leone XIII definiva la proprietà, in un capitolo dell’Enciclica:“La proprietà privata è di diritto naturale”, affermando testualmente le seguenti frasi (paragrafo 8): “Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora … riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell’uomo … e le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale”.

Che cos’era per Belloc lo Stato servile? “Ci stiamo avvicinando all’instaurazione del lavoro obbligatorio per una maggioranza non libera di nullatenenti a beneficio di una minoranza libera di detentori di proprietà. Dico anche che questa tendenza si deve al fatto che l’ideale socialista, opponendosi e al contempo permeando la struttura del capitalismo, dà luogo allo Stato servile”.

Con la metafora del viaggiatore (socialista) che desiderava il caldo del Sud (lo Stato collettivista) ma che attraverso il fiume (la “riforma organizzata” moderna) approdava a qualcosa di indesiderato (lo Stato servile), Belloc voleva rimarcare come : “L’istituzione servile scomparve lentamente man mano che si sviluppava la civiltà cattolica … allorché lo smembramento della civiltà europea avvenuto nel XVI secolo ne arrestò lo sviluppo, generando lentamente al suo posto il capitalismo”.

Il terribile e disumano marchio del servilismo veniva trattato sin dall’inizio come l’argomento preponderante del saggio : “La nostra società apparentemente libera … tende a raggiungere una posizione di equilibrio stabile obbligando legalmente chi non possiede i mezzi di produzione (terra e capitale) a lavorare per chi li possiede”.

Con l’avvento della Fede, affermava Belloc, l’Europa passò da uno Stato servile ad una società di proprietari. Anche nella Rerum novarum il diritto naturale alla proprietà privata era collegato alla vera libertà dell’uomo (cfr. il capitolo La libertà dell’uomo) ed alla sacralità domestica della famiglia(paragrafo 9 e 11) :“E’ dunque un errore grande e dannoso, volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia … ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società …”.

Se il falso rimedio alla questione operaia, alla vera libertà dell’uomo e della famiglia era rappresentato dal socialismo e dal capitalismo, Leone XIII indicava nell’unione delle associazioni e nell’opera della Chiesa il vero rimedio (come si può leggere nella parte seconda dell’Enciclica (paragrafo 13): “Se si prescinde dall’azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani”.

Così Belloc, difendendo l’impianto della Fede e delle corporazioni, scriveva : “Nel Medioevo sorsero una marea di istituzioni finalizzate alla distribuzione della proprietà … ogni tipo di lavoro venne organizzato in forme di gilde. La gilda era una società in parte cooperativa con funzioni di controllo della competizione tra i suoi membri…”.

Questo sistema di corporazioni di arti e mestieri (di cui Leone XIII lamentava la soppressione) garantiva l’equilibrio: “Al suo interno la stabilità di questo sistema distributivo era garantita dall’esistenza di strutture cooperative che univano uomini impegnati nella stessa occupazione e abitanti nello stesso villaggio,proteggendo così il piccolo proprietario dalla perdita della sua indipendenza economica…i limiti posti alla libertà erano finalizzati alla preservazione della libertà; ogni atto della società medioevale … era diretto alla fondazione di uno Stato nel quale gli uomini sarebbero stati economicamente liberi grazie al possesso di capitale e di terra”.

L’analisi storico-economica di Belloc (riferita principalmente all’Inghilterra) rovesciava il rapporto causa-effetto con il quale solitamente viene valutata la rivoluzione industriale : “Il sistema industriale è stato una derivazione del capitalismo e non la sua causa … il possesso da parte di pochi delle risorse di vita era presente molto prima che avvenissero le grandi scoperte… non è stata la macchina a farci perdere la libertà; è stata la perdita di una mente libera”.

IL PROFILO DELLA SANITA’

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scrisse quello che venne considerato “il manifesto del Distributismo” (Il profilo della ragionevolezza) nel 1926, opponendosi con forza sin dall’inizio alle grandi concentrazioni commerciali : “Io sono tra coloro che ritengono di poter curare l’accentramento con il decentramento” ed illustrava, da buon disegnatore e pensatore qual era, il principio del Distributismo nell’arco architettonico : “Il principio dell’arco è umano, applicabile a tutta l’umanità e da essa utilizzabile. Lo stesso vale per la corretta distribuzione della proprietà … Qual è il principio dell’arco? Secondo il principio dell’arco, unendo in un certo modo delle pietre di forma particolare, la loro stessa tendenza a cadere impedirà che cadano … non è difficile dimostrare che in una società sana la pressione morale di diverse proprietà private agisce esattamente allo stesso modo”.

