Ralf il rosso

Ralf Dahrendorf,

Ralf Dahrendorf

Articolo pubblicato su Il Sabato del 18 novembre 1989

di Marcello Veneziani

Il liberalcomunismo non è una invenzione spiritosa per ironizzare sulle trasformazioni neo-borghesi e occidentaliste del comunismo italiano, né una semplificazione estemporanea nata nella pratica politica quotidiana. Il liberalcomunismo ha ormai una sua ideologia ed un suo ideologo: è Ralf Dahrendorf, sessant’anni, tedesco trapiantato in Inghilterra, master in uno dei più noti college di Oxford.

Ospite d’onore agli incontri dell’Internazionale liberale e della Fondazione Agnelli, nume tutelare del Centro Einaudi di Torino, Dahrendorf è allo stesso tempo divenuto in questi ultimi mesi il più ascoltato teorico della sinistra europea.

I maggiori giornali del mondo liberal pubblicano con grande enfasi straripanti interviste al professore; il gruppo Repubblica-L’Espresso lo innalza sugli altari del nuovo liberalismo progressivo; Micro-Mega lo include tra i suoi autori preferiti; i comunisti italiani gli propongono addirittura di candidarsi nelle loro liste alle europee; Alberto Asor Rosa lo indica tra i santi protettori del nuovo corso ideologico comunista e della nuova veste di Rinascita.

E il professore ricambia le attenzioni rivestendo di dignità teorica alcune parole d’ordine del radicalprogressismo europeo o concedendosi qualche stoccata al socialismo craxiano definendolo “una variante culturale del thatcherismo”, e dunque implicitamente legittimando il Pci nel ruolo di sinistra progressista doc.

E tuttavia il professore resta pur sempre un liberale. Ma il liberismo tende a diventare l’ideologia unica dell’Occidente, al punto che oggi si può parlare di liberalismo uno e trino: c’è infatti un liberalismo conservatore che si può identificare grosso modo nell’elaborazione di Friedrich von Hayek, ideologo di un liberalismo “allo stato puro”, individualista e liberista.

C’è un liberismo “di mezzo” che trae isporazione da Karl Popper e che esprime una sostanziale soddisfazione per la società occidentale esistente.

E c’è un liberalismo progressivo o, come lo definisce Dahrendorf “un nuovo radicalismo liberale che apprezza la modernità occidentale e si riconosce nei suoi fondamenti, ma non perde “il gusto per il miglioramento”.

Di questo liberalismo radicale, il professore è l’alfiere più ascoltato. I suoi saggi escono ormai al ritmo di uno all’anno nelle edizioni Laterza, ed anche questo “patronato” editoriale non è senza significato: Laterza fu l’editore di punta nella “scoperta” del vecchio liberalismo crociano per poi “riciclarsi” negli anni Settanta divenendo veicolo del gramscismo e dell’italomarxismo; ed oggi ritorna sui passi del liberalismo, ma di un liberalismo “nuovo” che ingloba in sé anche le esperienze e i temi del progressismo radicalmarxista.

Ma di quali materiali si compone l’edificio ideologico di Ralf Dahrendorf? A voler partire dal paragone con Popper, teorico della “società aperta”, si potrebbe dire che Dahrendorf è l’ideologo della “società più aperta”, nel senso di una società che si propone di estendere le chanche, gli standard di vita, i modelli culturali del liberalismo a tutti gli stati e i popoli della “società mondiale”.

Secondo Dahrendorf, le socialdemocrazie, pur avendo svolto un loro ruolo importante nelle società moderne, volgono al tramonto e alla “noia”, sopraffatte dal loro burocratismo, tentate dal corporativismo, impastoiate nel vecchio Welfare State e nell’alta tassazione, e tendenti ormai ad un certo conservatorismo. Socialdemocratico, per Dahrendorf è una categoria-fisarmonica che si estende ben oltre i partiti e i governi socialdemocratici propriamente detti: al suo interno ci sono anche i democristiani, conservatori e l’intero “pentapartito italiano”.

Ora, per superare l’era della socialdemocrazia occorre inventare un nuovo liberalismo. I suoi fondamenti culturali sono saldamente ancorati nell’Illuminismo, a cui Dahrendorf si richiama sin nella prima pagina del suo più recente saggio Il conflitto sociale della modernità. E nel kantismo, soprattutto nel Kant dell’Aufklarung e della società cosmopolita. Proprio da Kant, Dahrendorf trae lo spunto per rifondare la sua teoria del conflitto sociale. Era stato infatti il filosofo di Konigsberg a parlare di “insocievole socievolezza”, teorizzando la proficuità degli antagonismi sociali che farebbero crescere la società.

Dahrendorf cerca di dare una nuova formulazione alla “lotta di classe” di Marx, attraverso la dinamica di nuovi conflitti tra nuove classi (le donne, gli immigrati, gli emarginati). “Il conflitto” scrive il professore “è la fonte del progresso verso la civiltà e alla fine verso la società civile mondiale”.

Dahrendorf offre così alla sinistra europea e all’italocomunismo la possibilità di riformulare in un mutato contesto il vecchio classismo marxista.

Ma la sua lotta di classe non è più giocata contro “il sistema” ma al suo interno, come una sorta di gerovital per la società e per la libertà. Ed anche questa conversione è funzionale al radicalismo neoborghese della sinistra europea e del comunismo italiano.

L’importante è accrescere ed estendere “le chanche di vita”, autentico leitmotiv nelle opere di Dahrendorf a cominciare dal suo saggio La libertà che cambia. Cosa sono precisamente le chanche di vita? Risponde Dahrendorf: “Sono le impronte dell’esistenza umana nella società: definiscono fino a che punto gli individui possono svilupparsi”.

E’ significativo notare che il progressismo sociale di Dahrendorf, l’emancipazione delle classi “sofferenti”, sia concepito al di fuori di ogni solidarismo comunitario, ma si riconduca ad un individualismo di fondo, autentico nocciolo duro del liberalismo che il nuovo comunismo tende ad assorbire. “E’ l’individuo che conta” ripete Dahrendorf.

Su queste basi prende corpo la sua ricetta sociale in cui i temi della nuova sinistra europea si ritrovano tutti, o quasi: i diritti umani, le minoranze emarginate, la lotta per gli immigrati, le donne e gli esclusi, il reddito minimo garantito per tutti, il vecchio principio del “lavorare meno-lavorare tutti”, il pacifismo, l’internazionalismo. In queste istanze Dahrendorf non sembra animato da un autentico spirito solidaristico, quanto dall’esigenza di superare le contraddizioni e gli squilibri della modernità per giungere al compimento del vecchio ideale illuministico della società liberale e laica universale. Quando, ad esempio, propone un reddito-base per tutti, la sua preoccupazione non è la povertà, ma la stabilizzazione della società liberale: il Lumpenproletariat è “un esercito di riserva per attività reazionarie”.

Bisogna dunque eliminare questa pericolosa sottoclasse di sbandati che insidia con la sua precarietà le basi della società neoborghese. Un discorso che potrebbero sottoscrivere insieme “nuova sinistra” e vecchio liberalconservatorismo paternalista.

Con le teorie di Dahrendorf il comunismo viene legittimato nel ruolo di agente radicale della società neoborghese mondiale, iscritto nelle coordinate dell’occidentalismo. Di cui condivide la meta finale, “la società civile mondiale”, ovvero l’occidentalizzazione dell’universo nel segno della secolarizzazione. E di cui condivide anche la via: per allargare le chanche di vita è necessario allentare “le legature”, come dice Dahrendorf, ovvero la religione e la Chiesa, lo Stato e la nazione, la memoria storica, “il contratto nuziale”.

Così come per creare una società migliore, occorre opporre al “carrierismo” “il divertimento, che è più importante”. Un disegno perfettamente inserito nell’orizzonte edonista e secolarizzatore della società neoborghese.

In tutto questo viene elusa la questione del capitalismo, come un ozioso quesito “metafisico”; anzi proprio nel momento di massima potenza del capitalismo mondiale, Dahrendorf sposta l’attenzione della nuova sinistra in ambiti che lasciano praticamente intoccato il quadro capitalista, soffermandosi su i diritti di cittadinanza, la lotta alla burocrazia e ai vecchi partiti “socialdemocratici” e la conquista delle “istituzioni”.

E tutto questo combacia ancora perfettamente con il nuovo comunismo che sostituisce il lavoratore o il proletario con il citoyen borghese, che non contesta il quadro capitalista, ma distingue al suo interno, affiancandosi al cosiddetto capitalismo “avanzato”.

Ma tutto il progetto di Dahrendorf regge su un presupposto esplicitamente ammesso dal professore, che sostanzialmente “illiberale”: egli infatti riconosce che la magioranza degli uomini è refrattaria a questo disegno di emancipazione universalista, e tende piuttosto a valorizzare le specificità etniche e le identità culturali e ad essere “piuttosto nazionalisti che internazionalisti”. E allora, pur mancando il consenso delle genti, si dovrebbe “costringerli” al progresso, secondo Darhendorf e la nuova sinistra: non è questa la rivelazione dell’essenza illiberale del nuovo liberalismo?

Ma il professore usa toni rassicuranti. Argomentazioni ai limiti dell’ovvietà, dando al nuovo partito radicale di massa i crismi di una “forza tranquilla”, all’insegna del neoqualunquismo “di sinistra”. E il suo laboratorio partorisce una nuova creatura: il comunismo benpensante.

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