Così Chesterton immaginava la proprietà, anche nel confronto tra il Niagara (cascata verticale “capitalista”) ed il bacino naturale (orizzontale e naturale) di un lago . La proprietà costituiva, per Chesterton, per Belloc e per Leone XIII un punto d’onore (per Leone XIII la proprietà privata era sancita dalle leggi umane e divine).

Il Papa indicava la vera utilità della proprietà e delle ricchezze in cui si doveva distinguere (paragrafo 19) il possesso legittimo dal legittimo uso in una comunione circolare di beni, vera fonte del bene comune: “Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità”.

Con Leone XIII “Ai mali del mondo v’è un rimedio: non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani”(paragrafo 22), Chesterton stigmatizzava in questo modo la grande concentrazione commerciale e di potere : “Non fanno che dirci che questa o quella tradizione è finita per sempre, che questo o quel mestiere o credo è finito per sempre…ma è il loro commercio volgare e aggressivo a essere finito per sempre. Ci definiscono reazionari se parliamo di un Risveglio della Fede o di un Risveglio del Cattolicesimo…”.

Chesterton parlava e scriveva con grande coraggio (suscitando timori e sdegni) contro quello che denominava “bluff dei grandi magazzini” : “Credo che il grande negozio sia un pessimo negozio. Lo ritengo pessimo in senso morale e commerciale” e descriveva una serie di interventi che avrebbero potuto favorire il processo del Distributismo (per esempio la tassazione dei contratti per scoraggiare la vendita delle piccole proprietà, l’assistenza legale gratuita ai poveri, una lega per promuovere la destinazione ad uso pubblico delle proprietà,ecc.).

Nella concezione cattolica dell’unità sostanziale (anima e corpo) della persona Chesterton indicava, con Leone XIII, la vera sollecitudine e cura cristiana. Nella Rerum novarum (paragrafo 23)si leggeva infatti: “Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato…”.

Ecco qual era, in conclusione al saggio, l’esito finale previsto da Chesterton: “Il nuovo governo dell’Industria riuscirà a mettere insieme il peggio … niente più eccentricità, niente più umorismo… Solo una cosa odiosa chiamato servizio sociale, che vuol dire schiavitù senza fedeltà … La gente ha sempre degli ideali quando non ha più idee…”. Gli uomini, secondo i distributisti, avrebbero dovuto analizzare e capire la vecchia espressione “sacralità della proprietà privata”, come considerava e scriveva Chesterton : “Confesso di conoscere solo una cosa che può dare a una nuova terra la santità di ciò che è già vecchio e pieno di mistici affetti e cioè un santuario: la vera presenza di una religione sacramentale…la Chiesa cattolica si distingueva da questa nuova mentalità perché credeva davvero nei diritti degli uomini”.

Anche Leone XIII, nella Rerum novarum, affermava che (paragrafo 28): “Filosofia e Vangelo si accordano a insegnare che il governo è istituito da natura a beneficio dei governati. Perché il potere viene da Dio ed è una certa quale partecipazione della divina sovranità, deve amministrarsi sull’esempio di questa…molte cose lo Stato deve proteggere nell’operaio, e prima di tutto i beni dell’anima…”.

Leone XIII auspicava che fosse riconosciuto il “giusto salario” affinché si potesse godere della proprietà privata (paragrafo 35): “…Fare in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell’acquisto di qualche piccola proprietà…”).

La proposta distributista di Chesterton, Belloc, McNabb era un vigoroso e coraggioso manifesto  cattolico per una diffusione e “restaurazione della proprietà” nella prospettiva dell’edificazione di una società cristiana. A noi tutti spetta il compito di conoscerla, apprezzarla ed attualizzarla.

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Leggi anche L’intervento di Omar Ebrahime nel corso del medesimo incontro

“Il salario del peccato è la morte”. Vincent McNabb e la crisi del nostro tempo

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